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060620131978Oggi sono stata a Prato all’inaugurazione della nuova sede della Camera di Commercio.

Ecco quello che ho detto.

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Innanzitutto voglio ringraziarvi dell’invito.

Mi fa molto piacere essere qui con voi.

Come molti di voi sanno ho una lunga consuetudine di rapporti con questo territorio, maturata nei tanti anni in cui ho guidato il sindacato tessile della Cgil.

Anni in cui, insieme alle imprese e alle Istituzioni locali, abbiamo fronteggiato le sfide della globalizzazione e dell’apertura dei mercati, riuscendo a sostenere la competitività di un modello produttivo che si è dimostrato vincente.

Voglio poi congratularmi con voi.

La vostra nuova sede è non solo bella ma innovativa e al passo con i tempi.

Avete restituito vita e funzione ad una antica fabbrica tessile, vi ringrazio perché avete davvero voluto farmi sentire a casa.

Essere riusciti a coniugare le funzioni di rappresentanza e servizio con le funzioni di comunità e incontro che offrite al territorio, per di più con il primo edificio pubblico in Toscana con classifica A+ per la scelta di renderlo energeticamente ecoefficiente, merita davvero i complimenti.

Dicevo che conosco bene la realtà straordinaria di Prato, un territorio dalla grande storia industriale, soprattutto manifatturiera.

Una storia che ha resistito all’impatto dell’apertura dei mercati, che è stato drammatico e improvviso, come poi ancora la crisi economica, e duro anche per le tensioni con la numerosissima comunità cinese.

Lo spirito, però, è sempre rimasto vivo, l’orgoglio di appartenere a quella tradizione di lavoro e di progresso ha permesso di reagire puntando tutte le risorse, sopratutto quelle giovani, sulla qualità e sull’innovazione.

La storia di questo territorio, storicamente legata all’industria tessile, si è dimostrata capace di conservare la qualità di una tradizione di eccellenza e unirla a investimenti su nuovi settori.

Ricordo, tra le altre, le 30 imprese della Provincia, create da imprenditori under 40 che hanno deciso di investire in ICT e tecnologia creando 800 posti di lavoro. O i giovani ricercatori, le imprese ICT, i professionisti che hanno partecipato al bando Smart city del MIUR proponendo un progetto molto avanzato di network socioeconomico a favore di cittadini ed imprese.

Si uniscono alla manifattura tessile e fanno di questo territorio uno dei distretti che rappresenta quell’Italia che compete, attrae, vince.

Da donna delle Istituzioni, voglio sottolineare come questo sia un territorio dove la collaborazione tra i diversi soggetti, le Istituzioni, le imprese, i sindacati, le comunità cittadine, è un tratto caratterizzante forte, che supera tensioni e crisi.

In questo senso la partecipazione di tutte le realtà imprenditoriali, anche l’imprenditoria cinese, ad un impegno comune è fondamentale per garantire qualità, trasparenza e legalità.

È un esempio e un modello che può essere d’ispirazione anche alle sfide nazionali.

Sfide che vedono il lavoro e le politiche industriali come priorità d’azione fatte proprie dal governo Letta, in una positiva lettura delle questioni decisive per dare respiro e prospettiva al paese reale, che lavora, investe, produce, costruisce ricchezza.

L’industria è tornata in testa alle priorità del governo, ma è necessario darsi obiettivi concreti e una chiara strategia di crescita, appunto ritornando a ragionare di politiche industriali, a livello nazionale ma anche europeo.

Sembra in effetti che qualcosa stia iniziando a modificarsi nel dibattito sulle politiche economiche europee.

Spiragli, compresi quelli aperti dagli interventi del Premier Letta, si aprono verso una riconsiderazione delle politiche di solo rigore e di solo contenimento della spesa.

Inizia a riprendere spazio una discussione sul rilancio di serie politiche industriali, come riposta ad una crisi che ormai toglie il respiro a imprese e lavoratori.

È il momento – deve esserlo – di puntare sulla crescita, sugli investimenti, pubblici e privati, su nuove e strategiche politiche industriali.

Certo, e guardo allo scenario italiano, il quadro economico e sociale è ormai arrivato al punto che non possiamo più rimandare interventi per le urgenze più gravi che la crisi ha prodotto.

Si deve intervenire sul lavoro, riducendone il peso delle tasse, rifinanziare la cassa integrazione, e puntare sulla riforma degli ammortizzatori sociali, con l’obiettivo di avere serie politiche attive del lavoro.

Pagare poi i debiti della PA verso le imprese, trovare soluzione definitiva per gli esodati.

Ma poi occorre rilanciare, mostrare il coraggio di puntare sul futuro industriale del nostro paese, anche per dare lavoro alle donne e ai  giovani.

Per affrontare l’emergenza di quel 40% di disoccupazione giovanile che pesa come un macigno su qualsiasi nostra ambizione.

Pensando ad un futuro non casuale, ma progettato, responsabile e condiviso.

Fondato su un patrimonio che già abbiamo ma che fatichiamo a valorizzare.

Un patrimonio che qui a Prato conoscete bene, perché ne siete parte: quello del made in Italy, della qualità italiana.

Se osserviamo il nostro Pil, si nota come una significativa componente – circa il 30% nel 2012 secondo l’Istat – è determinato dalle esportazioni di beni e servizi.

La crisi ha messo in difficoltà i settori che esportano, che nel 2009 hanno avuto una decisa flessione, ma poi lì è arrivata la ripresa.

Secondo il Trade Performance Index (Tpi) del Wto, indice basato sui risultati concreti ottenuti sui mercati, l’Italia nel 2010 era già seconda dopo la Germania. E la crescita progressiva dura ancora, con una previsione di ulteriore incremento – secondo Eurostat  – tra il 2013 e il 2014, con stime fino ad oltre il 32%.

Dal 2010 le esportazioni di beni e servizi sono il settore produttivo che più cresce in Italia.

Non è un caso. Le esportazioni riguardano tanti settori industriali, dall’agroalimentare alla moda, dalla tecnologia al design, ma hanno un elemento in comune, elemento che è componente condivisa e decisiva del loro successo: sono made in Italy.

Mentre il nostro mercato interno è in difficoltà, siamo tornati forti nel mondo.

È successo anche qui a Prato, anche qui la ripresa è arrivata, sebbene ha poi trovato nuovi ostacoli, anche per le cattive scelte dei governi nazionali.

Voi conoscete il valore che producete.

Sapete che il made in Italy funziona perché riesce ad unire nell’esperienza e nell’immaginario dei consumatori di tutto il mondo qualità produttiva e qualità della vita.

E non credo di sbagliare se dico che la vostra funzione di rappresentanza, guardando a questa vostra nuova sede, ha l’ambizione anche di incidere sulla qualità della vita.

Voi sapete che il made in Italy non è solo una serie di prodotti, ma un sistema di valori. Chi osserva, consuma, acquista un prodotto made in Italy sceglie di condividere con noi un pezzo di noi stessi, sceglie un po’ di Italia, un po’ di Prato, per arricchire la sua vita.

Il made in Italy è un modello di qualità dei processi produttivi, fatto di competenze diffuse, operaie e artigiane, di stile e creatività, di gusto e passione imprenditoriale, di tradizione e innovazione. Credo siano tutte cose che vi sono familiari.

Il made in Italy è un modello di competizione che significa sviluppo etico e sostenibile, rispetto dei diritti e della salute dei lavoratori e delle persone, parità di genere, battaglia per le regole nei mercati internazionali, rilancio di una politica industriale che punta su ricerca, innovazione, green economy, valorizzazione dei beni culturali e naturali.

Ecco perché il made in Italy mi sembra il modello più forte, più nostro, più unico, più promettente che abbiamo in dote.

È un messaggio in cui credo profondamente e che ripeto spesso.

E spesso lo dico impegnandomi a convincere l’interlocutore. Qui so che capite al volo, perché parlo anche di voi.

Grazie.