Il mio indirizzo di saluto al Premio Letterario “Città di Sarzana – Poeti solo Poeti Poeti – Susanna sposa day 7”, dedicato quest’anno al tema del femminicidio

Care amiche, cari amici,
desidero salutare e ringraziare tutte e tutti coloro che hanno contribuito alla realizzazione di questo importante evento.
Un ringraziamento particolare va al Sindaco Alessio Cavarra, al Segretario della Cna Liguria, Angelo Matellini, alla Presidente della Cna La Spezia, Federica Maggiani, e a Susanna Musetti, Presidente Federmoda Liguria e Presidente del Premio Letterario “Città di Sarzana – Poeti solo Poeti Poeti – Susanna sposa day 7”.
Il fatto che quest’anno abbiate deciso di dedicare il concorso letterario al tema del femminicidio e della violenza sulle donne, conferisce a questa iniziativa artistica e culturale anche un elevato valore sociale.
È fondamentale che la violenza sulle donne venga affrontata come un problema che non riguarda solo le donne, ma tutta la società nel suo complesso.
Gli ultimi dati rilevati dall’Istat, pubblicati due mesi fa, confermano quanto ampio e diffuso sia il fenomeno della violenza contro le donne: 6 milioni 788 mila donne hanno subìto, nel corso della propria vita, una qualche forma di violenza fisica o sessuale, il 31,5% delle donne tra i 16 e i 70 anni: il 20,2% ha subìto violenza fisica, il 21% violenza sessuale, il 5,4% forme più gravi di violenza sessuale.
Inoltre, 3 milioni 466 mila donne hanno subìto stalking nel corso della vita, il 16,1% delle donne; di queste, 1 milione 524 mila l’ha subìto dall’ex partner, 2 milioni 229 mila da persone diverse dall’ex partner.
Certo, dai nuovi dati Istat emerge anche una maggiore consapevolezza e una migliore capacità, delle donne, di prevenire e combattere il fenomeno della violenza, questo è il risultato importante del lungo percorso di cambiamento culturale intrapreso nel nostro Paese negli ultimi anni e del lavoro svolto dalle associazioni sul territorio, ma bisogna fare di più, e per farlo serve un grande impegno sia istituzionale che nella scuola, nella famiglia, nei media.
Per dire basta alla violenza è indispensabile smontare gli archetipi patriarcali su cui la relazione donna-uomo è costruita, una relazione complessa, che in Italia, in particolare, è ancorata fortemente a un modello culturale maschilista, che non concepisce le donne in posizioni di pari potere pur nel riconoscimento della differenza di genere.
Non è un caso se è proprio nei modelli famigliari, in concezioni del rapporto di coppia fondati sulla gerarchia, in un’idea dell’amore come possesso, che nascono, spesso subdolamente, le radici culturali su cui maturano le violenze verso le donne, spesso proprio verso le donne che si definiscono “amate”.
Gli abusi contro le donne sono più diffusi dove, per affermare l’autorità maschile all’interno della coppia, le abitudini culturali tendono a giustificare il ricorso alla forza: “Ti amo più della mia vita! Ti amo più della tua vita: e quindi o sei mia o ti uccido!”.
Ma bisogna dirlo forte e chiaro, soprattutto alle nostre ragazze e ai nostri ragazzi, che questo non è amore. Non esiste l’amore possessivo e violento. La violenza annulla ogni altro sentimento, distrugge tutto e lascia in vita solo se stessa.
Le persone maltrattanti sono quasi sempre gli uomini più vicini alla quotidianità delle donne. Nella quasi totalità dei casi le violenze non sono denunciate e, come conferma l’ultimo Rapporto Eures, più della metà delle donne uccise nel 2013 aveva segnalato o denunciato le violenze subite. Secondo un recente sondaggio condotto da Ipsos Public Affairs, inoltre, ancora oggi in Italia per 1 uomo su 3 (il 33%) la violenza domestica è un fatto privato che va affrontato prima di tutto in famiglia.
Questo è gravissimo. Bisogna mettere in campo tutte le risposte più forti alla cultura patriarcale, sessista e discriminante, proprio per sviluppare, sul territorio e nelle istituzioni, un approccio alla violenza di genere come parte integrante del discorso pubblico, e non più come problema “femminile” o famigliare.
E qui sta l’importanza della vostra iniziativa, che ribadisce appunto quanto sia importante rimettere al centro del dibattito pubblico un tema così delicato.
Uno dei dati Istat più allarmanti, è certamente l’aumentata percentuale dei figli che hanno assistito ad episodi di violenza sulla propria madre, dal 60,3% del 2006 al 65,2% del 2014. Dico che è allarmante perché sappiamo tutti che la violenza assistita è proprio quell’asse di trasmissione dei modelli comportamentali violenti tra generazioni, un circolo vizioso su cui è doveroso riuscire a intervenire; non a caso, anche le donne che hanno assistito alla violenza sulle proprie madri tendono a giustificare o comunque a subire passivamente quella nei propri confronti.
Oggi sono aumentate le donne che parlano con qualcuno delle violenze subite, e cercano poi aiuto nei servizi specializzati, nei centri antiviolenza, presso gli sportelli, ma questa è una battaglia di civiltà che va condotta insieme, donne e uomini.
Gli uomini sono fondamentali alleati e protagonisti nel contrasto alla violenza.
Ancora oggi, nella cronaca dei fatti di violenza, l’uomo viene giustificato con i motivi più vari, ma la violenza non è conseguenza di uno stato di malattia, quanto l’effetto del mancato rispetto dell’altra, della sua autonomia, della sua libertà di scelta, effetti che sono l’ultimo anello di una catena che comincia dagli stereotipi di genere fortemente radicati.
“Donne mie che siete pigre, angosciate, impaurite – scrisse Dacia Maraini – sappiate che se volete diventare persone e non oggetti, dovete fare subito una guerra dolorosa e gioiosa, non contro gli uomini, ma contro voi stesse che vi cavate gli occhi con le dita per non vedere le ingiustizie che vi fanno”.
Anche per questo è fondamentale l’intervento educativo, e trovo assolutamente positivo che in questo vostro evento siano state coinvolte direttamente scuole materne, elementari e medie. Solo la scuola può essere in grado di educare, veramente, ai principi di pari opportunità, promuovendo l’educazione alla parità di genere, la prevenzione alla violenza di genere e di tutte le discriminazioni, con lo scopo di informare e sensibilizzare gli studenti, i docenti e i genitori su queste tematiche.
Il contributo di tutto il mondo della scuola, nel costruire una nuova cultura del rispetto della libertà di ciascuno, nell’uso del linguaggio rispettoso della differenza di genere, della parità in ogni campo, per costruire davvero il contesto politico e culturale della condivisione e della qualità per nuove relazioni tra donne e uomini, sarà la vera forza della prevenzione e del contrasto alla violenza verso le donne.
Oggi anche il nostro Paese può avere, finalmente, una scuola che promuova, nei propri piani formativi, i princìpi di educazione alla parità di genere e dunque di prevenzione delle violenze e delle discriminazioni. Princìpi che sono entrati a far parte della riforma della scuola dando seguito a quanto previsto in materia già dalle nostre leggi, dalla nostra Costituzione e dal più avanzato diritto europeo. Trovo che questa sia stata una scelta politica seria e responsabile, da portare avanti riconoscendo pienamente il ruolo che hanno studenti, famiglie e insegnanti, in questa battaglia di civiltà: perché la scuola non può limitarsi a formare competenze e abilità, ma deve formare alla vita, ai sentimenti, al confronto, alla piena cittadinanza per tutti, donne e uomini.
Dico questo perché sappiamo come i ruoli, le abitudini, le tradizioni, incidono sulle rappresentazioni sociali, spesso facendone degli stereotipi, cioè delle immagini mentali con cui rappresentiamo la realtà usando scorciatoie e grossolane semplificazioni della complessità del mondo.
Ce lo dicono ormai un’infinità di studi, di storie di vita e statistiche, che la violenza contro le donne nasce innanzitutto da una visione in cui la donna è considerata inferiore e che la migliore prevenzione possibile da mettere in campo è l’emporwement delle donne, il loro affrancamento e la loro emancipazione da qualunque condizione di dipendenza ed inferiorità: culturale, sociale, economica.
Io dico che su questo la politica è chiamata a intervenire senza esitazioni, proprio per promuovere un’educazione al rispetto delle diversità, ai sentimenti, agli affetti, al senso dell’amore.
Per questo le scelte politiche devono avere al centro quanto indicato in quella straordinaria piattaforma di trasformazione sociale che è la Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica, la Convenzione di Istanbul, il cui testo si basa sui tre pilastri del contrasto alla violenza: prevenzione, protezione, punizione.
L’introduzione della Legge n. 119, del 15 ottobre 2013, cosiddetta “legge sul femminicidio”, è stata senz’altro un segnale di cambiamento nelle scelte politiche del nostro Paese, ma occorre fare di più, e vorrei sottolineare almeno due punti su cui la politica ha il dovere di impegnarsi concretamente e costantemente.
Primo, bisogna introdurre, nella nostra politica, il metodo del monitoraggio delle leggi che si adottano, anche perché questo significa fare leggi che poi si applicano davvero, e per questo ritengo da sempre che sia indispensabile, per applicare veramente la Convenzione di Istanbul, che diventi realtà una commissione bicamerale che relazioni in Parlamento, ogni anno, lo stato di attuazione della stessa. Perché servono dati oggettivi e completi, se si vuole incidere sul contrasto e sulla prevenzione delle violenze e delle discriminazioni, che delle prime rappresentano le fondamenta.
Ben venga, poi, l’osservatorio di genere presso la Presidenza del Consiglio, che valuti ex ante ed ex post l’impatto che le leggi hanno sulla vita delle donne: basta con la “neutralità” nelle scelte, è necessario conoscere l’impatto che le leggi hanno sui generi per produrre legislazione di qualità e superare, davvero, le discriminazioni e le diseguaglianze. Perché è anche così che si agisce su modelli culturali e linguaggi.
Per concludere, voglio sottolineare quanto sia importante che lo sguardo di tutti sia rivolto alle molteplici dimensioni con cui si riproduce la violenza sulle donne a livello mondiale, con particolare attenzione da dedicare anche alle mutilazioni genitali femminili, al fenomeno delle spose bambine, alla violenza simbolica dei linguaggi sessisti, e al lavoro nero, che priva di diritti e tutele mettendo a repentaglio la salute delle donne lavoratrici.
Serve lo sforzo di tutti, e su quest’ultimo punto, in particolare, sono da sempre convinta della necessità che il dibattito pubblico si concentri, nel nostro Paese, su donne, lavoro e maternità. Innanzitutto perché siamo un paese che fa pochi figli, e per questo un serio ragionamento non può che partire dal condividere, in famiglia, sul lavoro, nella società in generale, le responsabilità genitoriali. E poi perché incrementare l’occupazione delle donne, superare le condizioni di precarietà, contrastare tutte quelle pratiche ancora diffuse che, come le dimissioni in bianco, restituiscono l’orribile concezione della maternità come rischio d’impresa anziché caratteristica da sostenere e tutelare, fa bene al Paese sotto tutti i punti di vista.
Tutto questo ci riguarda, ci coinvolge da vicino e ci sfida a saper affrontare la modernità e la globalizzazione, ricordando sempre che secondo stime attuali un miliardo di donne in tutto il pianeta subisce qualche forma di abuso nel corso della propria vita: una su tre.
Valorizzare i temi delle pari opportunità, della piena cittadinanza di donne e uomini, della soluzione non violenta dei conflitti nei rapporti interpersonali, del contrasto alla violenza contro le donne e del diritto all’integrità personali: sono questi gli obiettivi su cui oggi la politica è chiamata ad esercitare scelte serie e coerenti, agendo su temi che proprio la letteratura, e in particolare la poesia, hanno spesso saputo anticipare rispetto all’agire politico.
È dunque importante che oggi si possano premiare ragazze e ragazzi impegnati in questa straordinaria iniziativa di sensibilizzazione.
Non possiamo nascondere che iniziative come questa possono contribuire veramente a costruire il contesto culturale della condivisione, della qualità delle relazioni tra donne e uomini; così facendo, si lavora anche per la prevenzione e per il contrasto della violenza verso le donne e della loro discriminazione.
Con il vostro omaggio alla poesia e alla letteratura compiamo anche un doveroso riconoscimento al potere dell’arte. La poetessa polacca Wisława Szymborska, premio Nobel per la letteratura nel 1996, nella poesia “Vermeer”, commentò così il celebre ritratto “La lattaia”, conservato al Rijksmuseum di Amsterdam: “Finché quella donna del Rijksmuseum, nel silenzio dipinto e in raccoglimento, giorno dopo giorno versa il latte dalla brocca nella scodella, il mondo non merita la fine del mondo”.
Un sentito e profondo grazie, dunque, lo rivolgo a tutte e tutti coloro che hanno partecipato, con i propri scritti, al concorso: un’esperienza che è, a ben vedere, uno straordinario omaggio a tutte le donne e agli uomini di domani. Perché riconoscere le differenze senza lasciare che sesso, genere, orientamento sessuale, riproducano una visione totalizzante e gerarchica dell’essere umano, vuol dire riconoscere quelle potenzialità della persona e quelle legittime aspirazioni alla libertà che sono il fondamento stesso della democrazia.

2 agosto 2015
Sarzana (La Spezia)