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Stamattina sono intervenuta a Novara al convegno Il Web non è il far West! La tutela dei minori su internet e social network dove è statopresentato il ddl della Senatrice Elena Ferrara per contrastare il cyberbullismo.

Come è indicato nella relazione che accompagna il ddl “per cyberbullismo si intende ogni forma di furto d’identità, aggressione, denigrazione, ingiuria, diffamazione, molestia, alterazione, acquisizione illecita, manipolazione, trattamento illecito di dati personali in danno di minorenni, realizzata per via telematica”.

È un fenomeno che coinvolge sempre più ragazze e ragazzi.

Secondo una ricerca Ipsos per Save the children, infatti, 4 minori intervistati su 10 sono testimoni di atti di bullismo online verso coetanei e il 5% dice che è un’esperienza abituale.

Si può attirare l’attenzione del cyber bullo se ci si veste in modo insolito, se si ha un colore della pelle diverso o finanche se si è la più graziosa della classe. Nei criteri di elezione della vittima infatti conta la “diversità”, nelle sue varie declinazioni: l’aspetto estetico (67%, con picchi del 77% tra le femmine dai 12 ai 14 anni), la timidezza (67%, che sale al 71% sempre per le ragazze preadolescenti), il supposto orientamento sessuale (56% che arriva al 62 per i preadolescenti maschi), l’abbigliamento non convenzionale (48%), l’essere straniero (43%), la bellezza femminile che “spicca” nel gruppo (42%), e persino la disabilità ( 31%, che aumenta al 36% tra le femmine dai 12 ai 14). Di minore importanza, o almeno non abbastanza per attirare l’attenzione dei bulli, sono invece considerati l’orientamento politico o religioso.

Per la maggior parte dei ragazzi (pari all’83%), gli episodi di bullismo “virtuale” sono molto più dolorosi di quelli reali perché non ci sarebbero limiti a quello che si può dire e fare (73%), potrebbe avvenire continuamente e in ogni ora del giorno e della notte (57%) o non finire mai (55%).

Il cyberbullismo produce così conseguenze tragiche, fino alla morte, come accaduto in recenti fatti di cronaca.

Non dobbiamo demonizzare quello che accade online ma fornire a tante ragazze e tanti ragazzi le competenze necessarie per una fruizione più consapevole della rete.

Capire con quali emozioni, quali paure, quali bisogni bambine, bambini e adolescenti si presentano su social network e spazi di discussione online, o come usano telefonini e smartphone. E aiutarli a socializzare – nell’esperienza fisica come in quella digitale – in modo sano, positivo, rispettoso delle differenze.

È un compito che riguarda tutti: le famiglie che devono essere il primo modello positivo di comportamento. La scuola che deve insegnare ai ragazzi e alle ragazze a crescere insieme e che deve poter contare su un personale formato all’utilizzo sicuro della Rete.  I media che devono offrire modelli non discriminatori che consentano di accettare e rispettare la diversità. E infine le istituzioni che devono trovare il giusto equilibrio tra regole e libertà, e che devono avere forza e credibilità per guidare il cambiamento.