Oggi sono intervenuta in una delle sessioni del seminario di formazione ed empowerment che ha visto partecipare 16 donne prevenienti da Algeria, Libano, Marocco e Tunisia.

 

È stata una interessante e preziosa occasione di incontro e scambio.

Di seguito quello che ho detto.

Innanzitutto anche da parte mia benvenute.

Questo progetto di formazione ed empowerment è un’occasione preziosa di scambio, di conoscenza, di approfondimento comune.

 

Sono onorata di essere qui e di avere il privilegio di portarvi il mio punto di vista.

Le battaglie per le donne e per la parità di genere sono stata una costante delle mia vita, nell’impegno politico, nel lavoro nel Sindacato ed oggi nella responsabilità di Vice Presidente del Senato.

 

Ho vissuto la battaglie per i diritti civili, per l’aborto, per il divorzio. Le battaglie che hanno cambiato radicalmente la società italiana.

Ho visto in prima persona, da sindacalista, in Italia e in Europa, quanto il lavoro delle e per le donne sia troppo faticoso e duro, difficile da ottenere, conservare, veder rispettato e valorizzato.

Ma ho visto anche quanto il lavoro femminile, come la possibilità per le donne di fare impresa, possa contribuire – e in molti casi di eccellenza contribuisca – a migliorare la qualità dei processi produttivi e il valore che viene effettivamente prodotto. Valore economico, etico, democratico, di innovazione.

 

In Italia negli anni molto è cambiato, ma molto resta da fare.

Sono fortemente convinta che quello per la parità di genere in ogni ambito sia oggi un cambiamento decisivo, fondamentale per la sfida istituzionale, politica e sociale di migliorare il benessere per tutte le comunità nazionali.

È la sfida che è davanti a noi, credo in tutti i Paesi che sono qui rappresentati.

 

È evidente che ci sono differenze profonde negli assetti istituzionali, nei valori e nelle abitudini sociali, culturali e religiose dei nostri Paesi, ma sono differenze che stanno evolvendo, in una dinamica ormai globale delle sfide per i diritti, le libertà, una migliore democrazia.

 

Come emerge dalla Relazione sulla situazione delle donne in Nordafrica del Parlamento europeo (presentata dalla parlamentare del PD Silvia Costa nel 2013), “negli ultimi decenni le donne di questi paesi sono divenute maggiormente presenti nell’istruzione superiore, nelle organizzazioni della società civile, nelle imprese e nelle istituzioni. […] Nonostante ciò, la situazione socioeconomica, in particolare l’alto livello di disoccupazione giovanile e femminile e la povertà, porta spesso all’emarginazione delle donne e le rende sempre più vulnerabili”.

 

In questo quadro quello che mi colpisce, allora, non sono tanto le differenze, quanto i piani di battaglia convergenti che sostanziano la sfida del cambiamento.

 

C’è una questione di pari accesso e contributo alla democrazia e ai Parlamenti, che è stata, anche in ottica di genere, una delle richieste delle primavere arabe.

Ma anche in Italia stiamo lottando per rendere paritaria la nostra democrazia e per rendere paritaria la presenza di genere, nel Parlamento nazionale (dove siamo al 33% di donne, ed è il risultato più alto di sempre) come in quello Europeo (dove le donne nella legislatura che sta terminando erano il 31%).

 

C’è poi, chiaramente, la battaglia contro la violenza sulle donne.

Da agosto in Europa entrerà in vigore la Convenzione di Istanbul, che è l’atto giuridico internazionale più avanzato nel contrasto alla violenza di genere.

La Convenzione definisce la violenza contro le donne una violazione dei diritti umani e imputa alle istituzioni e alla società il compito di un’azione profonda e di sistema per eliminarla.

Un’azione a tutto campo, che deve vedere uniti governo, Parlamento, società civile, scuola, media e informazione, mondo del lavoro e delle imprese. Un’azione necessaria in Italia, in Europa, nei paesi del Nord Africa e del Medio Oriente, come in tutto il resto del mondo, visto che il femminicidio è un fenomeno strutturale di tutte le società.

 

C’è poi da rendere più facile la partecipazione delle donne al lavoro e all’impresa. E rendere, insieme, quindi, più facile la vita alle donne, per poter accedere realmente ad opportunità come gli uomini e poter contribuire alla crescita della propria comunità.

 

Il basso tasso di lavoro femminile è uno dei principali fattori che frenano la crescita, sia in termini quantitativi che qualitativi. Una maggiore presenza di donne nel mondo del lavoro, dell’impresa, come delle istituzioni e della società civile, permetterebbe di far crescere PIL e insieme quei valori – etica, responsabilità, sostenibilità, qualità – su cui dobbiamo costruire le prospettive di crescita dell’Europa e dell’area mediterranea.

 

Le donne infatti innestano nel sistema economico e produttivo competenze e valori che gli uomini non sono abituati a praticare.

Portano nelle imprese un punto di vista sulle cose che unisce senso pratico e creatività, con un potenziale di forte complementarità con l’utilitarismo asciutto e decisionista che spesso caratterizza l’atteggiamento maschile.

Le donne sono abituate ad agire nei processi reali, li conoscono e sanno interagire efficacemente con essi. Questo porta consuetudine nel confronti delle novità e prudenza nella gestione più cauta dei processi finanziari.

Le donne inoltre sono più attente all’importanza del contesto ambientale in cui si lavora e si produce.

È vero che talvolta faticano ad essere tra loro solidali, ma tendono ad una maggiore ricerca di collaborazione di idee e saperi, caratteristiche che ben collimano con quelle richieste oggi, sia in termini di rilancio del senso di comunità, sia per quei settori innovativi, tecnologici e digitali che offrono nuove opportunità fondate sul condividere.

Le donne sono anche più flessibili e multitasking, adatte quindi a lavorare con successo negli ambienti professionali e produttivi contemporanei, dove il cambiamento e la velocità dei processi sono condizioni con cui interagire costantemente.

 

Dalle esigenze delle donne, e in particolare delle donne che lavorano e fanno impresa, emergono le chiavi anche per ripensare il welfare – per quei paesi che l’hanno sperimentato fino ad oggi – o farlo crescere dove finora ha faticato a svilupparsi.

Ripensare il welfare significa mettere al centro le persone e le persone che lavorano, a partire dalle donne che sono le meno tutelate.

Significa allora realizzare servizi e scelte concrete per facilitare la conciliazione dei tempi privati e di lavoro, la condivisione dei compiti di cura tra uomini e donne, le scelte di maternità, che devono essere tutte garantite e sostenute.

Se guardiamo ai singoli stati, troviamo condizioni molto diverse, ma credo siano sfide che dobbiamo ormai considerare globali, che riguardano le vecchie democrazie come le nuove.

D’altra parte dai dati del Global Gender Gap 2013 emerge come la situazione non sia brillante né in Italia (solo 71° posto), né nei paesi del Nord Africa e Medio Oriente, dove non si registrano avanzamenti significativi, con performance particolarmente negative rispetto a partecipazione politica e opportunità economiche.

 

Ma nel quadro globale i paesi dove davvero ci sono condizioni di pari opportunità tra generi sono limitati, molti di più quelli dove le donne faticano, ci sono discriminazioni e atteggiamenti, abitudini e linguaggi sessisti.

 

Ecco perché credo ci sia spazio per una alleanza globale delle donne.

Un’alleanza per il cambiamento, un’alleanza che parta dall’idea che oggi il cambiamento deve partire dalle questioni di genere, che il futuro è donna.

 

Dalle donne, dal loro essere più in difficoltà, dall’eccessiva fatica e dagli intollerabili rischi che corrono, emerge un piano di cambiamento che non riguarda solo la metà femminile del mondo, ma tutte e tutti.

Perché parlare di uguaglianza di genere o di contributo delle donne alla crescita dei nostri e di tutti i paesi non significa occuparsi di questioni femminili, ma di temi rilevanti per tutti.

 

Non si tratta di rivendicare spazi e occasioni solo delle donne, o di rilanciare quelle che sono state considerate da sempre, con uno sguardo miope, questioni femminili, ma di un cambio di paradigma culturale, che metta al centro le persone, l’uguaglianza, la democrazia. Questioni centrali per le sfide del futuro worldwide.

 

In questo processo di cambiamento credo che un ruolo decisivo debba giocarlo l’Europa, se sapremo vincere la sfida per un’Europa della crescita e degli investimenti per il lavoro puntando sul lavoro delle donne, con un cambio di rotta netto nel prossimo Parlamento e con la Prossima Commissione.

L’Italia può trovare nuovo protagonismo, a partire dal semestre italiano di presidenza dell’Unione, che può e deve essere anche l’occasione per rilanciare una stagione dei diritti, delle libertà e delle pari opportunità, che dall’Europa si allarghi alle aree geografiche limitrofe, come quelle del mediterraneo, e che sfidi i processi economici e democratici globali.

 

Dobbiamo cambiare paradigma, rivoluzionare le nostra società, tutte.

Dobbiamo far crescere le ragazze e le bambine, ovunque nascano, consapevoli di poter realizzare i propri progetti in ogni settore, sulla base delle proprie caratteristiche e competenze, senza dover accettare modalità di competizione al maschile e senza rinunciare ad aspetti importanti della propria femminilità.

Dobbiamo riconoscere e valorizzare le differenze di genere, fare di questa nuova consapevolezza del valore delle differenze il punto di forza di una stagione di cambiamento.

 

C’è bisogno per questo di un’alleanza larga, che parta dalle scuole, che sia condivisa da media e informazione, che trovi la partecipazione di tutti i soggetti vitali della società civile e della rappresentanza economica e del lavoro, che sono un prezioso strumento di esercizio della democrazia e un facilitatore potente anche dell’allargamento dei diritti. E c’è bisogno, fortemente bisogno, di una politica positiva, che costruisce, che dialoga, che ritrova uno spirito di condivisione internazionale e globale.

 

Ci attende un lavoro intenso, complesso, non più rinviabile.

Per i Paesi europei, come per i Paesi interessati dalla “Primavera araba”, dove le donne hanno avuto un ruolo attivo come manifestanti, organizzatrici e leader, come per i Paesi dove la protesta non è esplosa in forma evidente, oggi la sfida per le donne è unire la battaglia civile, per diritti, lavoro e partecipazione nelle imprese, e l’azione politica, per cambiare culture e società, partecipare alle elezioni, alle riforme e alla stesura delle nuove Costituzioni, assumere la leadership del cambiamento e orientarlo verso i diritti delle donne e la parità di genere.

 

In società dove le donne continuano a faticare molto di più e ottenere molto di meno, sono proprio le donne, insieme ai giovani, il soggetto più titolato a diventare leader del cambiamento e dell’innovazione.

Ecco, chiudo con questa idea di leadership che vi lancio e propongo come terreno comune di alleanza: ciascuna ricerchi il proprio spazio di affermazione nel campo professionale che ha scelto, ma tutte insieme proviamo a far emergere e praticare una leadership forte e collettiva delle donne per il cambiamento.

L’onda di una leadership femminile globale può essere una forza che rimodella le società, l’economia e la cultura globale.