Stamattina ho partecipato a Verona all’iniziativa organizzata dalla Filcams-Cgil “Donne al lavoro nel terziario e nei servizi. Quali prospettive?”

 

Ecco le considerazioni che ho condiviso.

 

DATI DI SCENARIO

In Italia, secondo dati Istat 2013, lavora il 47,1% delle donne, rispetto ad una media UE del 58,6%. Siamo al terz’ultimo posto in Europa, lontani dai paesi più virtuosi e dagli obiettivi del 60% entro il 2020 definiti dalla strategia di Lisbona.

In particolare, tra le madri di età compresa tra 25 e 54 anni, il tasso di occupazione diminuisce al crescere del numero di figli: è pari al 60% per chi ha un solo bambino, mentre scende al 30% per le donne con tre o più figli.

Non stupisce, quindi, che secondo Eurobarometro il 49% degli italiani ritiene che avere figli sia un elemento che sfavorisce le donne nella ricerca di lavoro, mentre solo il 6%  pensa che avere dei figli sfavorisca un uomo.

 

Chi lavora, poi, fatica a trovare posizioni qualificate, viene pagata meno degli uomini, non riesce a fare carriera.

Tra il 2008 e il 2012, si sono persi 376.000 posti di lavoro qualificati occupati da donne, mentre le posizioni non qualificate sono 242.000 in più. Inoltre il gender pay gap italiano indica che, a parità di altre condizioni, in media la retribuzione oraria delle donne è dell’11,5% inferiore a quella degli uomini.

 

Questo nonostante l’Italia sia uno dei Paesi Europei in cui sono di più le donne che studiano all’Università: le ragazze arrivano con un voto di maturità più alto e si laureano prima. Ma il tasso di disoccupazione delle laureate è più alto di quello dei laureati. E anche le laureate guadagnano circa il 10% in meno dei colleghi uomini.

 

Inoltre solo il 25% delle imprese è rosa, e solo il 10% nei settori più innovativi.

 

L’Italia così è solo 71esima (e ultima in Europa) su 136 Paesi censiti per quanto riguarda l’uguaglianza delle opportunità tra i sessi secondo il Global Gender Gap Report 2013 del World Economic Forum.

È una questione di modelli culturali, di debolezze di sistema, di inefficacia delle politiche pubbliche, una questione collegata al fatto che l’85% delle posizioni di potere in Italia è destinata agli uomini.

 

Certo qualcosa inizia a cambiare: nell’ultimo anno c’è stato un incremento lieve dell’occupazione femminile (pari allo 0,4%, circa 100mila donne che lavorano in più), mentre quella maschile continua a calare. Forse anche da noi si inizia a porre il tema della mancession: il fenomeno per cui la recessione fa contemporaneamente diminuire la forza lavoro maschile e rilancia l’occupazione femminile.

I motivi sono molteplici, dalla crisi che ha colpito maggiormente settori tradizionalmente più maschili, al più alto livello di istruzione delle donne – 25% di laureate, contro il 12.5% degli uomini – che ha permesso di intercettare prima le opportunità di ripresa o di lanciarsi in idee di nuove imprese.

 

Sono segnali ancora minimi, ma indicano una direzione da seguire, nella consapevolezza che le donne possono essere il volano della ripresa e della crescita dell’Italia.

Lo conferma l’OCSE: la maggiore partecipazione delle donne al mercato del lavoro garantirebbe il mantenimento dei tassi di popolazione attiva e contribuirebbe ad aumentare il PIL dell’1%. E se si arrivasse al 60% di occupazione femminile, raggiungendo il traguardo di Lisbona, secondo stime di Bankitalia il PIL aumenterebbe del 7 per cento.

 

 

I SERVIZI

Servizi e terziario sono uno dei settori dove sono di più le lavoratrici e le imprenditrici.

Negli ultimi anni (dal 2008 al 2012 secondo dati ISTAT) l’occupazione femminile nei settori dei servizi e del commercio è aumentata del 10% in più rispetto a quella maschile (rispettivamente +14,1 e +4,6%).

 

Turismo, ristorazione, istruzione, assistenza sociale e servizi alla persona sono anche gli ambiti privilegiati del fare impresa al femminile (secondo un’analisi dell’Osservatorio sull’imprenditorialità femminile di Unioncamere).

Il 32,4% delle imprese alberghiere e di ristorazione hanno una donna alla guida. Il 29,2% nel caso di aziende di noleggio, agenzie di viaggio e altri servizi di supporto alle imprese.

 

Dati più positivi di altri settori, ma che nascondono alcuni elementi critici.

Il settore dei servizi e del terziario in Italia ha faticato ad affermarsi come settore innovativo e avanzato, restando invece connesso a quelle professioni a scarsa specializzazione.

Mentre altri paesi in Europa hanno investito nel lavoro più qualificato, sia manifatturiero che dei servizi, in Italia siamo rimasti fermi.

Anzi: in Italia sono diminuiti gli occupati nell’istruzione e nei servizi alle imprese (dalla pubblicità al marketing, dalla consulenza tecnica a quella manageriale, dalla ricerca e sviluppo alla gestione delle risorse umane), cresciuti quelli nel lavoro domestico e nell’assistenza delle persone anziane.

 

Sono mancate scelte strategiche di investimento, di sostegno al lavoro, di politica industriale ed economica.

Così rischiamo di restare ancorati al fatto che l’occupazione femminile ha trovato nelle attività dei servizi una valvola quasi scontata di assorbimento, senza qualificazione elevata, e completamente dentro quello stereotipo del lavoro di cura che la nostra cultura assegna alle donne (con grande numero di donne, quindi, occupate come colf, badanti, commesse).

 

La presenza delle donne nel mondo del lavoro, nella manifattura come nei servizi e nel terziario, è invece un fattore potenziale di innovazione e produttività.

 

L’analisi dei dati di produttività di un settore fortemente innovativo come ICT lo conferma: dove ci sono più donne dirigenti si ottiene il 35% in più nel rendimento degli investimenti.

Non è un dato secondario se pensiamo che entro il 2015 – domani, non in un futuro lontano – il 90% delle professioni in tutti i settori richiederà competenze tecnologiche.

 

SU COSA AGIRE

Lotta alla precarietà, che in questi anni ha colpito moltissime donne, giovani e adulte: nella direzione dell’annullamento del differenziale di costo del lavoro stabile e precario.

 

Condivisione dei carichi e dei compiti di cura, come effetto di un cambiamento culturale degli stereotipi maschili e femmilini sostenuto da un investimento proprio sui servizi, nell’ottica di un welfare rinnovato e armonizzato con le migliori esperienze europee, attento alla persona, capace di modularsi in modo flessibile sulle esigenze concrete di donne e uomini, giovani e anziani.

 

Conciliazione tra impegno di lavoro e scelte private, a partire dalla maternità. Serve lanciare una sfida larga e ambiziosa, per produrre un’inversione culturale che restituisca valore alla maternità come funzione sociale non alternativa al lavoro e per realizzare azioni concrete per tutelare l’occupazione delle donne e conciliarla con l’esercizio pieno dei diritti di cittadinanza.

Un modello potrebbe essere quello della Germania, dove una coalizione trasversale ha permesso di far sì che le donne ottenessero un posto garantito al nido per i loro figli.

 

Sostegno al lavoro e alle imprese che creano lavoro, riducendo il cuneo fiscale, incentivando l’occupazione femminile, scegliendo la valorizzazione del capitale femminile come uno degli assi strategici per rilanciare la crescita, in Italia come in Europa.

 

Per la prima volta dopo molto tempo l’anno è iniziato con auspici di opportunità, non solo con il rimbombo della crisi economica e finanziaria, con gli echi dello spread e del rating negativo. So che nella vita di lavoratrici e lavoratori, di persone e famiglie, le cose non sono cambiate, che siamo ancora pienamente dentro le difficoltà, ma non più sul baratro.

Si parla di riforme, e le riforme devono partire dal lavoro e dalle politiche industriali.

Tutte le proposte di riforma del lavoro su cui dibatteremo e ci confronteremo non possono rinunciare a legare in una catena sempre più forte lavoro, welfare, diritti civili, opportunità, e devono guardare al cambiamento generale della società, per permettere alle donne di rafforzare la propria indipendenza e autonomia.

 

 

IL CAMBIAMENTO DA ATTIVARE E IL CONTRIBUTO DELLE DONNE

Il contributo delle donne al cambiamento del paese è decisivo se vogliamo rendere il cambiamento qualcosa di finalmente reale.

In una società, come la nostra, dove le donne continuano a faticare molto di più e ottenere molto di meno, sono proprio le donne, insieme ai giovani, il soggetto più titolato a diventare protagonista del cambiamento e dell’innovazione.

Tutte le riforme e le azioni di cambiamento da realizzare devono allora assumere il punto di vista delle donne, mirando ad un’uguaglianza di genere fondata sul riconoscimento e la valorizzazione delle differenze.

Dove c’è rispetto, dove c’è collaborazione, dove c’è complementarità crescono e si moltiplicano benessere e opportunità per tutti, donne e uomini.

Le donne infatti innestano nel sistema competenze e valori che gli uomini non sono abituati a praticare.

Portano un punto di vista sulle cose che unisce senso pratico e creatività, con un potenziale di forte complementarità con l’utilitarismo asciutto e decisionista che spesso caratterizza l’atteggiamento maschile.

Le donne, principali responsabili delle decisioni d’acquisto, sono più abituate ad agire nei processi reali, li conoscono e sanno interagire efficacemente con essi. Questo porta consuetudine nel confronti delle novità e prudenza nella gestione più cauta dei processi finanziari.

Le donne inoltre sono più attente all’importanza del contesto ambientale in cui si lavora, si fa ricerca o si produce. È vero che talvolta faticano ad essere tra loro solidali, ma tendono ad una maggiore ricerca di collaborazione di idee e saperi, caratteristiche decisive per i settori dell’economia della conoscenza e per i settori tecnologici e digitali, che agiscono in uno spazio reticolare, che spinge a condividere.

Le donne sono anche più flessibili e multitasking, adatte quindi a lavorare con successo negli ambienti dove il cambiamento e la velocità dei processi sono condizioni con cui interagire costantemente.

 

Le competenze delle donne sono fattori di competitività, troppo spesso sottovalutati e che invece dobbiamo rimettere al centro di ogni idea di sviluppo, nel quadro di un cambiamento culturale vero e profondo.

 

Dobbiamo cambiare paradigma, rivoluzionare la nostra società.

Dobbiamo far crescere le ragazze e le bambine consapevoli di poter realizzare i propri progetti in ogni settore, sulla base delle proprie caratteristiche e competenze, senza dover accettare modalità di competizione al maschile e senza rinunciare ad aspetti importanti della propria femminilità.

Superando quegli stereotipi che agiscono sui modelli, i progetti e i sogni di bambine e bambini, già da piccolissimi, dividendo il mondo in percorsi possibili e scoraggiati, con autostrade per gli uomini e strade sterrate per le donne.

 

L’onda femminile può essere una forza che rimodella l’economia con investimenti immateriali e valorizzazione delle risorse umane.

 

Puntare sulle donne, valorizzare il capitale femminile, rafforzare l’empowerment delle ragazze, introdurre il mainstreaming di genere come valore guida per tutte le scelte strategiche aiuta allora non solo le donne ma la costruzione di un futuro positivo e credibile per tutta l’Italia.

Perché parlare di uguaglianza di genere o di contributo delle donne alla crescita del Paese non significa occuparsi di questioni femminili, ma di temi rilevanti per il futuro di tutti.