Oggi al Maxxi a Roma c’è stata una giornata di ricordo di Miriam Mafai, con proiezione di video, letture di suoi scritti e la presentazione dell’associazione a lei dedicata.

 

Sono intervenuta nella parte di dibattito dedicata a “Donne, media e potere”, insieme ad Emma Bonino e Myrta Merlino.

Ecco quello che ho detto.

Buonasera a tutte e tutti e grazie dell’invito.

Per me è sempre un piacere enorme, oltre che un onore, ricordare Miriam, che ho stimato, ammirato, di cui sono stata amica, da cui ho imparato molto.

Sono quasi 2 anni che ci ha lasciato.

Quel 9 aprile del 2012 abbiamo perso un riferimento intellettuale, una donna che con intelligenza, passione e forza d’animo è stata un modello per tante e tanti di noi, una grande giornalista.

In questi due anni – due anni di cambiamenti profondi e di lenta e faticosa ricerca di stabilità e rilancio del Paese – ci sono mancati il suo spirito critico, la sua capacità di cogliere in modo originale i cambiamenti sociali e politici, il suo coraggio e la sua determinazione, la sua capacità di stare dentro il paese reale, a contatto con le persone che ogni giorno affrontano difficoltà e gioie, battaglie e scelte.

Miriam era una donna attenta agli altri, interessata ai cambiamenti e alle sfumature con cui il mondo si presenta, rigorosa nel ragionare e nell’indagare le condizioni di vita delle persone, i costumi sociali, le sfide per cambiare.

Anche nell’essere stata appassionata militante e protagonista di tante battaglie politiche e per le donne, Miriam è sempre stata una giornalista: osservatrice curiosa e mirabile narratrice della nostra Repubblica.

Tanto da aver lei stessa detto – in una delle sue battute più famose: «Tra un weekend con Pajetta e un’inchiesta, io preferirò sempre, deciderò sempre, per la seconda».

Dall’esperienza della resistenza, a quella di funzionario del PCI, poi la carriera giornalistica, dall’Unità a Paese Sera fino alla fondazione di Repubblica, e ancora il femminismo e le battaglie civili e democratiche, da quelle degli anni ’70 a quelle di questo inizio secolo, con in mezzo l’esperienza di Parlamentare negli anni ’90: Miriam ha attraversato davvero tutte le fasi e tutti i momenti decisivi della nostra storia recente, mostrando quella lucidità, quella passione e quella umanità che sono tipiche solo di poche grandi donne.

Ricordare la sua figura ci pone quindi direttamente a contatto con il tema di queste riflessioni, “Donne, media e potere”.

Da grande giornalista ha sempre avuto uno sguardo attento e critico verso il potere, conservando sempre quella onestà intellettuale e quell’autonomia di pensiero che non è così scontato riscontrare oggi.

Da grande donna Miriam ha poi saputo insegnare, con affetto e severità tipiche della sua generazione, a tante donne più giovani a non temere e anzi sfidare le difficoltà di mondo e di un potere troppo maschile, facendo sentire la forza delle competenze e delle energie femminili, una forza davvero capace di essere dirompente quando unitaria, decisa, concreta.

Certo in Italia non è facile far esprimere e far sentire questa forza.

Siamo una società che non tutela le donne, che non riconosce le differenze e che non riconosce il loro valore.

In Italia c’è ancora una fortissima resistenza nel superare un modello culturale maschilista, che condiziona i ruoli, le abitudini, le tradizioni familiari e sociali e incide sul modo con cui rappresentiamo il mondo, attraverso stereotipi e discriminazioni.

Gli stereotipi sono semplificazioni rigide che usiamo come “scorciatoie” rispetto alla complessità del mondo. Rendono semplice ciò che è complesso, con forzature cognitive che eliminano profondità e differenze.

Sono costruzioni sociali che si radicano poco a poco, fino a divenire idee stabili che si tramandano tra generazioni.

Un processo nel quale i media hanno acquisito crescente influenza e in cui il potere tende a diventare difensivo e conservativo.

Gli stereotipi condizionano gli immaginari sociali condivisi, li orientano alla conservazione di sistemi di potere, definiscono quello che ciascun uomo e ciascuna donna può e non può desiderare e realizzare.

L’uso degli stereotipi di genere produce una rappresentazione rigida e distorta della realtà, che si basa su ciò che ci aspettiamo dalle donne e dagli uomini. Sono aspettative consolidate, che non vengono messe in discussione perché apparentemente fondate su differenze biologiche tra uomini o donne.

Ma gli stereotipi non hanno nulla di naturale, sono rappresentazioni culturali che possiamo cambiare.

Dobbiamo sfidare quelle rappresentazioni che scelgono di semplificare e conservare.

Dobbiamo farlo ponendo attenzione al linguaggio, che è il sistema con cui diamo forma e senso alla realtà, nel quale si formano e risiedono gli stereotipi.

In questo processo ha un ruolo decisivo il sistema mediatico e dell’informazione, che tranne poche eccezioni non ha saputo in questi anni fronteggiare il decadimento culturale, e che anzi ha agito come fattore di rafforzamento degli stereotipi.

Ce lo ha ricordato tante volte anche Miriam.

I media ormai, da alcuni decenni, sono non più solo protagonisti del dibattito informato, fonti autorevoli e poli di orientamento, ma veri e propri agenti di formazione dell’identità personale e binario dei processi di socializzazione.

E nella televisione, nell’informazione, nella pubblicità, nell’insieme del sistema dei media, le donne sono ridotte a pochi stereotipi ricorrenti e impoveriti: donne irreali, oggetti, corpi, ancelle, veline.

Ogni volta che i media ripropongono modelli femminili appiattiti, passivi e stereotipati, li consolidano.

Ma i media, come tutta la società, sono in veloce cambiamento.

Siamo in mezzo ad una rivoluzione, che corre sulla rete, sulle relazioni orizzontali, sulla frammentazione e moltiplicazione dei flussi, su nuove forme di socialità e nuovi, possibili, paradigmi culturali.

È una rivoluzione cui il sistema pesante dell’Italia reagisce con passiva ma ostinata resistenza, una rivoluzione che invece dobbiamo saper guidare, cogliendo l’occasione storica di vivere in un momento di grandi trasformazioni, tirando fuori il coraggio e la determinazione delle donne.

“Come donne nessuno ci ha mai regalato niente”, diceva spesso Miriam. E spesso ricordava alle più giovani di “non abbassare la guardia, non si sa mai. Le conquiste delle donne sono ancora troppo recenti.”

Le conquiste delle donne sono recenti, continuamente messe in dubbio, ancora in molti casi da realizzare.

È la sfida che abbiamo davanti, una sfida per riconoscere e valorizzare le differenze di genere che riguarda poteri e linguaggi dominanti nei media.

Chi racconta la realtà e fa informazione, nei quotidiani, in tv, alla radio, nelle varie modalità offerte dalla rete, nel lavoro attento di svelamento della verità, ha la decisiva responsabilità di contribuire a rompere gli stereotipi, le rappresentazioni rigide e discriminatorie, i linguaggi sessisti.

Miriam ce l’ha insegnato con il suo esempio e con la sua vita.

E seguendo proprio quell’esempio occorre condividere la sfida dell’innovazione etica nelle rappresentazioni culturali e nei linguaggi, la sfida dell’educazione ai media, offrendo a ragazze e ragazzi strumenti di interpretazione critica e consapevolezza di diritti e possibilità.

Strumenti e consapevolezza che Miriam ha praticato sempre e che erano guida del suo essere giornalista, donna libera, autorevole e forte.