Oggi ho partecipato alla conferenza “L’amore non è violenza”, a Castelvetrano, per presentare un concorso contro la violenza sulle donne rivolto agli studenti delle scuole superiori.

Ecco il mio intervento.

 

Innanzitutto vi ringrazio di avermi voluto oggi con voi e faccio i miei auguri per il concorso.

 

Ho subito accettato l’invito perché l’occasione di poter parlare di femminicidio in una scuola, davanti a ragazze e ragazzi, mi è parsa preziosa, un momento di confronto con chi, seppur spesso trascurato dalla politica, rappresenta le speranze che abbiamo per il futuro.

 

Spero davvero che, con voi e con chi è ancora più giovane di voi, possa crescere una generazione capace di cambiare questo paese.

 

So che cambiare, in Italia, nell’Italia di oggi, sembra qualcosa di troppo difficile e faticoso, quasi impossibile. Tante le resistenze, tante le paure, tante le spinte che mirano a lasciare le cose ferme.

Ma le cose non vanno, e cambiare è una necessità vitale per tutto il Paese.

 

Una necessità che avverto urgente nel mio ruolo istituzionale e nella mia azione quotidiana, una necessità che non si potrà realizzare senza costruire un’alleanza larga, che deve coinvolgere anche chi è nel pieno della propria formazione e maturazione.

 

Ma parto da me.

Prima di essere senatrice e vice presidente del Senato ho lavorato nel sindacato, impegnata a difendere il valore e i diritti del lavoro.

Per tutta la vita, poi, mi sono battuta per i diritti delle donne.

Di sfide e di cambiamenti ne ho vissuti tanti.

 

La prima cosa che voglio dirvi è questa: nessun cambiamento è mai facile, cambiare costa sempre impegno, fatica, collaborazione.

È stato così quando il movimento femminista ha innovato la società italiana.

È stato così ogni volta che si sono ottenuti miglioramenti nel mondo del lavoro.

È stato ed sarà così ogni volta che qualcuno si è battuto o si batterà per l’uguaglianza, la libertà, i diritti.

 

Non abbiate allora paura, non lasciatevi scoraggiare da chi intorno a voi agisce come se tutto dovesse restare sempre fermo.

Siate voi i protagonisti del mondo che volete vivere domani.

 

Avete dalla vostra l’energia della gioventù e il tempo che questa età offre come occasione per realizzare i propri progetti e insieme i progetti che rendono migliore la vita di tutti.

Quella gioventù che Robert Kennedy ha una volta definito non come una stagione della vita, ma come “uno stato mentale: il predominio del coraggio sulla timidezza, del desiderio d’avventura sull’amore per la tranquillità”.

 

Troviamo insieme allora il coraggio per cambiare, a partire proprio dalla violenza contro le donne, che colpisce vigliaccamente libertà, uguaglianza e dignità di ogni persona.

 

La violenza sulle donne non è certo un fenomeno nuovo, ma è uno dei segni negativi più gravi che feriscono e rendono imperfette le democrazie contemporanee.

 

Il femminicidio non è più un’emergenza occasionale né un fatto privato, ma una tragedia sociale cronica, ormai strutturale.

Dal 2002, nel mondo, la prima causa di uccisione di donne tra i 16 e i 44 anni è l’omicidio da parte di persone conosciute.

E il 35% delle donne subisce nel corso della vita qualche forma di violenza (dati OMS).

Nel 2012 in Italia ci sono stati 124 casi di uccisione di donne in quanto donne, il 60% dei quali nel contesto di una relazione intima e il 40% dei quali con precedenti violenze subite dallo stesso partner.

 

Mentre gli omicidi di uomini sono di solito commessi da sconosciuti, durante atti di criminalità, quando ad essere uccisa è una donna è spesso per mano di persone vicine, in particolare partner o ex partner.

Si uccide una donna come gesto di violenza mirata a colpire proprio l’essere donna.

 

Questo perché la violenza contro le donne è un fenomeno fortemente legato agli stereotipi e alle mentalità maschiliste che hanno da sempre governato il mondo e che resistono più forti in alcuni paesi e retaggi sociali.

Gli abusi fisici e sessuali contro le donne sono più diffusi dove, per affermare l’autorità maschile all’interno della coppia, le abitudini culturali tendono a giustificare il ricorso alla forza.

 

In Italia purtroppo c’è forte resistenza nel superare un modello culturale maschilista, che non concepisce le donne in posizioni di pari potere.

Il femminicidio è per le donne italiane sia fisico che simbolico: con la violenza fisica o con la violenza verbale si cerca di limitare il ruolo delle donne, tenendo il paese ostaggio di una cultura misogina, discriminatoria, antistorica, a partire dalla famiglia.

 

È proprio nei modelli di famiglia, in concezioni del rapporto di coppia fondati sulla gerarchia, in un’idea dell’amore come possesso, che si nascondono le ragioni culturali che portano alle violenze verso le donne, spesso proprio verso le donne “amate”.

“Ti amo più della mia vita! Ti amo più della tua vita: e quindi o sei mia o ti uccido!”

Questo non è amore. Non esiste l’amore possessivo e violento. La violenza annulla ogni altro sentimento, distrugge tutto e lascia in vita solo se stessa.

Non credete a chi vuole giustificare comportamenti violenti, a chi usa la parola amore come alibi per azioni vergognose.

 

Condannate dentro di voi e tra di voi ogni violenza, distinguendo senza inganni chi sta dalla parte dell’amore e chi lo nega con la violenza.

 

Certo non è una sfida che dovete vincere da soli.

Sono qui per questo, per dirvi che potere contare su tante donne e tanti uomini che sono nelle Istituzioni e che lavorano concretamente per rendere l’Italia un paese più giusto, più uguale, più libero dalle violenze.

Potete contare su di noi. Ma anche noi contiamo su di voi.

 

In questi primi mesi, grazie anche al fatto che questo in carica è il Parlamento con più donne di sempre (siamo solo al 30%, ma fino alla scorsa legislatura eravamo al 20%), abbiamo fatto alcune cose importanti.

Abbiamo ratificato la convenzione di Istanbul, che è il punto più avanzato del diritto internazionale: il primo trattato che riconosce la violenza sulle donne come violazione dei diritti umani e invita ad agire a tutto campo per fermarla.

Abbiamo poi proposto l’istituzione di una commissione parlamentare di inchiesta sulla violenza contro le donne.

E abbiamo iniziato a lavorare per verificare l’impatto di genere delle scelte pubbliche, a coinvolgere i media nel processo di cambiamento, a lavorare perché anche la scuola si aggiorni e collabori all’eliminazione di ogni traccia di sessismo dai linguaggi.

 

Davvero credo che il cambiamento dei linguaggi, il superamento di stereotipi e atteggiamenti discriminatori, un nuovo e condiviso spirito culturale siano la chiave per il cambiamento.

 

Perché nel terzo millennio è così difficile adeguare al genere il linguaggio?

Si tratta di una questione di potere. Il mondo parla e si rappresenta al maschile perché maschile è stata da sempre la storia della società. Il linguaggio, culturalmente radicato e cristallizzato in stereotipi, diventa così elemento di conservazione piuttosto che di cambiamento.

Faccio sono un esempio: perché se dico “il governante” ci viene in mente chi governa un paese e se dico “la governante” chi gestisce la casa?

Io ho deciso di farmi chiamare Signora Presidente quando presiedo l’aula del Senato. Servono anche i segnali piccoli, soprattutto quando in posizioni di responsabilità – e quindi di esempio – come la mia.

 

Dobbiamo cambiare l’approccio culturale, promuovere una nuova qualità della relazione tra uomini e donne, aperta e solidale, che attivi reazioni forti e condivise, che renda le violenze sulle donne sempre meno accettabili socialmente, che promuova la parità, una parità rispettosa delle differenze, come elemento di uguaglianza e benessere per tutti.

 

Ecco perché il progetto che parte oggi è importante.

La scuola e l’educazione sono gli strumenti più forti che abbiamo per superare stereotipi, cambiare le abitudini, imparare ad usare un linguaggio rispettoso di identità e differenze.

 

Donne e uomini non sono uguali, sono diversi. Diversi e complementari. Per creare allora, davvero, pari opportunità, occorre riconoscere queste differenze, e su queste fondare i cambiamenti e la parità di genere, senza nascondersi dietro ad una falsa neutralità formale, che diventa un’altra forma di discriminazione.

 

Ovviamente occorre lavorare anche sulla sicurezza, su norme più severe, sul sostegno ai centri antiviolenza, ma senza un profondo cambiamento delle abitudini culturali non sconfiggeremo la violenza contro le donne.

 

Ecco perché conto su di voi.

 

Chi ha la vostra età è il più forte e naturale fattore di cambiamento che la storia conosca.

 

Chi scopre se stesso, riconosce le differenze con gli altri, forma la propria personalità, cerca il proprio spazio nel mondo, porta sul mondo uno sguardo nuovo, pulito e coraggioso.

Sogno un universo dove ogni differenza sia la base per poter essere amici” dice Lorenzo Jovanotti in una sua canzone (L’albero, 1997).

 

Da voi e dai vostri sogni deve partire la nuova Italia.

L’Italia di cui sarete protagonisti.

Un’Italia più giusta, più libera, con meno violenza, più vostra.

 

Grazie.