Signor Presidente, esiste in Parlamento una maggioranza molto larga, che concorda sulla necessità di riformare la legislazione del lavoro e nessuno tra di noi credo sostenga che tutto va bene così e che deve restare come sta. Ciononostante, la nuova disciplina e in special modo le modifiche all’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori hanno suscitato un ampio e aspro dibattito nel Paese.

Ma credo che non possa essere considerato dibattito politico il lancio di volumi della Costituzione verso il banco del Presidente del Senato.

Oggi lo abbiamo visto qui in Aula. Mi chiedo come sia possibile che dei parlamentari possano pensare che una gazzarra in Aula aiuti il mondo del lavoro, aiuti i disoccupati a trovare occupazione e possa trasformare la crisi in crescita e sviluppo. La violenza in un’Aula parlamentare, signor Presidente, è una brutta cosa. Fa molto male a chi la pratica e fa male al Parlamento. La violenza in Aula è violenza nei confronti della democrazia. Debbo ringraziare lei, Presidente Grasso, per la pazienza con la quale ha condotto oggi la seduta del Senato.

Signor Presidente, se vogliamo lo sviluppo dobbiamo insistere con il processo di riforme e metterne in campo un ventaglio molto ampio e molto profondo. Tra le riforme, la delega sul lavoro, che tra breve avrà la fiducia dei senatori del Partito Democratico, è un atto molto importante. Sul voto di fiducia ho sentito molte osservazioni e inviterei tutti noi a ricordare le decine e decine di volte nelle quali, negli ultimi dieci anni, Governi di vario colore, da Berlusconi a Prodi, da Monti a Letta, hanno ritenuto o sono stati costretti a far ricorso alla fiducia.

Dobbiamo prendere atto che siamo davanti a uno degli effetti gravi della debolezza del nostro sistema politico e del bicameralismo perfetto e tocchiamo con mano la necessità della riforma costituzionale ora all’esame della Camera.

C’è poi un altro punto da evidenziare su questo provvedimento: è stato detto da molti in quest’Aula che la fiducia non si mette mai sulla delega, signor Presidente. Le cose non stanno così: una ricerca sommaria ci dice che dal 1988 ad oggi le questioni di fiducia poste su leggi delega sono state almeno 23 e io lo ricordo solo per amore della verità.

Sapevamo da tempo che questo autunno saremmo stati chiamati a scelte difficili e politicamente molto divisive. Sappiamo anche oggi che la crisi ci mette fretta e non lascia né al Parlamento né al Governo molto tempo per approvare riforme sempre più necessarie e urgenti. Il tempo, di cui in passato abbiamo abusato, oggi non è più una variabile indipendente dall’azione del Parlamento. Anzi, è un vincolo almeno altrettanto stringente del contenuto dei provvedimenti.

Il presidente Renzi sottolinea spesso che per farci ascoltare in Europa dobbiamo dimostrare di aver fatto tutto il possibile per sanare i nostri punti deboli, per rimediare ai ritardi, per svecchiare lo Stato. Non si tratta di compiti a casa, formula molto dispregiativa, ma di chiudere la stagione del rinvio e del dibattito infinito che da troppe legislature impedisce ogni cambiamento.

Fateci caso. Tutte le riforme che stiamo esaminando in questa fase difficile, scuola, giustizia, anticorruzione, pubblica amministrazione, fisco, diritti civili, ordinamento costituzionale, legge elettorale, e anche lavoro, sono materie che da decenni vanno e vengono nel dibattito parlamentare, sempre bloccate da veti politici più che dalla dialettica delle idee. Negli anni, questa impotenza parlamentare e il conseguente blocco delle decisioni hanno alimentato la sfiducia dei cittadini nella politica e nelle istituzioni. Le democrazie sono in crisi, in sofferenza di fronte alla globalizzazione senza regole, alle tecnologie in continua evoluzione. E nel passaggio verso un futuro totalmente nuovo emergono con evidenza le difficoltà delle democrazie parlamentari ad affrontare la concorrenza del capitalismo autoritario e dei regimi illiberali.

Per inviare le truppe russe in Crimea – lo dico davanti al Ministro della difesa – e nell’Ucraina dell’Est è bastato un ordine secco di Putin. Per decidere sugli aiuti umanitari all’Ucraina e su un blando boicottaggio, i 28 Paesi dell’Unione europea hanno dovuto prima mettersi d’accordo sul giorno in cui i loro Ministri si sarebbero incontrati e poi aprire un dibattito tra i più favorevoli e i più tiepidi alle sanzioni.

Dobbiamo riflettere su questo, anche pensando al futuro del nostro Paese e dell’Europa. Per tutelare la forza della democrazia dobbiamo restituirle la capacità di decidere, sapendo che il pluralismo non è uno strumento di interdizione, ma è il metodo che, dopo libere elezioni, attribuisce alla maggioranza il potere di governare.

Sino agli anni ’70 e anche negli anni ’80, il sistema industriale italiano attraeva importanti investimenti, ma da vent’anni la situazione si è capovolta. La globalizzazione fa sì che i capitali vadano dove più conviene, dove c’è più sicurezza per egli investimenti e dove è più facile creare valore. I Paesi più attraenti sono quelli dove c’è una giustizia civile e penale più rapida ed efficiente, dove c’è meno corruzione, dove le tasse sono più leggere, dove la pubblica amministrazione è più collaborativa, dove il credito è più raggiungibile ed anche dove il lavoro è regolato da una legislazione più flessibile.

Queste condizioni non sono facoltative. L’economia globale non lascia margini di scelta: i Paesi che non sono capaci di attrarre gli investimenti perdono ricchezza. E senza capitali e senza investimenti adeguati nessun Paese è in grado di sviluppare la propria economia e senza sviluppo vince la disoccupazione.

Questa, oggi, è la situazione in cui si trova l’Italia. E se vogliamo sviluppo e lavoro dobbiamo darci un obiettivo prioritario: creare le condizioni più favorevoli possibili per chi vuole investire, per chi vuole fare impresa, per chi vuole creare posti di lavoro.

Il provvedimento che stiamo per votare è molto ambizioso ed è diretto ad aiutare in primo luogo chi il lavoro non ce l’ha. A questo obiettivo serve il riordino degli ammortizzatori. Vuole assicurare tutele sociali uniformi per tutti, aumentandone l’inclusività, l’accesso e la durata; il rafforzamento delle politiche di impiego, con la creazione di un’Agenzia nazionale all’altezza dell’esperienza di gran parte dei Paesi europei; le misure a favore dell’occupazione femminile, di tutela della maternità e della conciliazione vita-lavoro; la semplificazione di numerosi adempimenti amministrativi anche per facilitare gli investimenti esteri; l’introduzione del contratto a tutele crescenti, anche questo che superi l’articolo 18 dello statuto dei lavoratori, salvaguardando il reintegro nei casi di licenziamento discriminatorio o ingiustificato di natura disciplinare.

C’è una considerazione di fondo che Governo, Parlamento, forze politiche e forze sociali devono tener presente nell’affrontare seriamente il tema dell’articolo 18: il 45 per cento dei nostri giovani non ha lavoro e il 70 per cento dei nuovi contratti viene assunto in una forma precaria, che non prevede l’articolo 18. Pochissime imprese ormai sono disposte ad assumere a tempo indeterminato giovani al primo impiego. A questo gigantesco numero di giovani che non godono dell’articolo 18 dobbiamo aggiungere i quasi 4 milioni alle dipendenze di imprese con meno di 15 dipendenti. Sono dati impressionanti, davanti ai quali non possiamo restare inerti.

L’intervento sull’articolo 18, assieme all’ampliamento degli ammortizzatori sociali, non ha solo l’obiettivo di restituire sicurezza alle imprese: prima ancora è una straordinaria misura di equità sociale e di allargamento delle tutele ai non tutelati, che oggi, come ci dicono i numeri, sono diventati la massa dei lavoratori. Il contratto a tempo indeterminato è talmente rigido che le aziende italiane non si avventurano più ad usarlo.

Pensare ad un contratto meno oneroso fiscalmente, meno rigido è nell’interesse generale, soprattutto a tutela dei lavoratori più giovani, perché solo investendo sulla minore rigidità del contratto a tempo indeterminato e ampliando gli ammortizzatori si potranno anche limitare a poche, pochissime, le numerosissime tipologie contrattuali esistenti, prive di adeguate reti di sicurezza.

Sono oltre un milione i dipendenti che non possono godere di indennità di disoccupazione. Ne sono privi tutti i co.co.pro, le partite IVA, che inoltre hanno quasi nessuna tutela propria dei lavoratori dipendenti. Anche la cassa integrazione lascia fuori oltre 5 milioni di lavoratori. Sono queste le vere ingiustizie che la delega vuole correggere.

Termino con una considerazione di carattere internazionale, signor Presidente, perché nei giorni passati abbiamo appreso che negli Stati Uniti la disoccupazione è scesa al 5,9 per cento. Sono livelli fisiologici, vicinissimi al pieno impiego. Il nostro primo obiettivo, tutto quello che facciamo, deve essere indirizzato a questa priorità: la piena occupazione. Il 5,9 per cento americano è meno della metà della disoccupazione media europea, è sei volte meno della disoccupazione giovanile in Italia, è quasi dieci volte meno della disoccupazione giovanile nel nostro Mezzogiorno. Guardiamoci in faccia e chiediamoci perché gli Stati Uniti stanno superando brillantemente la crisi mentre l’Europa c’è dentro sino al collo e non possiamo immaginare né come, né quando ne uscirà. Otto anni fa la crisi ha avuto inizio negli Stati Uniti, ma l’inevitabile contagio tra economie tra loro interdipendenti ha rapidamente esteso la malattia nel resto del mondo. Ci sono ragioni di politica economica e di assetto istituzionale che spiegano questo vistoso squilibrio.

La scelta di politica economica dell’Europa è stata l’austerità, come sappiamo. Gli Stati Uniti hanno voluto una politica fiscale espansiva e una politica monetaria aggressiva. Hanno promosso interventi forti della loro Banca centrale e hanno usato massicciamente la spesa pubblica. Così, a fine 2013, a sei anni dall’inizio della crisi, l’economia americana è ripartita con vigore; quella Europea è tuttora in piena stagnazione. Il PIL americano è oggi di sei punti più elevato di quello pre-crisi, la disoccupazione si è ridotta vistosamente e, come abbiamo visto, oggi è al 5,9 per cento.

In Europa le cose stanno in modo ben diverso. Il PIL è addirittura inferiore a quello pre-crisi e la disoccupazione è prossima al 12 per cento, le banche non sono ancora risanate e la ripresa è lenta ed incerta persino nella forte e ricca Germania.

C’è anche una ragione storica, che riguarda il diverso assetto istituzionale americano, che può spiegare il vistoso differenziale con l’Europa. Gli Stati Uniti sono una grande Confederazione, sono una sola Nazione e hanno un solo Presidente.

L’Europa sono 28 Stati indipendenti, senza unità politica, senza una comune vera politica estera, militare, fiscale, di giustizia, senza una Banca centrale di ultima istanza. Ed è proprio questa assenza di unità ad impedirci di uscire dalla crisi secondo le potenzialità del nostro continente ed è la disunione a collocarci ai margini del grande gioco della politica e dell’economia mondiali.

Pensando al futuro dell’Europa ci sono due punti di cui tener conto: l’Europa unita non si farà mai se gli Stati membri non avranno i bilanci in ordine. Ma non si farà nemmeno a rimorchio di una miope politica neobismarckiana.