Oggi è stata approvata in Senato la mozione unitaria di tutti i Gruppi parlamentari, di cui sono prima firmataria, affinché lo stupro nei conflitti venga riconosciuto come crimine di guerra e siano messi in atto provvedimenti necessari a prevenire e reprimere tale forma di violenza. Un impegno su cui il Senato sta dimostrando grande unità. Si tratta di un delitto tra i più feroci poiché attenta alla dignità umana, ancora più spietato poiché non si tratta di un ‘effetto collaterale’ ma di una vera e propria strategia militare.

È il momento che il governo si impegni ad agire in modo che i suoi sforzi diano forza a quelli della Nazioni Unite, degli organismi multilaterali e della società civile nell’attuazione di un piano di contrasto già delineato dall’intesa del G8. Da questo punto di vista è importante che l’Assemblea Generale dell’Onu intervenga eliminando negli accordi di pace ogni ipotesi di amnistia per questi reati.

Dobbiamo restituire alle donne le condizioni per esprimere la propria forza e libertà, salvaguardare la propria dignità ed integrità di persona, anche durante i conflitti garantendo loro giustizia. Perché senza giustizia non c’è pace.

 

Questo il mio discorso di presentazione in aula della mozione.

la violenza sessuale utilizzata nei conflitti come forma di controllo e sopraffazione ha attraversato purtroppo e attraversa ogni angolo della terra. Durante le guerre gli stupri hanno lo scopo di seminare il terrore tra la popolazione e, in alcuni casi, modificare la composizione etnica delle generazioni successive.

Talora si è fatto ricorso allo stupro per contagiare scientemente le donne con l’HIV. Lo stupro, anche durante i conflitti, è una violenza inaccettabile che causa danni fisici, psicologici e sociali.

Il rapporto 2010 del Fondo delle Nazioni Unite per la popolazione (UNFPA) afferma chiaramente che: «le donne fanno di rado la guerra, ma troppo spesso ne soffrono le conseguenze peggiori: la violenza sessuale costituisce un’arma di guerra ripugnante e purtroppo sempre più utilizzata». Guardando solo agli ultimi vent’anni le cifre parlano chiaro: più di 200.000 donne violentate durante la guerra nella Repubblica democratica del Congo, 60.000 in Sierra Leone, più di 40.000 in Liberia, quasi 60.000 nella ex Jugoslavia; e ancora in Cecenia, Darfur, Iraq, Libia, Kosovo e Ruanda. In Congo è stato ed è ancora un vero e proprio genocidio: stupri di massa, mutilazioni, fosse comuni, organi genitali cui viene dato fuoco, padri costretti a violentare le figlie o i figli le madri: orrore che colpisce bambine di tre anni come anziane di novanta. Non sono  lo voglio dire con chiarezza  «effetti collaterali» della guerra, ma una e propria strategia militare di entrambi gli schieramenti con lo scopo di colpire chi tramanda la vita, cioè le donne.

In Libia, da aprile del 2011, l’ambasciatrice statunitense Susan Rice ha denunciato la distribuzione di Viagra ai soldati per esse sessualmente più aggressivi durante il conflitto; anche in Egitto, a piazza Tahrir, ci sono stati stupri per intimidire le donne che partecipavano alla protesta e per il gusto sadico di fare del male, e la stessa cosa è successa in Siria.

Le Nazioni Unite hanno iniziato a occuparsi degli stupri nei conflitti nel 1992, a seguito delle violenze in ex Jugoslavia, dichiarando lo stupro di donne un crimine internazionale e attivando poi negli anni diversi enti e gruppi impegnati nella lotta contro le violenze sessuali nei conflitti. Nel 2008 è intervenuto anche il Consiglio europeo con due risoluzioni.

È invece del mese di aprile di quest’anno – ed è anche il punto che indica l’importanza di questa mozione – l’intesa del G8 che indica la violenza sessuale nelle zone di conflitto come crimine di guerra e lancia un programma di contrasto investendo 35 milioni di dollari. L’iniziativa è partita per stimolo del Governo britannico, che durante il semestre di Presidenza del G8 ha lanciato la campagna «Fermiamo la violenza sessuale nei conflitti», che a febbraio è stata presentata a discussa anche a Roma, sempre su stimolo dell’ambasciata britannica, per sensibilizzare e coinvolgere anche l’opinione pubblica italiana.

Ora è il momento di atti istituzionali chiari e di un impegno condiviso, come la mozione unitaria di tutti i Gruppi che presentiamo oggi qui al Senato. Ecco perché chiediamo al Governo che si impegni ad agire, a livello nazionale e internazionale, perché si adottino i provvedimenti necessari a prevenire, reprimere e mettere fine allo stupro come arma di guerra.

Occorre innanzitutto un migliore sistema di giustizia, che non può essere lasciato solo ai singoli Stati, ma implica invece la definizione condivisa di uno specifico reato internazionale, per responsabilizzare i singoli Paesi, per garantire risarcimenti alle vittime, per rafforzare la capacità d’indagine e sanzionare gli atti criminali, anche con polizia giudiziaria dedicata e una sezione specializzata all’interno del Tribunale penale internazionale.

Occorre inoltre favorire l’inclusione delle donne sia nelle forze armate, che nei gruppi di risoluzione dei conflitti, dove oggi sono solo meno del 10 per cento. Le donne nell’esercito e nelle organizzazioni civili che operano per la pace svolgono la funzione di mediatrici interculturali di genere e costituiscono un modello che facilita l’emancipazione delle donne locali e la loro organizzazione, contribuendo anche alla decostruzione degli stereotipi.

È urgente e necessario inoltre garantire un’adeguata formazione  questo è un punto importante  dei militari sulle implicazioni della violenza sessuale durante le guerre e adottare codici di condotta, oltre che regole. Bisogna garantire il pieno svolgimento del mandato del rappresentante speciale delle Nazioni Unite per i crimini sessuali in situazioni di conflitto e sostenere il lavoro del team di esperti previsto dalla risoluzione n. 1888 del 2009.

Combattere la violenza vuol dire anche rimuovere le barriere che impediscono il monitoraggio e il reporting: solo un’adeguata documentazione può permettere di individuare davvero e punire i colpevoli e garantire sostegno sanitario, psico-sociale, giuridico ed economico alle vittime. Serve quindi un approccio cooperativo e globale sia dal punto di vista dell’applicazione dei principi condivisi in ambito internazionale, che quello dell’attivazione dei finanziamenti necessari, come quelli previsti dall’Unione europea.

È decisivo, anche in questo campo, perseguire una comune strategia europea, rafforzando la capacità dell’Unione di essere incisiva nel condizionare il punto di vista delle regole internazionali, anche in merito ai conflitti ed ai crimini di guerra.

È poi importante – lo dico al Vice Ministro – che intervenga l’Assemblea generale dell’ONU, scartando, negli accordi di pace, ogni ipotesi di amnistia per questi reati. Occorre invece che tutta la comunità internazionale riconosca lo stupro di guerra come grave violazione dell’articolo 27 della Convenzione di Ginevra, unitamente ai crimini di genocidio, ai crimini contro l’umanità e a tutti i crimini di guerra. Non è davvero più tollerabile che al mondo accadano cose come lo stupro di guerra. La comunità internazionale deve intervenire per irrigidire le norme e punire severamente e in modo esemplare chi si macchia di violenze simili per cambiare cultura, mentalità diffusa e pratiche. Per secoli lo stupro durante le guerre è stato tacitamente accettato e considerato inevitabile; non è così, non può essere così: dobbiamo dirlo in modo sempre più forte con atti che impegnano le istituzioni. Dobbiamo dare visibilità ai procedimenti giudiziari e diffondere il messaggio che lo stupro durante i conflitti è un’azione vergognosa, deplorevole, ingiustificabile e punibile.

Dobbiamo quindi restituire alle donne le condizioni per esprimere la propria forza e libertà, per accedere all’istruzione ed al lavoro, per costruire percorsi di vita che permettano loro di unirsi, promuovere i propri diritti, la propria dignità ed integrità di persona, anche durante i conflitti; sapere che ci sono valori, impegni internazionali e norme giuridiche per cui e con cui difendersi.

Lo stupro come arma di guerra – come si dice troppo spesso, anche legittimamente – non tocca direttamente le nostre vite quotidiane e materiali di oggi qui da noi, ma tocca e deve toccare la coscienza e la responsabilità morale ed etica di agire che ciascuno di noi ha come persona, ancora di più noi che svolgiamo compiti di rappresentanza elettiva ed istituzionale e, quindi, anche come parte che può influenzare, con le proprie decisioni, azioni ed interventi, le decisioni e la loro attuazione nelle sedi internazionali.