Ieri mattina si è svolto il convegno Convenzione di Istanbul e media.

Ringrazio tutti i relatori, che hanno portato punti di vista, riflessioni e proposte di grande spessore ed interesse. A partire dal Presidente Grasso e dalla Presidente Boldrini, poi la Presidente Tarantola, Mario Calabresi, Massimo Giannini, Barbara Stefanelli, Sarah Varetto, Luisa Betti e il Presidente Zanda.

 

Qui potete trovare alcune foto.

Qui il servizio del TG2, qui quello di Rai Parlamento, qui quello di sky e qui quello di youdem e , Leiweb.

Su Radioarticolo1 e su Radio Radicale potete trovare i podcast per riascoltare tutti gli interventi.

E ancora gli articoli su Corriere,  La stampa, Repubblica, Manifesto, Giulia.

 

 

Di seguito invece trovate il mio intervento introduttivo, una cui sintesi video è invece qui.

Il femminicidio, la violenza sulle donne in quanto donne, non è un’emergenza, ma è un fenomeno strutturale nella nostra società.

Pensare alla violenza – fisica, psicologica, in qualunque modo discriminatoria – come un fenomeno strutturale è l’unico modo non solo per fare un’operazione di verità, ma per tarare, anche nel racconto pubblico, le necessità di intervento e cambiamento.

Ad un’emergenza si risponde con un intervento emergenziale, ad un fenomeno strutturale con un cambiamento strutturale.

Questo cambiamento è stato definito come mainstreaming di genere: una strategia, secondo le Nazioni Unite, “che fa in modo che le donne e gli uomini possano beneficiare in ugual misura dell’uguaglianza e che la disuguaglianza non si perpetui”.

 

La Convenzione di Istanbul segna la strada per attivare questo cambiamento.

Indica i principi: uguaglianza di genere de jure e de facto e violenza contro le donne come violazione dei diritti umani.

Definisce gli obiettivi: un’Europa libera dalla violenza contro le donne, senza discriminazioni e con concreta parità tra i sessi.

Indica la necessità di politiche coordinate, che coinvolgano Istituzioni e società civile, per collaborare al cambiamento culturale.

Definisce il ruolo di alcuni protagonisti, oltre alle Istituzioni, che hanno peso nella formazione culturale di una comunità, come scuola e media.

 

Ecco perché il convegno di oggi.

Iniziamo un dialogo tra Istituzioni e media, a partire da quei soggetti dell’informazione pubblica e privata che rappresentano le fonti più autorevoli dei flussi informativi, per poi allargare il dialogo verso il mondo della pubblicità, della rete, della produzione e diffusione di contenuti.

Perché le prescrizioni della Convenzione chiamano l’intero Paese ad una assunzione di responsabilità: per rendere il riconoscimento delle differenze tra donne e uomini e della parità di genere elemento fondativo di un nuovo modo di agire nelle istituzioni, pensare, relazionarci, informare.

 

In Parlamento, dopo la ratifica della Convenzione, si è lavorato ad altre azioni: la proposta di Commissione contro il femminicidio, la verifica di impatto di genere delle politiche pubbliche, misure contro lo stalking e per eliminare gli stereotipi già dalla scuola.

Ma, come ricorda la Convenzione, il cambiamento da realizzare tocca così in profondo abitudini e comportamenti discriminatori che serve la collaborazione di tutti i soggetti privati, informazione e media in particolare.

 

Chi racconta la realtà e fa informazione, nei quotidiani, in tv, alla radio, sulla rete, nel lavoro attento di svelamento della verità, ha la decisiva responsabilità di contribuire a rompere gli stereotipi, le rappresentazioni rigide e discriminatorie, i linguaggi sessisti.

 

Il linguaggio è l’insieme dei modi con cui diamo senso alla realtà e comunichiamo.

Nel linguaggio si formano e risiedono gli stereotipi, semplificazioni rigide che usiamo come “scorciatoie” per ridurre la complessità del mondo.

Gli stereotipi di genere producono una rappresentazione distorta della realtà, presentata come fondata sulle differenze biologiche tra uomini o donne.

Ma quegli stereotipi non hanno alcun fondamento naturale, sono semplificazioni culturali. Sono una forzatura cognitiva discriminatoria, che elimina profondità e differenze e fa crescere una cultura violenta.

E nel restituire profondità e differenze il ruolo dell’informazione e dei media è evidente, come quindi nel cambiare i modelli culturali.

 

La Convenzione di Istanbul ci offre la possibilità reale di cambiare, governando le grandi trasformazioni che abbiamo intorno.

Siamo in mezzo ad una rivoluzione, che corre sulla rete, sulle relazioni orizzontali, sulla frammentazione e moltiplicazione dei flussi, su nuove forme di socialità e nuovi, possibili, paradigmi culturali.

È una rivoluzione cui il sistema pesante dell’Italia reagisce con passiva ma ostinata resistenza, una rivoluzione che invece dobbiamo saper guidare.

 

Per molti anni nessun soggetto politico, istituzionale, sociale o della comunicazione è riuscito a fronteggiare una visione degradante ed offensiva della donna, che dagli anni ’80 in poi si è radicata nel tessuto sociale, negli immaginari, e poi anche nelle Istituzioni.

 

La manifestazione del 13 febbraio 2011 per chiedere Se Non Ora Quando? un Paese per donne, ha rotto la rassegnazione ad un modello culturale fortemente discriminatorio.

Da quel momento si sono rivitalizzate e riconnesse le tante esperienze associative delle  ed è cresciuta la sensibilità nella società e nelle Istituzioni.

Oggi abbiamo il Parlamento con più donne di sempre. Un Parlamento che può dirsi orgoglioso per la ratifica della Convenzione e che deve ora mostrarsi all’altezza di rilanciare la sfida e condividere la responsabilità di cambiare la cultura italiana nel senso del mainstreaming di genere.

 

Riconoscendo che le donne sono forti, assumono una condizione fragile e a rischio solo per effetto di quel potere che non le tutela e incoraggia, ma le sfrutta e discrimina.

 

Ecco perché Istanbul è importante: non è una Convenzione burocratica né repressiva, ma un atto di principio da cui derivano obblighi pragmatici, che ci porta a lavorare sulla prevenzione e sui modelli culturali.

La Convenzione ci interroga su come intendiamo la libertà, con quale consapevolezza permettiamo di esercitarla, quali modelli e scelte proponiamo e perseguiamo.

Ecco perché dalle donne, attraverso valori, pratiche e cambiamenti indicati dalla Convenzione, passa un pezzo di futuro dell’Italia e dell’Europa.