Ho partecipato oggi all’incontro del Cortile dei Gentili sul tema Un’economia dal volto umano: modelli e istituzioni.

Ecco il mio intervento.

Il modello c’è già: il Made in Italy. (introduzione)

La prima cosa che mi è venuta in mente quando ho visto il tema di questa giornata di confronti è quello di cui mi sono occupata negli ultimi dieci e più anni: il made in Italy.

Credo che sia il miglior modello che l’economia italiana può oggi offrire di sviluppo dal volto umano. Un modello fatto di tanti esempi positivi, ma nell’insieme ancora da realizzare.

Ma vado per gradi, tornerò poi sul made in Italy.

 

Lo spazio per un’economia dal volto umano. Governare la globalizzazione.

Gli anni e l’esperienza nel sindacato tessile – sia come Segretaria Generale Italiana, sia come Presidente Europea – mi hanno insegnato che ormai ogni modello di sviluppo deve confrontarsi con la dimensione globale.

Nella società del cambiamento, nel tempo in cui il cambiamento diventa unica e costante certezza, la dimensione globale, l’interconnessione delle cose – dei mercati, delle culture, dei diritti, dei conflitti, degli interessi – condiziona le nostre esperienze di tutti i giorni.

C’entra la globalizzazione quando difendiamo i diritti dei lavoratori, sempre più esposti ad una competizione internazionale senza regole e piena di squilibri. C’entra la globalizzazione quando sosteniamo i fattori di competizione delle nostre imprese, anche esse esposte alla stessa assenza di regole e di reciprocità. C’entra la globalizzazione quando decidiamo cosa comprare, per capire se quello che scegliamo è sicuro e di qualità. C’entra la globalizzazione quando comunichiamo e quando costruiamo comunità, ritessendo i fili di relazioni sociali spezzate o disperse.

C’entra la globalizzazione quando definiamo urgente per l’Italia, la costruzione della dimensione politica, economica, sociale, europea.

Perché la globalizzazione riguarda la qualità della vita e incide direttamente su quanto e come l’economia davvero può essere a misura d’uomo.

Perché la globalizzazione riguarda la democrazia di questo nuovo secolo.

Ci troviamo sempre più in un mondo che corre, e siamo ormai da anni, in particolar modo in Italia, alla ricerca di un punto di equilibrio tra i valori della competizione – la velocità, il dinamismo, il rischio, il merito – e quelli sociali – etica, giustizia, libertà, sicurezza, e ruolo della Politica nel governo democratico del mondo.

Un equilibrio che non abbiamo saputo raggiungere anche perché da troppi in Italia la globalizzazione non è stata considerata un fenomeno da capire, ma solo da contrastare o da cui difendersi.

La dimensione globale è la nostra dimensione, che ci piaccia o no. E quindi dobbiamo capirla e governarla. Scegliere quali politiche e priorità, quale innovazione anche istituzionale.

Acquisire questa consapevolezza è il primo passo per poter discutere seriamente di una economia “dal volto umano”, perché qualsiasi modello scegliamo deve sapersi confrontare apertamente nella competizione globale, sfidarla e riuscire a governarla, innovando e qualificando anche la nostra rappresentanza istituzionale.

È una bella parola competizione, una parola decisiva nello stare nel cambiamento e nel mondo globale. Una parola, però, sporcata spesso dall’essere messa in pratica in modo estremo, ostentata come scusa da chi non vuole limiti. Competizione, invece, lo insegna lo sport, è vera solo quando avviene dentro le regole, solo quando è equilibrato, giusto e condiviso il campo di gioco.

La prima condizione per un modello economico più umano è proprio questa: che ci siano delle regole e che queste siano eque, democratiche, trasparenti e condivise.

Le regole del commercio internazionale sono un fattore di competizione decisivo per il futuro. Se avremo delle regole eque e di reciprocità con le nuove potenze economiche, se riusciremo a rendere universali i diritti umani e dei lavoratori, di dignità e rispetto della persona, di salario e di libertà, allora potremo far vincere un modello dell’uguaglianza.

Altrimenti vincerà sempre il più forte e aumenteranno più i deboli, i poveri e l’assenza di condizioni di vita dignitose per troppi.

Dobbiamo allora saper stare nel cambiamento e governarlo, coniugando mercato e diritti, agendo nella complessità, per ricostruire non tanto norme astratte, ma condizioni di vita dignitose, worldwide (in tutto il mondo).

Occorre definire e promuovere i fattori per una forte tracciatura etica- economica dei percorsi produttivi, della finanza, delle regole del mercato e del lavoro, con la salda convinzione proprio della centralità della persona, sempre, come chiave per garantire la giustizia del mercato, non solo in senso commutativo, come regola del dare-avere, ma anche distributivo e sociale, per i diritti umani da garantire a tutti.

 

L’Europa è la vera sfida, la straordinaria nostra opportunità, la dimensione per i giovani e per il futuro. 

Dentro la globalizzazione non possiamo certo pensare di stare da soli.

L’Europa è la nostra dimensione, l’Europa è anche la nostra sfida.

Perché non basta più parlare solo di austerità, serve iniziare concretamente a parlare di crescita, di lavoro, di investimenti, di innovazione.

La sfida è quella di rilanciare con convinzione e atti conseguenti la prospettiva degli Stati Uniti d’Europa, una prospettiva politica comune che rafforzi l’Unione e freni i populismi e le istanze antieuropee, a partire da casa nostra.

Essere “Stati Uniti d’Europa” ci rende forti nel competere portando nel mondo crescita, buona occupazione, sviluppo e rispetto dei diritti umani, sociali, della democrazia, della libertà.

In questi anni, però, si è continuato a pensare, spesso con risultati limitati, alle necessità di riforme di ciascun paese, senza impegnarci nella direzione di un europeismo progressista, di un modello di sviluppo propriamente europeo.

Eppure l’UE è l’unico ente sovranazionale che ha la storia, la credibilità, la forza diplomatica e politica per proporsi come esempio, modello e guida per i percorsi dell’economia globale. L’unico soggetto capace di valorizzare e immettere nella propria azione politica e nelle regole del commercio internazionale, il rispetto dei diritti umani, sociali, ambientali, del lavoro.

L’Europa è il soggetto del mondo globale che più di ogni altro può essere modello di sviluppo positivo ed etico, di benessere e solidarietà. Lo sviluppo di un’economia dal volto umano.

Se non accettiamo la sfida di essere parte attiva e convinta della costruzione dell’Europa, di un’Europa politica e sociale, rinunciamo non solo a svolgere un ruolo positivo nelle dinamiche globali, ma destiniamo noi stessi, e tutto il paese, a restare fuori dai driver del futuro.

Al paese serve più Europa. Serve più Europa politica, economica, sociale, serve inverare quel modello sociale europeo fatto di sviluppo, buona occupazione e giustizia sociale.

Più Europa per immaginare e realizzare una politica industriale comunitaria, che consenta di superare la crisi dei modelli di sviluppo industriali nazionali e di ritrovare un ruolo nel nuovo mondo. Più Europa per governare la globalizzazione, mostrando di volere, sapere e potere ancora essere protagonisti, grazie ad un modello che compete su diritti, etica e centralità della persona.

Qualche anno fa, da laica, mi sono ritrovata ad associare queste mie riflessioni con le riflessioni dell’enciclica “Caritas in veritate”, presentata nel giugno del 2006 da Papa Benedetto XVI. Dietro il riaffermare un punto di vista morale e religioso sul mondo, emergeva nell’Enciclica – in un momento in cui ancora prevalevano letture abitudinarie – una visione moderna dei fenomeni sociali, economici e geopolitici che caratterizzano la società globale. La necessità di legare la fiducia alla speranza ma anche al realismo, e la convinzione che sia il momento di “riprogettare il nostro cammino”, generando la prospettiva di uno sviluppo etico rispettoso della persona, che mi parve e mi pare pienamente coerente con il modello che descrivevo.

 

Etica, benessere, economia

Ne parla Aristotele, per primo, di etica, nello studio sulla condotta degli uomini; e poi Hegel nella Filosofia del diritto, dove introduce la distinzione tra moralità, l’aspetto soggettivo della condotta delle persone, e etica appunto: l’insieme di valori e regole per il corretto vivere, produrre e convivere in ogni società e nel mondo. La dimensione etica esprime i criteri condivisi in base ai quali si giudicano i comportamenti e le scelte delle persone, delle imprese, delle istituzioni, delle società.

Nel mondo globale, nello scegliere come produrre e su cosa fondare la competitività italiana ed europea, dicevo che servono regole condivise, serve un’etica dello sviluppo.

Lo spiega bene una frase di Rita Levi Montalcini: “il nostro modo di vivere e di pensare, il nostro modo di produrre, di consumare e di sprecare non sono compatibili con i diritti dei popoli dell’intero globo. I meccanismi perversi dell’attuale modello di sviluppo provocano l’impoverimento, i depredamento degli ecosistemi, la negazione delle soggettività e delle differenze”.

Nel mondo che cambia, con trasformazioni continue che chiedono di essere governate, etica è una parola che deve risuonare concreta in tutti i nostri discorsi, un valore che deve condizionare tutte le nostre azioni.

I cambiamenti globali e quelli interni, ancor più dopo la crisi, impongono un cambiamento nell’architettura su cui costruire le prospettive del sistema occidentale, europeo, italiano.

Questa nuova architettura dovrà fare leva su un modello di sviluppo centrato su un nuovo paradigma dell’innovazione etica: ricerca e formazione, qualità, saperi e merito, responsabilità sociale ed ambientale, diritti, legalità, parità di genere. Esattamente quello che intendo per volto umano dello sviluppo.

Qualcosa di simile si ritrova negli indicatori che Istat e Cnel hanno elaborato per costruire l’indice BES, Benessere Equo e Sostenibile, che si propone come complementare al PIL.

Dei limiti del PIL si è spesso parlato, a partire dal famoso discorso di Robert Kennedy che ci ricordava, già nel 1968, quanto il PIl non sia in grado di descrivere la qualità del vissuto delle persone, dalla salute al livello di educazione, dalla solidarietà al senso civico, dal coraggio allo spirito nazionale.

II punto è che la misurazione della ricchezza, della crescita e della produzione lorda non descrive quanto effettivamente sia sostenibile il modello di sviluppo di ciascun paese e quanto quindi siano diffusi e accessibili benessere e qualità della vita.

Ecco perché per misurare il benessere equo e sostenibile il BES usa 12 indicatori: salute; istruzione; lavoro e conciliazione dei tempi di vita; benessere economico; relazioni sociali; politica e istituzioni; sicurezza; paesaggio e patrimonio culturale; ambiente; ricerca e innovazione; qualità dei servizi.

Non solo indicatori economici, ma di qualità della vita, della convivenza civile e democratica.

E non è un’iniziativa isolata, perché nel 2015 le Nazioni Unite definiranno indicatori di sviluppo sostenibili validi per tutti i paesi.

Che il reddito non è un indicatore sufficiente lo ricorda anche Amartya Sen (in Lo sviluppo è libertà):

I livelli di reddito della popolazione – dice – sono importanti, perché ogni livello coincide con una certa possibilità di acquistare beni e servizi e di godere del tenore di vita corrispondente. Tuttavia accade spesso che il livello di reddito non sia un indicatore adeguato di aspetti importanti come la libertà di vivere a lungo, la capacità di sottrarsi a malattie evitabili, la possibilità di trovare un impiego decente o di vivere in una comunità pacifica e libera dal crimine.”

Aggiungiamo così anche la libertà come valore, la libertà che è il primo valore dell’uomo, la libertà che determina le possibilità che ciascuno ha nella vita.

Sen parla di tre accezioni di libertà: libertà-da (immunità), libertà-di (autonomia), e poi, con un ruolo centrale, libertà come capability: l’insieme delle possibilità di azione che una persona può mettere in atto, disponendo di una certa quantità di beni.

La libertà, con l’etica e il benessere, è un’irrinunciabile qualità del modello di economia a misura d’uomo. Un modello di economia che esprime qualità della vita.

 

Il modello c’è già: il made in Italy. (conclusioni)  

Se lo guardiamo da fuori i nostri confini questo modello c’è già.

Lo dicevo all’inizio. Questo modello è il made in Italy.

Il made in Italy non è solo una serie di prodotti, ma un sistema di valori. Chi osserva, consuma, acquista un prodotto made in Italy sceglie di condividere con noi un pezzo di noi stessi, sceglie un po’ di Italia per arricchire la sua vita. Sceglie l’Italia come modello di qualità della vita.

Il made in Italy funziona perché riesce ad unire nell’esperienza e nell’immaginario dei consumatori di tutto il mondo qualità produttiva e qualità della vita. I nostri beni, cultura, paesaggio, creatività, bellezza, saper trasformare, saper accogliere.

Cambiando punto di vista, e collegandoci con la dimensione globale da cui sono partita, il made in Italy è anche il settore produttivo che ha meglio reagito alla crisi. Dopo le difficoltà del 2009, dal 2010 le esportazioni di beni e servizi sono il comparto della nostra economia che cresce di più. Secondo il Trade Performance Index (Tpi) del Wto, indice basato sui risultati concreti ottenuti sui mercati, l’Italia nel 2010 era già seconda dopo la Germania.

Circa il 30% del PIL nel 2012, secondo l’Istat, è determinato dalle esportazioni di beni e servizi. E la crescita progressiva dura ancora, con una previsione di ulteriore incremento – secondo Eurostat  – tra il 2013 e il 2014, con stime fino ad oltre il 32%.

Il made in Italy è un modello di qualità dei processi produttivi, fatto di competenze diffuse, operaie e artigiane, di stile e creatività, di gusto e passione imprenditoriale, di tradizione e innovazione. Il made in Italy è un modello di competizione che significa sviluppo etico e sostenibile, rispetto dei diritti e della salute dei lavoratori e delle persone, parità di genere, battaglia per le regole nei mercati internazionali, rilancio di una politica industriale che punta su ricerca, innovazione, green economy, valorizzazione dei beni culturali e naturali.

Il made in Italy è la cornice che definisce il nostro passato e dentro la quale possiamo ritrovare il filo per raccontare e costruire il futuro, per ritrovare il senso di noi stessi e il nostro posto nel mondo. Non è una questione che riguarda pochi marchi o settori elitari, ma che investe invece molti ambiti strategici della nostra identità produttiva e culturale: dalla moda all’agricoltura e all’agroindustria, dalla cultura al turismo, dalla tutela del patrimonio artistico ai paesaggi e alle bellezze naturali. Lo si vede bene qui in Toscana, di cui Firenze è la più straordinaria carta d’identità.

Ecco perché il made in Italy mi sembra il modello più forte, più nostro, più unico, più promettente che abbiamo in dote. E che dobbiamo saper sostenere e valorizzare, con politiche nazionali, europee, globali.

Ecco perché mi è capitato di parlare del made in Italy come un sogno: un sogno che già esiste e che dovremo rilanciare.

Ecco perché il made in Italy è un programma per il futuro del Paese e una direzione di sviluppo economico dal volto umano.