• News

Oggi ho partecipato alla presentazione del libro “La giudice” di Paola Di Nicola, alla Sala del Refettorio della Camera.

Ecco il mio intervento.

—-

Racconto questa storia, la mia e quella di altre, non perché la ritenga particolarmente significativa, ma perché mi ha insegnato che esserci, come donne, nei luoghi decisionali non basta affatto. Bisogna esserci con il coraggio e la consapevolezza del proprio diverso punto di vista, dopo averlo focalizzato e valorizzato“. (pg. 99).

Questo passaggio del libro di Paola Di Nicola ne svela il nocciolo centrale: “La giudice”, infatti, è il percorso, appassionante e doloroso, attraverso il quale una donna, in questo caso una magistrato, giunge a creare un proprio modello femminile in una società per uomini.

Per far questo Di Nicola è costretta a scardinare il modello vigente di giudice, un modello maschile, e il linguaggio che lo accompagna.

 

In questo senso è illuminante l’interrogatorio con un detenuto, Gennaro, a Poggioreale, con cui si apre il libro. L’autrice si sente inadatta al ruolo – condizione che tante di noi hanno provato – e questo sentirsi inadatta si riflette sull’interrogatorio e sull’immagine che di sé trasmette.

Dietro quello stato d’animo si muovevano le ombre delle donne venute prima di me, schiacciate dal peso della loro indotta inadeguatezza. Sentivo il rumore delle onde che, giorno dopo giorno, avevano lavato il loro cervello e la loro coscienza: incapaci, inadatte, insicure, fragili. Nei secoli le loro intelligenze, i loro talenti, le loro capacità, il loro fuoco creativo erano stati derubati, come il loro spazio e il loro tempo, a causa di quel corpo che non poteva vivere di vita propria, ma stare e restare al servizio degli altri”. (pg.19)

Il modello con cui Di Nicola si misura è quello di una madre che aveva dovuto rinunciare ai suoi sogni perché il padre le aveva negato l’iscrizione alla scuola d’arte frequentata da uomini, schiavo com’era di un’immagine femminile che è solo corpo da nascondere.

E quello del padre, un magistrato, “la mia guida ingombrante“, lo definisce lei, che riempie la casa di altri uomini esemplari: Giovanni Falcone, Girolamo Minervini, Giancarlo Caselli, Pietro Calogero.

Un modello maschile di cui è necessario liberarsi, come è necessario liberarsi da “millenni di pregiudizi” per ritrovare la propria voce e superare la falsa neutralità della toga che “non conosce e non riconosce la differenza tra uomo e donna. La nasconde. Almeno ci prova“. (pg. 38)

 

Il viaggio di Di Nicola si dipana come un filo rosso che unisce momenti della sua vita – come il primo incontro con il nuovo capo di un piccolo ufficio giudiziario della Campania che come prima cosa le chiede “sei sposata? vuoi avere dei figli? – e riflessioni più generali, come quella sulla Costituente.

 

L’autrice critica i costituenti, che “decisero di non decidere” quando si trattò di inserire nella carta il riconoscimento del diritto alle donne di svolgere l’attività di magistrati, dopo aver ereditato dal fascismo due leggi che lo escludevano.

L’Assemblea respinge infatti l’emendamento di Maria Maddalena Rossi secondo il quale “le donne hanno accesso a tutti gli ordini e gradi della magistratura”. Si preferì un ordine del giorno che stabiliva che “per quanto riguarda l’accesso della donna alla magistratura l’articolo 48 contiene le garanzie necessarie per la tutela di questo diritto” declinando, a detta di Di Nicola, una importante responsabilità.

Risale così al 1957 il primo concorso aperto alle donne: ad arrivare seconda su duecento persone è Letizia De martino, un traguardo raggiunto a suon di sentenze della Corte Costituzionale e di nuove leggi, fino al definitivo accesso delle donne in Magistratura solo nel 1963.

 

Ritardi e fatica di un percorso che vale per molti altri ambiti, e che ancora ci vede indietro come Paese in tutte le classifiche internazionali sul gender gap.

 

La cosa interessante è che il cambiamento culturale legato alla presenza delle donne in magistratura determina, per Di Nicola, un cambiamento del ruolo stesso della magistratura, come sottolinea nella postfazione Gabriella Luccioli (tra le prime donne a entrare in magistratura e poi presidente di sezione della Corte di Cassazione).

Molte pagine del libro esprimono la consapevolezza che la funzione del processo penale quale strumento per l’affermazione dei diritti violati dipende in larga misura dalla libertà di giudizio dei suoi protagonisti, e primo fra tutti il giudice (…). E allora lo stereotipo culturale e il pregiudizio di genere – con l’effetto distorsivo che ne deriva e la conseguente perdita di credibilità della stessa istituzione giudiziaria – vanno snidati e rimossi“. (pg. 158)

 

Il cambiamento culturale passa per momenti simbolici, per Latina e per il famoso processo per stupro del 1978, e per un secondo processo, sempre per stupro e sempre a Latina, nel 2008, dove giudice è la stessa Di Nicola.

Nel primo caso unica donna è l’avvocato della vittima Tina Lagostena Bassi, che chiede un risarcimento simbolico di una lira. Nel secondo caso siamo in un tribunale di tre donne, con PM donna e difensore donna.

È tutto cambiato: lo stupro non è più un delitto contro la morale. È cambiato il clima, il genere di domande che vengono poste alla vittima, tutto si svolge nel massimo rispetto dell’identità di genere. E l’imputato, uomo, viene prosciolto, non ci sono pregiudizi né da una parte né dall’altra.

 

Tuttavia un problema resta ed è quello della scarsa rappresentanza delle donne nei ruoli di vertice della magistratura e nel Csm.

(“per i consiglieri del Csm quasi mai il Parlamento ha optato per candidature femminili quando si è trattato di nominare membri non togati. Altrettanto deve dirsi per la scelta dei magistrati. Se le prime due donne sono state elette dal Parlamento nel 1981-86, la prima magistrata è stata Elena Paciotti nel 1986-90” nota 31 pag.98).

 

Di Nicola racconta un’Assemblea straordinaria dell’Anm del 22 ottobre 2011 in cui si discutono la riforma di alcune norme dello statuto prevedendo le quote di rappresentanza femminile pari al 50%.

Quest’ultima proposta viene ribassata al 30%: ma quel che più colpisce è che l’ufficio di presidente che gestiva l’assemblea è composto solo da uomini, e nessuno sembra farci caso.

Una situazione familiare a troppi contesti in Italia, dove gli uomini sono l’85% della classe dirigente.

 

L’analisi della situazione delle donne in magistratura si intreccia con la storia personale della magistrato, con la difficoltà di conciliare carriera, servizio allo Stato, e famiglia.

Una difficoltà dovuta a retaggi culturali maschilisti e a regole non adeguate.

Di Nicola racconta così la fatica delle gravidanze, in cui sente di dover dimostrare comunque che una donna non rimane indietro lavorando più di prima e fino all’ultimo, e poi la negazione del trasferimento nella città dove vivono i figli solo perché, essendo ormai separata, non c’è un nucleo famigliare cui ricongiungersi, fino al ricorso e alla vittoria, finalmente, dopo tanti anni passati sui treni.

 

Un senso di abbandono e frustrazione che spiega il perché le donne faticano a dirigere un Tribunale o una Procura.

Tuttavia, se nel 2010 su 153 presidenti di Tribunale solo 12 erano donne e di 158 procuratori capi solo 11 donne, a distanza di due anni le donne dirigenti di uffici giudicanti sono il 18% e delle procure l’11%. Una “rivoluzione silenziosa” è in atto.

L’indagine di Di Nicola attraverso la storia della magistratura femminile si sofferma poi sull’elemento di genere all’interno nel codice penale. Per il codice il termine uomo comprende anche la donna e la forma femminile è del tutto cancellata.

È la ragione per cui, per rappresentare il fenomeno della violenza contro le donne anche nella lingua e nei codici, le criminologhe americane Diana Russell e Jill Redford hanno iniziato ad usare il termine “femicide” per indicare l’uccisione della donna per ragioni di genere, ed anche da noi si è iniziato a parlare di femminicidio.

Quello degli stereotipi, della semplificazione eccessiva che discrimina, del linguaggio non rispettoso delle differenze è un tema comune a tutti gli ambiti della società.

Dalle Istituzioni all’informazione, dalla pubblicità alla scuola, dalla televisione alla magistratura il linguaggio sessista e le rappresentazioni stereotipate delle donne sono la norma.

Derivano da un’abitudine culturale maschilista che vede gerarchie e possesso là dove ci sono solo differenze.

Un’abitudine intrecciata con il potere, che usa stereotipi, rappresentazioni e linguaggio per esercitare una funzione di controllo, per tenere bloccate le donne. Un’abitudine che si tramanda nel tempo e che condiziona il modo con cui osserviamo e raccontiamo la realtà.

 

Pensate solo alla differenza di percezione se alla parola governante mettiamo l’articolo maschile o femminile: il governante ci fa pensare al governo di uno stato, la governante alla gestione della casa.

È una realtà da cambiare, nei modelli, nei linguaggi, nelle rappresentazioni.

 

L’esempio di donne come Di Nicola, e come tante altre che riescono ad ottenere successo, ci serve allora come esempio positivo del percorso ancora da fare.

Che è insieme legislativo – e segnalo la ratifica di ieri della Convenzione di Istanbul e il lavoro che procede per una Commissione di indagine sul femminicidio -, e culturale, educativo, simbolico.
Ecco il capitolo finale del libro, e concludo: l’adozione dell’articolo “LA” difronte alla parola giudice sui propri biglietti da visita – nello stupore del tipografo, pur donna – rappresenta, per l’autrice, la possibilità di superare il neutro maschile della lingua e del diritto per acquisire un proprio autonomo linguaggio.

Abbandonare lo stereotipo diventa l’unico modo per trovare l’imparzialità del giudice, ritrovare le differenze diventa il modo per essere donna e magistrato, perché – e sono ancora parole di Di Nicola – fuggire da sé “dalla propria esperienza, dalla propria appartenenza culturale, dal proprio genere non rende imparziali“.

Sono davvero d’accordo.

Grazie.