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Il mio intervento, stamattina, alla celebrazione del 25 aprile con i lavoratori del Nuovo Pignone a Firenze.

Buongiorno a tutti,

vi ringrazio innanzitutto per l’invito.

Ringrazio le lavoratrici, i lavoratori, le RSU.

Saluto i rappresentanti del Comune di Firenze, dell’ANPI e dell’Azienda.

È un gradissimo onore per me, ancor più da Vice Presidente del Senato, essere qui con voi.

Vi confesso di essere emozionata: celebrare il 25 aprile in una fabbrica che esiste da 178 anni, per me che vengo da una lunga storia di impegno sindacale, in mezzo a lavoratrici e lavoratori, per ricordare dove nasce la nostra democrazia, è un’esperienza di forte responsabilità, e densa di valore.

Essere qui significa prima di tutto ricordare quei lavoratori toscani deportati dai nazisti nel marzo del 1944. Ricordo i 6 lavoratori del Pignone per tutti: Luigi Leporati, l’unico sopravvissuto, Athos Bonardi, Ugo Bracci, Dino Mangini, Narciso Niccolai, Ottorino Taddei.

A loro e a tutti i caduti della Resistenza e della guerra va il nostro pensiero, il nostro ricordo, la nostra gratitudine.

L’oppressione del regime, il peso della guerra, la riscoperta di un barlume di quella speranza dimenticata per troppi anni, portarono allo sciopero del 3 e 4 marzo 1944, sostenuto dal Comitato di Liberazione Nazionale, uno sciopero che ebbe grande evidenza nei centri industriali come Torino e Milano, ma coinvolse anche Firenze e tanti altri comuni della Toscana, dove insieme a poche grandi fabbriche, tra cui il Pignone, c’erano tante piccole e medie aziende.

Lo sciopero ebbe successo, alcune migliaia di lavoratori si fermarono, nonostante molte fabbriche fossero chiuse e la produzione ridotta.

Fu una partecipazione molto spesso spontanea, motivata dalle ormai insopportabili condizioni di vita, e sostenuta da alcuni comitati di fabbrica clandestini.

Tante lavoratrici e tanti lavoratori, cui era stato vietato lo sciopero durante il fascismo, decisero di fermarsi dal lavoro, mossi da una rivendicazione materiale, ma non solo.

Lo sciopero fu anche un segno forte di protesta contro la guerra, contro il regime, contro i nazisti, per la libertà. E fu uno dei più straordinari momenti della Resistenza, seppur un atto di resistenza senza armi.

Gli scioperanti pagarono caro lo sciopero, che i nazisti colsero come occasione per una repressione esemplare dell’attività clandestina e per inviare uomini abili ai campi di lavoro.

Ci furono centinaia di arresti, in alcuni casi cercando nelle liste degli antifascisti, in altre, come spesso a Firenze, con retate in strada. Gli arrestati furono rinchiusi e poi mandati in Germania con un treno merci, ai campi di Mauthausen, dove la durezza dei trattamenti arrivava ad esiti simili a quelli dei campi di sterminio.

Da Firenze e provincia partirono circa 400 persone, e la maggioranza non fece ritorno.

Ma quello sciopero, e all’opposto la durissima e violenta reazione dei tedeschi, servì a scuotere l’opinione pubblica, sopita dalla propaganda, ad accrescere la paura verso gli occupanti, a rafforzare la rete antifascista.

Anche quello sciopero, anche il sacrificio di chi fu deportato, anche il dolore e la reazione di chi restava furono pezzi di quella forza che si stava creando per liberare il Paese.

Era giunta l’ora di resistere – sono parole di Piero Calamandrei – era giunta l’ora di essere uomini: di morire da uomini per vivere da uomini.

 

Tutto questo aveva visto, nel 1943, l’occupazione delle fabbriche che furono il primo e grande atto di lotta al nazismo. Gli operai difendevano le macchine, il lavoro. E proprio qui nasce quel senso di valore condiviso del lavoro stesso, dei lavoratori e dell’impresa.

Il 25 aprile è la festa della Liberazione. Gli italiani tornavano a respirare aria di libertà. Finiva una lunga stagione di oppressione, violenza, sudditanza. Si apriva un percorso nuovo, che avrebbe portato alla Repubblica e alla Costituzione.

Un percorso che avrebbe restituito al paese le Istituzioni democratiche che oggi rappresento.

Il valore del 25 aprile non è un ricordo storico, ma è ciò che definisce chi siamo. È un momento decisivo della nostra storia, che dobbiamo ricordare proprio per non perdere noi stessi.

Anche per questo è intollerabile chi vuole impedire i viaggi della memoria che la Regione Toscana da qualche anno organizza per i giovani delle scuole.

Non c’è futuro senza memoria.

È un valore di ogni giorno, che lega passato e presente, che guarda al futuro.

Ed è bello che la vostra iniziativa ogni anno, per conciliare celebrazione e lavoro, si svolga con qualche giorno di anticipo. È bello parlare del 25 aprile in un giorno diverso dal 25 aprile. È un modo appunto di ricordare ogni giorno che la libertà, la democrazia e i diritti non sono dovuti, ma frutto di battaglie, di conquiste, di dolore e di speranza.

È proprio un messaggio di speranza quello che voglio dare oggi.

Voglio parlare di speranza perché stiamo dimenticando cosa significa.

Viviamo una fase storica inedita. Mai come oggi le Istituzioni faticano a conquistare la fiducia dei cittadini, sfiniti dalla crisi e rabbiosi per le risposte che non arrivano.

Guardando a questi ultimi mesi, ai risultati elettorali, alla composizione del Parlamento senza nessuna maggioranza emersa dalle urne al Senato, ascoltando le persone e i loro bisogni, si colgono due sentimenti fortissimi: una tremenda fatica e una crescente voglia di cambiamento.

Non abbiamo alternative, lo dico rappresentando le Istituzioni, che rispondere a questa domanda, sapendo per primi noi stessi cambiare.

Qui, voglio ringraziare il Presidente Giorgio Napolitano per aver accettato il nuovo mandato a fronte di uno stallo pesante del Parlamento. La sua scelta, la sua generosità spero vengano raccolte per cambiare davvero.

Il compito di rappresentare i cittadini impone oggi la necessità di abbandonare le vecchie strade che si sono rivelate senza uscita, e guardare con coraggio il campo arido e impervio che abbiamo di fronte.

Dobbiamo iniziare a tracciare nuovi percorsi, a ricostruire un senso unitario di comunità che si è perso, e che anche lo spettacolo rissoso che spesso caratterizza il dibattito tra i partiti ha contribuito a logorare.

Dobbiamo aprire una stagione nuova, per restituire la speranza ai cittadini, alle famiglie, alle lavoratrici e ai lavoratori, alle imprese.

Restituire la speranza non è una frase da dichiarare, ma un programma da realizzare.

Cose concrete, che diano fiato a chi non respira più, che permettano ai giovani di crederci, a chi ha coraggio di investire e rischiare, a chi merita di essere premiato. E nessuno deve essere lasciato solo, senza sostegno, senza aiuto, senza solidarietà!!

Non veniamo dalla guerra né dal regime, oggi non abbiamo le macerie, ma ci troviamo comunque in uno scenario sociale ed economico in frantumi. La crisi sociale e del lavoro è acutissima: la disoccupazione continua la sua crescita, un milione di famiglie sono senza reddito da lavoro; occorre rifinanziare gli ammortizzatori sociali, intervenire a sostegno della povertà, abbassare le tasse sul lavoro e sulle imprese. Lavoro e redditi, queste le priorità.

Ecco perché ricordare e celebrare il 25 aprile quest’anno più che altre volte mi sembra un modo per aiutarci a ritrovare la strada.

In questa strada, come indicato dalla Costituzione, il lavoro è un valore fondante.

Per me è facile, rappresentando le Istituzioni, come senatrice e come Vice Presidente del Senato, dire che il mio compito di rappresentanza deve essere dedicato al lavoro.

Il mio impegno su questo è naturale e totale, viene dalla mia storia e dalla nostra Carta Costituzionale, e lavorerò perché sia condiviso da tutto il Senato.

Il lavoro è un valore per la comunità ed è un valore per la persona.

Il lavoro permette il sostentamento, la realizzazione di progetti, la gratificazione personale: non è questa oggi l’esperienza più diffusa ma è a questa che dobbiamo tornare.

Oggi c’è paura, precarietà, vulnerabilità, fragilità, smarrimento.

Dobbiamo invece tornare a crescere, per ritrovare la speranza.

Il lavoro, anche perché a fondamento della Repubblica, deve essere fattore di speranza e di crescita.

I lavoratori che scioperarono nel ’44 lo fecero per il pane e per la libertà: per un diritto materiale e una speranza che rinasceva, per la dignità delle persone.

Anche oggi dobbiamo unire la sfida dei bisogni immediati – salari, redditi, pensioni, diritti – e la visione di una prospettiva futura, che ci permetta di condividere, da italiane e italiani, quello che saremo domani.

Lo dico qui, in una antica e preziosa fabbrica, lo dico pensando a tutte le eccellenze piccole e grandi della Toscana, lo dico pensando ai distretti e alle produzioni di qualità di tutto il Paese: qualità, innovazione, etica, rispetto dei diritti, tipicità, cultura, paesaggio: questi sono i fattori su cui dobbiamo puntare, perché sono le cose che caratterizzano e rendono forte e competitiva la parte migliore del nostro sistema produttivo. É il made in Italy, ed è quello che siamo, siamo sempre stati e non dobbiamo smettere di essere.

Torno ancora, e concludo, sullo sciopero del 1944 e sulla data in cui partì da Firenze il treno che deportava gli scioperanti arrestati verso la Germania nazista.

Quel treno partì l’8 marzo.

Un treno che portava verso i campi di concentramento chi aveva scioperato per chiedere pane e libertà.

36 anni prima, l’8 marzo del 1908, le lavoratrici tessili di New York avevano manifestato chiedendo pane e rose.

Slogan simili che esprimono meravigliosamente bene il valore del lavoro, che è economico, ma anche e soprattutto sociale.

E in queste dimensioni – economica e sociale, di sostentamento e di comunità – il valore del lavoro non si esprime davvero senza il pieno contributo delle donne.

Liberare il potenziale femminile è una responsabilità che spetta alle Istituzioni, è un impegno che investe il Parlamento con maggiore presenza di donne di sempre, che investe me come senatrice eletta, e nel ruolo Istituzionale che ricopro.

Anche da questo si vedrà la capacità che avremo di disegnare, far crescere e percorrere insieme quel nuovo percorso che ci è dato compito di costruire.

Questo 25 aprile anticipato che mi avete permesso di festeggiare con voi lo dedico allora alla memoria di chi si è battuto e si è sacrificato per la nostra libertà, lo dedico al lavoro e lo dedico alle donne, lo dedico alla forza delle operaie e degli operai.

Italo Calvino nel Sentiero dei nidi di ragno, raccontando della resistenza ad un certo punto parla degli operai. Vi saluto e vi ringrazio con le sue parole:

Poi, gli operai. Gli operai hanno una loro storia di salari, di scioperi, di lavoro e lotta gomito a gomito. Sanno che c’è del meglio nella vita e che si deve lottare per questo meglio. Hanno una patria anche loro, una patria ancora da conquistare, e combattono per conquistarla.

 

Grazie agli operai.

Grazie a voi.