Il discorso di celebrazione della Liberazione che ho tenuto oggi alla manifestazione dell’ANPI a Reggio Calabria

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Buongiorno a tutte e a tutti,

grazie moltissime all’ANPI, al Presidente Sandro Vitale, al Presidente del Comitato d’Onore Aldo Chiantella.

Grazie alle autorità presenti e a tutti i cittadini che si sono raccolti in questa piazza in occasione della festa della Liberazione.

Il 25 aprile è, da sempre, per me, come per voi, una festa molto importante. È una giornata del ricordo, della riconoscenza verso quelle migliaia di donne e uomini che si batterono per la libertà; per la nostra libertà.

Ma è anche una giornata di impegno, di lotta, sì di lotta, per inverare nell’oggi quegli ideali e quei diritti fondamentali della persona affermati proprio dalla Resistenza e sanciti poi in quello splendido documento che è la nostra Carta costituzionale.

Ideali e diritti, purtroppo, da allora troppo spesso offuscati o negati.

Celebrazione, quindi, certo; ma mai come pura ricorrenza.

Oggi è però, il mio primo 25 aprile da Vice Presidente del Senato, da donna delle istituzioni, che sente forte questa responsabilità, in una situazione assai difficile per il nostro paese. E proprio in questa giornata.

Ed è, quindi, un onore intervenire qui per ricordare con voi, con l’Anpi la Resistenza e la liberazione dell’Italia dal nazifascismo.

E comprenderete, quindi, la mia emozione e la mia sincera gratitudine per avermi voluto con voi.

Voglio prima di tutto salutare e ringraziare il Presidente Giorgio Napolitano.

Il suo atto di responsabilità ha permesso nuovamente al Paese di uscire dallo stallo in cui stavamo precipitando e di trovare una via di reazione. Abbiamo una nuova occasione, e mi riferisco a tutto il sistema politico-istituzionale, per seguire il suo esempio, la sua lucidità, la sua saggezza, la sua capacità di vedere lungo e di perseguire solo l’interesse del Paese.

Certo, le sue parole in quell’Aula di Montecitorio, pochi minuti dopo il suo Giuramento, non hanno fatto sconti a nessuno. Hanno messo tutti di fronte alle proprie responsabilità.

Al suo ammonimento,  non possiamo più essere sordi. Ma su questo tornerò.

Parlando il 25 aprile del 2010, il Presidente Napolitano disse: non è solo la festa della Liberazione, è anche la festa della riunificazione dell’Italia.

E ci indicava come:

“Le condizioni sono ormai mature per sbarazzare il campo dalle divisioni e incomprensioni a lungo protrattesi sulla scelta e sul valore della Resistenza, per ritrovarci in una comune consapevolezza storica della sua eredità più condivisa e duratura. Vedo in ciò una premessa importante di quel libero, lungimirante confronto e di quello sforzo di raccoglimento unitario, di cui ha bisogno oggi il paese, di cui ha bisogno oggi l’Italia.”

Con la Resistenza – continuava il Presidente – rinacque proprio l’amore, il senso della patria, il più antico e genuino sentimento nazionale.”

Cito queste parole perché oggi l’Italia ha ancora bisogno di quel “raccoglimento unitario” che permetta di rinnovare il sentimento nazionale.

Oggi ricordiamo chi ha combattuto per la libertà e la democrazia. Ricordiamo i partigiani che hanno sacrificato la propria gioventù e spesso la propria vita per dare all’Italia un futuro democratico.

Che fossero cattolici, comunisti, liberali, socialisti, azionisti, scelsero di battersi tutti per un solo orizzonte: l’orizzonte  comune, l’Italia.

La Liberazione ha restituito agli italiani il senso pieno, positivo, partecipato di essere un solo paese, una sola comunità.

Da lì parte la costruzione della democrazia attraverso la Costituzione, e poi la ricostruzione materiale e morale del paese.

 

Ecco, quindi, uno dei tanti insegnamenti la cui attualità si staglia ancora alta e forte di fronte a noi e ci collegano con impressionante linearità a quello che accade oggi.

Allora fu ricostruzione materiale e morale, dimostrando senso di responsabilità e permettendo alle Istituzioni di radicarsi di nuovo nei cuori e nella fiducia delle persone.

Non è proprio quello che dobbiamo fare oggi? Non è esattamente uno dei grandi problemi della politica e delle istituzioni?

Non è forse la crisi di fiducia che attraversano entrambe, così acuta da segnare un solco profondissimo con i cittadini, una concausa – e non certo l’ultima in ordine d’importanza – della situazione che vive oggi il Paese?

L’attualità della Resistenza e della Liberazione è, perciò, più che evidente.

Per ricostruire il futuro occorre partire dalla memoria. Non si tratta però, come spesso si tende a credere, solo di andare a cercare valori fondativi da rievocare.

Oggi ricordare i valori della Resistenza e della Liberazione significa scegliere un ancoraggio per la navigazione che ci attende, ritrovare nella nostra storia condivisa i fari che orientino il percorso.

Siamo di nuovo in uno scenario sociale, economico e politico in frantumi, la crisi devastante che ormai da cinque anni attanaglia, quasi a strozzarlo, il Paese, ha reso deboli le istituzioni sovranazionali, e non ci sono alleati, come nel ’45, da attendere.

Dobbiamo ritrovare, perciò, solo in noi stessi la forza, il coraggio, la lucidità e la responsabilità per reagire e ritrovare la speranza. Per ricostruire le infrastrutture etiche e di uguaglianza nel paese, in modo da poter sconfiggere la rabbia e la delusione di tante cittadine e tanti cittadini.

Non abbiamo da riconquistare la libertà da un regime, ma dobbiamo ritrovare quella comunanza materiale e morale che serve per dare risposte concrete al paese reale, per affermare legalità ovunque e rendere, così, forte e vera la libertà di ciascuno.

Ecco che l’esempio dei partigiani e della Resistenza ci serve come modello da seguire, nei valori e nelle azioni da compiere oggi. Valori e azioni, coraggiose e giuste, di ognuno, singolo cittadino, Istituzione, Stato in quanto tale, necessarie per rilanciare l’Italia, il lavoro, per fronteggiare le mafie che infestano ormai l’intero territorio.

Ricordiamo oggi le storie di donne e uomini che ad un certo punto della vita hanno sentito, nella testa e nel cuore, che c’era qualcosa di importante per cui unirsi, per cui battersi, per cui rischiare la vita. Qualcosa che si chiama libertà. Qualcosa che si chiama Italia.

La Resistenza è il bagaglio più grande di formazione per tante generazioni, così come è stata esperienza di crescita personale decisiva, fino anche all’estremo sacrificio, per tanti italiani, e per tante italiane. Sì, per le donne ancora di più.

Miriam Mafai, una partigiana, giornalista, un’intellettuale raffinata, una grande donna, scomparsa purtroppo un anno fa, cui va il mio e il nostro ricordo, ha scritto in Pane Nero:

La Fame e la guerra spingono dunque le donne fuori di casa, le obbligano a cercare un lavoro, a prendere decisioni, ad aiutare coloro che sparano o a sparare loro stesse; le obbligano ad uscire dal ruolo che era stato lo affidato dal fascismo e dalla Chiesa, di “moglie e madre esemplare”. (…) Parlando di quel periodo, Carla e Lucia, Marisa e Luciana, Lela e Cesira, dicessero ad un certo punto, come sovrappensiero: “…però in fondo è stato bello” (…) forse perché sia pure tra le difficoltà e le tensioni della vita quotidiana ognuna di loro- anzi potrei dire ognuna di noi- dovette imparare in quegli anni a decidere da sola, senza l’aiuto né la tutela di padri, mariti, fidanzati, “pero è stato bello” : forse perché ognuna di noi divenne, nel pericolo e nella miseria, più padrona di se stessa.

Oggi dobbiamo saper trovare lo stesso coraggio di chi, estenuato da oppressione e violenza, scelse di lottare per un’ideale, credette alla possibilità di migliorare le cose, si trovò parte di una comunità che stava rinascendo.

Ecco come la Liberazione diventa festa di riunificazione: c’era da far rinascere l’Italia, riunirla in una prospettiva comune, esattamente in situazioni ovviamente assai diverse, come oggi.

Oggi, qui da Reggio Calabria voglio rilanciare proprio questo messaggio di riunificazione e rinascita.

Dalla punta dello stivale si vede un paese diviso in egoismi e corporazioni, fatto di solitudini e di disuguaglianze, di rancori e insofferenze.

Celebrare qui la Liberazione significa allora guardare a quelle disuguaglianze dal basso, da chi ha meno e deve risalire posizioni, non avendo tempo ulteriore da attendere.

La riunificazione del paese non può che passare dalla riduzione degli squilibri nord-sud e dalla riscoperta di una solidarietà nazionale che sia orgoglio positivo e non solo necessità di sopravvivenza.

Veniamo da anni in cui si è diffuso un senso comune secondo cui il sud è la negazione del nord: al nord ci sono valori positivi, economia, dinamismo, mentre al sud solo stereotipi negativi. Lo dico essendo nata in un paese vicino Bergamo: questa è una balla colossale.

Il sud è punto di vista estremo di una unica polarità cardinale che lo oppone al nord in una relazione di indissolubile complementarità. Senza l’uno non esiste l’altro.

Il sud, come il nord, come tutto il paese, ha bisogno di un progetto, di una prospettiva da realizzare. Ha bisogno di istituzioni efficaci e trasparenti, di buone pratiche che diventino buon esempio, ha bisogno di guida responsabile, di una classe dirigente pulita, disinteressata, capace, ha bisogno di voglia di rilancio, di coraggio e determinazione.

E ricordo ancora il buon esempio dei partigiani.

Perché si, siamo davanti ad un bivio della storia, e dobbiamo saper reagire e tornare a sfidare noi stessi e il mondo, a partire dai paesi a noi più vicini.

Da qui, dal sud del paese, dall’appendice che ci lega attraverso il mare alle altre sponde del Mediterraneo deve partire la nostra sfida, per tornare ad essere baricentro culturale ed economico di un’area di nuovo sviluppo e fattore importante di pace e stabilità.

Lo dobbiamo fare unendo le forze, valorizzando reciprocamente nord e sud. Smettendo di considerarli alternativi, uno la negazione dell’altro e iniziando invece  a pensarci in modo più complice.

Per nostra fortuna, abbiamo potenziale turistico da salvaguardare e valorizzare, l’accoglienza è tratto del nostro dna, la tradizione e l’innovazione enogastronomica sono diffuse, la cultura e le arti presenti in ogni angolo, la creatività e l’operosità tratto distintivo delle persone, riusciamo ad avere un rapporto più morbido con il tempo della vita, abbiamo la luce.

Tutto questo disegna certamente uno stile e una qualità della vita assai soddisfacente al quale tendere.

Ma oggi dobbiamo passare da un presente pesantissimo, nel quale manca il lavoro e c’è l’oppressione della criminalità.

I dati sull’occupazione sono di giorno in giorno più allarmanti. Disoccupazione a due cifre con punte drammatiche al Sud; ore di cassa integrazione che superano il miliardo – e qui c’è un’assoluta priorità per il prossimo governo: prevederne il rifinanziamento subito -; un terzo di giovani, specie donne, il cinquanta per cento al Sud, a cui viene negata la possibilità di entrare nel mondo del lavoro e anzi, a cui addirittura viene tolta ogni speranza di entrarvi.

Le mafie, la criminalità organizzata, l’illegalità diffusa sono ormai piaghe che, seppur in forme diverse, occupano l’intero territorio nazionale. E quindi, nessuno può più negare, ignorare, voltare lo sguardo, ovunque dimori.

E tutto ciò, fa apparire il presente ed il futuro troppo spesso una condanna, mentre devono tornare ad essere un’opportunità.

So bene che in terre come questa, l’oppressione della mancanza di lavoro e della criminalità pesano sulla speranza delle persone come un enorme macigno.

Penso alla criminalità, a come si insinua e si infiltra in ogni nodo della società ed anche nelle Istituzioni. E vivere è oltremodo faticoso, spesso porta a non altro che sopravvivere.

La lotta alle mafie è oggi una frontiera di Liberazione per tutto il paese, per terre come questa dove la presenza criminale condiziona direttamente o indirettamente la vita di tutti, e per quelle aree del paese dove la violenza organizzata è meno presente ma l’organizzazione criminale incide più fortemente sui processi economici e corrompe ogni forma di senso etico condiviso.

Porto con orgoglio il braccialetto dell’appello di Libera contro la corruzione e le mafie. Il ddl contro la corruzione e il voto di scambio mafioso è stato presentato dal Presidente Grasso, e firmato da molti senatori, me compresa, il primo giorno di attività del Senato. L’impegno per approvarlo si intensificherà appena il Parlamento potrà avviare pienamente i propri lavori.

Contrastare il voto di scambio mafioso deve essere il primo passo per un’azione straordinaria di contrasto alle mafie.

Non è immaginabile, se vogliamo provare a realizzare il sogno dell’Italia come paese dove si lavora e si vive bene, che in tante aree la criminalità organizzata sia il vero e spesso unico potere.

Ne abbiamo avuto un esempio proprio qui, con le infiltrazioni mafiose al comune. La città ha dovuto subire l’umiliazione di uno scioglimento per mafia

Chi ne porta le colpe dovrà essere giudicato in tribunale e comunque fin d’ora condannato moralmente.

La città ha bisogno di ritrovare normalità, speranza. E per questo c’è bisogno di tutte e di tutti.

C’è bisogno, in particolare, che le forze sociali vengano rese pienamente protagoniste di questo sforzo ed impegno.

Le forze sociali sono una componente essenziale della società. Specie di una società complessa come quella nella quale viviamo.

E la complessità si affronta e si governa solo con il coinvolgimento e la responsabilizzazione di tutti i corpi intermedi. Anche da questa concezione passa un’idea alta e moderna di democrazia, alla quale sono particolarmente legata.

Il ritrovare normalità passa però da una necessità vitale. Una sorta di pre-condizione: affermare legalità!

Serve, perciò, uno straordinario sforzo di controllo e giustizia, con mezzi adeguati; serve la presenza quotidiana dello Stato, il presidio e controllo del territorio, il fatto che i cittadini ne percepiscano appieno l’impegno “dalla loro parte” e ravvisino davvero le condizioni per una ritrovata fiducia.

Ma serve anche una riscossa morale, cui deve partecipare tutto il Paese.

Parlare di legalità e di contrasto alle mafie non è questione di parte, come non lo fu essere partigiano, ma è tema di tutti: significa parlare di democrazia, che è la condizione dove ciascuno può esercitare la propria libertà. Significa stare dalla parte giusta.

So bene che qui questo contrasto è difficile, più ancora che in altre terre del sud. Il vincolo di sangue rende le ‘ndrine meno permeabili e attaccabili.

E l’oppressione sulla vita delle persone diventa insopportabile. Frena la crescita, la libera iniziativa, lo sviluppo, distrugge il senso etico e di comunità, annienta le speranze e le sostituisce con la paura, o al massimo con la voglia di fuga, per chi può permetterselo.

Individuare strumenti duri ed efficaci per contrastare le mafie dovrà essere, perciò, una priorità del governo che si sta formando. Il Parlamento dovrà essere pronto a fare la sua parte, e io sono rassicurata dalla presenza come Presidente di una persona come Piero Grasso.

Ma non vi è dubbio che se il tema lavoro non torna ad essere centrale nell’agenda politica e di governo, ma anche nella scala dei valori di questa società, se non si crea lavoro per tutti, se non si invera l’articolo 1 della Nostra Costituzione, tutto è reso molto, molto più difficile, lotta alle mafie compresa.

Inutile ribadire, per la mia storia di sindacalista e per la situazione attuale del paese, e del sud ancora di più, che il governo dovrà agire in maniera decisa sul lavoro, rilanciando una politica di sviluppo che possa creare occupazione, oltreché a reagire con tempestività alle condizioni estreme di tante persone e tante famiglie.

Ma non si tratta solo di occupazione, dobbiamo ritrovare, lo ribadisco, il valore del lavoro. Per ciascuna lavoratrice e per ciascun lavoratore, che non devono sentirsi sfruttati né vivere una permanente precarietà, e per la comunità, ritrovando e rinnovando il senso proprio di quel primo articolo della Costituzione.

Un senso che nasce anche dall’esperienza di tanti operai che, con attività clandestina, scioperi e poi scelta partigiana, hanno contribuito alla Resistenza e poi alla fase costituente.

Liberazione, riunificazione, legalità, lavoro. Vedete bene così come passato e futuro si incontrino, nella ricerca di una via d’uscita dalla crisi di oggi e nella prospettiva da seguire e realizzare.

Io sono convinta, per molte ragioni, alcune delle quali ho già citato, che il made in Italy sia la carta che noi dobbiamo giocarci per ritrovare una prospettiva condivisa e competere nel mondo. Made in Italy significa qualità produttiva, etica, diritti, creatività, sostenibilità, qualità della vita. Significa crescita e lavoro. Significa legalità. Significa valorizzazione di filiere, eccellenze e tipicità da sud a nord.

Torno a ribadirlo, e concludo: non esistono problemi del sud o del nord, ma solo problemi dell’Italia e soluzioni da trovare e opportunità da creare.

Lavorare per trovare soluzioni e creare opportunità è il compito che sento come rappresentante dei cittadini e delle Istituzioni.

Sento con me, come preziosa guida, proprio gli ideali di giustizia, libertà e democrazia che ispirarono la Resistenza e poi la Costituzione. E avverto come urgenza trascinante restituire speranza alle italiane e agli italiani. Alle ragazze e ai ragazzi di Reggio Calabria e di tutti gli altri comuni d’Italia. Una speranza capace di attivare energie e metterle al servizio di tutti.

Piero Calamandrei, come ricorda la frase riprodotta sulla Stele del Partigiano che tra poco andremo ad onorare, diceva che “Se volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra Costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati.”

Ricordare quell’esempio significa non solo onorare chi è caduto, ma far vivere nella quotidianità di ognuno di noi la consapevolezza che per ottenere un cambiamento, per migliorare la vita propria, dei propri cari e della propria comunità, occorre lottare, battersi, sacrificarsi, condividere.

Viva il 25 aprile. Viva l’Italia.

Grazie.