Oggi sono stata ospite e sono intervenuta al congresso nazionale dello SPI-CGIL a Rimini.

Di seguito il mio intervento.

Schermata 2014-04-15 alle 21.32.41

 

Innanzitutto grazia a Carla e a tutte e tutti voi per avermi invitato.

È per me sempre un grande piacere partecipare a momenti così importanti della vita di una federazione sindacale come il Congresso.

So quanta passione, quanta energia, quante competenze si sono attivate in questi mesi nel processo – in mezzo alla gente reale, nei territori e nelle leghe – che vi ha portati qui.

In particolar modo sono onorata di essere con voi, nel mio ruolo di senatrice e di Vice Presidente del Senato, con voi che siete le mie compagne e i miei compagni di strada, da iscritta come sono allo SPI CGIL.

Non sono più una dirigente della Cgil, ma continuo ad essere una di voi.

Qui oggi si riunisce e si rappresenta una delle forze più vive e decisive del Paese.

Diciamolo chiaramente: in questi anni, in particolar modo con la crisi, pensionate e pensionati sono stati una riserva di solidarietà e di democrazia decisiva per dare sostegno alle famiglie in difficoltà e per tenere alta la sfida per i diritti e la dignità di ciascuna e ciascuno di noi.

Chi ha perso il lavoro, chi ha visto ridursi le entrate familiari, chi si è trovato di colpo in bilico tra serenità e baratro, chi non ha trovato sostegno nelle Istituzioni e non ha avuto garantiti servizi, chi non avrebbe potuto permettersi di avere un figlio, chi ha subito i devastanti effetti della precarietà: tutte e tutti, giovani, giovani coppie, famiglie hanno trovato nei pensionati un’ancora di salvataggio e di protezione.

Siete quella parte del paese che ha costruito davvero le opportunità, la fiducia e la speranza per tanti giovani di oggi, per i figli, per i nipoti.

Avendo tanto o poco, pensionate e pensionati l’hanno messo a disposizione degli altri.

Eppure il vostro ruolo non è stato riconosciuto e valorizzato, e le pensioni sono a lungo sembrate, ogni anno e ad ogni governo, un bacino cui attingere per rispondere alle debolezze finanziarie ed economiche del Paese.

Come se la pensione fosse un privilegio e non un diritto acquisito e non negoziabile.

Invece c’è chi ha soffiato sul fuoco della devastazione sociale per provare a creare un conflitto generazionale, a mettere i giovani contro gli anziani, a insinuare la pericolosa convinzione che dividendo i destini delle diverse generazioni qualcuno potesse stare meglio.

Non è così e lo dimostrano le storie di vita degli italiani e delle italiane.

Dividere e contrapporre diritti e generazioni porta solo alla disgregazione della comunità, che è invece un bene prezioso che dobbiamo salvaguardare e rilanciare.

Qui lo sapete bene.

L’esperienza, i vissuti, le competenze, la memoria, le speranze, la forza della storia di donne e uomini che lo SPI esprime è un esempio di sguardo solidale, generoso e democratico con cui costruire il futuro del Paese, il futuro di tutte e tutti i cittadini di oggi e di domani.

Sono da sempre convinta che il futuro si possa costruire positivamente solo condividendo energie e prospettive, e credo quindi che quello che ci serve sia un nuovo patto tra generazioni, per ritrovare la forza di una comunità coesa e solidale, nella quale ogni persona, di qualunque età, senta viva la possibilità di realizzare i propri progetti.

Per realizzare questo serve però invertire il ciclo culturale ed economico e rilanciare politiche e investimenti per la crescita, per realizzare un benessere accessibile a tutti.

Questa è la sinistra, questo significa battersi per un Paese più giusto, più uguale, con più qualità della vita e una qualità della vita meglio distribuita e più condivisa.

L’austerità e cattive o assenti politiche sociali, di sviluppo e per il lavoro ci hanno portato a subire passivamente e duramente la crisi.

Certo abbiamo anche il dovere come ci ha ricordato Napolitano di abbattere il debito; è una nostra responsabilità per non scaricare sulle giovani e future generazioni il peso di sciagurate politiche pubbliche compiute dalla politica precedente.

Come ha ricordato ancora domenica scorsa sulle pagine del Sole 24 Ore Paul Krugman, nonostante le politiche del rigore si siano già da tempo rivelate fallimentari, in Europa non si è avuto il coraggio intellettuale e morale di criticare e mettere in discussione quelle politiche, continuando a darla vinta a chi ha pensato e pensa che il deficit sia più grave della disoccupazione.

Coraggio che so non è mancato a chi come voi ha sempre criticato l’impostazione tecnico-rigorista, ma è mancato per troppi anni ai nostri governi.

Ora qualcosa ha iniziato a modificarsi.

In un anno, pur con un governo di larghe intese, ci sono stati segnali di inversione di tendenza, interna come nel peso e nella credibilità che abbiamo riguadagnato il Europa.

L’UE è l’unico ente sovranazionale che ha storia, credibilità e autorevolezza – se invertiamo l’orizzonte delle scelte politiche ed economiche – per proporsi come modello di crescita e guida etica per i percorsi dell’economia globale e per i diritti umani, sociali e civili.

È per questo che i mesi che abbiamo di fronte – con le elezioni, il rinnovo della Commissione e il semestre di Presidenza italiana – saranno decisivi.

Le politiche di austerità hanno portato l’Europa in questi anni a non essere un alleato per cittadine e cittadine, lavoratrici e lavoratori, pensionate e pensionati.

L’Europa deve invece tornare ad ambire al primato della crescita sostenibile e del welfare universalistico.

A chi dice “no Euro” dobbiamo rispondere che serve una Eroupa nuova, diversa, con un forte legame e peso dell’Italia in Europa.

Il governo ha mostrato di credere nel cambio di rotta che è necessario, in Italia come in Europa.

Il DEF approvato dal Consiglio dei ministri ha indicazioni positive, sull’Irpef come sull’Irap, ed è inquadrato in un’ottica di riequilibrio del sistema, con la riduzione, via spending review, di sprechi e guadagni eccessivi e la richiesta di partecipare alla sfida della crescita a tutti i soggetti economici e sociali.

Ed è un buon segnale che, dopo essere intervenuto a sostegno dei redditi più bassi, Renzi abbia dichiarato sabato scorso a Torino che l’anno prossimo sarà l’anno di sostegno alle pensioni. E qui l’operazione dovrà essere molto attenta ed equilibrata: dovrà sicuramente riferirsi ai livelli di pensione bassa, ma dovrà anche misurarsi con il tema della rivalorizzazione del potere d’acquisto delle pensioni anche per fasce diverse, così come è altrettanto chiaro, che insieme a queste scelte si renderà necessario che pensioni alle ricche si debba chiedere un contributo di solidarietà attiva.

Ovviamente siamo solo all’inizio, e devono arrivare fatti e risultati concreti.

Ma credo che dobbiamo guardare in modo positivo e collaborativo agli scenari nuovi che si possono aprire.

C’è un punto, invece, su cui credo che il Premier sbagli clamorosamente.

Quando non riconosce come determinante il ruolo e il contributo alla costruzione di questo cambio di rotta delle parti sociali, di chi insieme alle istituzioni e ai partiti politici (che sono da rafforzare, valorizzare, rivitalizzare) contribuisce alle scelte comuni.

Senza la rappresentanza democratica del mondo del lavoro, dei pensionati, dell’impresa, non c’è qualità della partecipazione e non può esserci una concreta realizzazione del cambiamento a cui tutti lavoriamo.

In questo, nel pensare sempre all’interesse generale del Paese e voler contribuire a realizzarlo, c’è l’essere strutturalmente e convintamente confederali da parte di un sindacato, come lo SPI.

Il vostro documento già dal titolo “La forza del nostro viaggio” esprime l’intensità e la lungimiranza di uno sguardo rivolto al futuro di tutte e tutti.

Povertà, lavoro, giovani, cura, ambiente, sviluppo, legalità: c’è un programma per il paese.

Voglio soffermarmi su un punto, che so caro a voi, allo SPI, come scrivete nel documento, “sindacato di donne e uomini”.

Per cambiare davvero occorre mettere al centro il lavoro delle donne.

Il basso tasso di lavoro femminile è uno dei principali fattori che frenano la crescita, sia in termini quantitativi che qualitativi.

Non solo, secondo stime Ocse e Bankitalia, aumentare il tasso di occupazione femminile permetterebbe una crescita del PIL fino al 7%, ma una maggiore presenza di donne nel mondo del lavoro, dell’impresa, come delle istituzioni e della società civile, permetterebbe di far crescere quei valori – etica, responsabilità, collaborazione, sostenibilità, qualità, innovazione – su cui dobbiamo costruire le prospettive di crescita italiana ed europea.

Misure fiscali, come incentivi per il lavoro femminile e detrazioni per le spese dei servizi di cura – dall’infanzia alla vecchiaia.

Accesso al lavoro, eliminazione del gender pay gap e facilitazione dei percorsi di carriera femminile.

Condivisione vera dei compiti familiari, per realizzare quella conciliazione dei tempi privati e di lavoro senza che tutta la fatica continui a pesare solo sulle donne.

Apertura a forme di flessibilità contrattuale – come il part time – che aiutino proprio la conciliazione dei tempi di vita, senza però aggravare le condizioni precarie di tante lavoratrici, ma anzi facilitando e valorizzando le scelte di maternità.

Servizi alla persona e riforma del welfare proprio per accompagnare le scelte di vita di ciascuna e ciascuno.

Gli ambiti su cui ragionare, condividere e proporre sono ampi e uniscono misure prettamente economiche e misure sociali e culturali, parte di quel complesso lavoro di cambiamento per rendere la nostra democrazia – come quella di tutto il modello europeo – più paritaria, uguale e forte.

Siamo immersi in profondi e inediti cambiamenti, il perdurare della crisi politica, sociale e del lavoro ha cambiato anche orientamenti e culture e dobbiamo saper rispondere con i valori di sempre, ma con nuove scelte, coraggiose e determinate.

Con culture e politiche non ideologiche, non astratte, ma sempre dentro i processi reali, collegati con la realtà e gli interessi di base veri delle persone, delle generazioni anziane e insieme delle più giovani.

Serve un serio e vero cammino insieme, sapendo sempre connettere la politica ‘alta’ con i bisogni reali.

Questo è il tratto distintivo di chi è stato nella vita lavorativa sempre dalla parte di chi aveva meno potere e subiva ingiustizia e negazione di diritti e di opportunità.

Questo è quello che riconosco in voi.

Ora, in questa fase di effettivo e profondo cambiamento, questa vostra attitudine, questa forza tranquilla e solida che rappresentate, la spendente ancora una volta per partecipare al cambiamento positivo per tutte e tutti.

A voi questo Paese e le sue Istituzioni devono rispetto e risposte, e vi devono dire grazie.

Da Vice Presidente del Senato io ve lo dico:

grazie.