• Donne

O Capitana, mia Capitana. Riflessioni ed esperienze di governance al femminile con donne impegnate nello sport, nell’economia, nella comunicazione, nella politica

Il mio saluto al Convegno della UISP

Buongiorno,
mi scuso per non poter partecipare direttamente ai lavori di questo convegno che avete organizzato ma gli impegni di aula e la delicatezza del momento mi impongono questa involontaria assenza.
Vi ringrazio della volontà di organizzare una discussione su un tema così caro a me e a tante e tanti che in questi anni si stanno impegnando per costruire, nei vari contesti, percorsi per una reale parità di genere.
Riconosco l’importanza oggi e nella storia di questo paese dell’ UISP, sia per la diffusione dello sport tra le masse che per la sua democratizzazione, un percorso che ha visto via via l’allargarsi della partecipazione a parti sempre maggiori della popolazione, e che oggi, di fronte alle perduranti discriminazioni tra uomini e donne sta mettendo al centro della propria riflessione il superamento di queste.
E’ un merito importante, che da un valore particolare a questa organizzazione anche a fronte di un panorama dello sport nazionale che non sempre mostra la stessa attenzione.
Come è noto, in Italia il campo delle attività sportive è ancora segnato da profonde differenze di genere in termini sia di accesso alla pratica sportiva, sia con riferimento alla maggiore rilevanza economica, sociale e mediatica dello sport praticato dagli uomini, sia per quanto concerne il campo della tutela dei diritti e della rappresentanza femminile negli organi istituzionali nazionali e internazionali che amministrano lo sport, come su aspetti che riguardano il tifo, i premi, la visibilità dello sport femminile.
L’aggiornamento della Carta Europea dei Diritti delle Donne nello sport, che recupera e rinnova un lavoro inaugurato nel 1985, tratta tutti questi aspetti, offrendo, oltre a una descrizione efficace delle discriminazioni di genere in questo mondo, anche raccomandazioni per le istituzioni, le federazioni sportive, le organizzazioni, le università, le scuole.
Un documento che rappresenta per tutti noi una traccia di lavoro importante perchè ha dentro una prospettiva dettagliata su come camminare spediti sulla via dell’uguaglianza nello sport, un obiettivo purtroppo lontano.
Nel nostro Paese, nonostante il fenomeno sportivo sia una delle manifestazioni di massa che ha maggiormente caratterizzato il XX e questa prima parte del XXI secolo e che ha comportato importanti campagne di sensibilizzazione per il pieno riconoscimento di un diritto allo sport per tutti, tale riconoscimento è purtroppo ancora lontano dal trovare piena esplicazione amche quando si affronta il tema dei diritti delle atlete.
Questo è il punto su cui vorrei soffermarmi oggi, perchè è anche oggetto di un’iniziativa Parlamentare che stiamo portando avanti con alcuni colleghi.
La legge del 23 marzo 1981, n. 91, che disciplina ancora oggi i rapporti tra società e sportivi professionisti. Ai sensi di quelle norme, nessuna disciplina sportiva femminile è qualificata come professionistica, e questo è causa del permanere, nel nostro Paese, di rilevanti differenze di genere in ambito sportivo: la mancata qualificazione delle discipline sportive femminili come professionismo, infatti, determina pesanti ricadute in termini di assenza di tutele sanitarie, assicurative, previdenziali, nonché di trattamenti salariali adeguati all’effettiva attività svolta.
Non si tratta solo di una questione lessicale, ma di una vera e propria discriminazione. Le donne che fanno sport in Italia, qualsiasi sport facciano e a qualsiasi livello lo facciano, non hanno alcuna tutela giuridica o sindacale.
Un’incongruenza non solo di forma, quindi, ma di grande sostanza e di diritto, che ho deciso di affrontare, come sapete, con un’azione concreta.
Il primo luglio scorso, insieme alla Senatrice Josefa Idem, al Senatore Raffaele Ranucci e molti altri colleghi, abbiamo presentato un disegno di legge per modificare la normativa attuale e promuovere l’equilibrio di genere nei rapporti tra società e sportivi professionisti.
Con questo disegno di legge intendiamo introdurre espressamente il divieto di discriminazione, da parte delle Federazioni sportive nazionali, nell’ambito della qualificazione del professionismo sportivo. Questo è importante per intervenire proprio sul mancato riconoscimento alle atlete, che dipende dal fatto che è dato mandato alle federazioni di decidere.
Si tratta di un’iniziativa indispensabile per introdurre un cambiamento nel nostro Paese ed aggiornare le norme sportive coerentemente con i principi costituzionali, nonché con il più avanzato diritto europeo e internazionale, in materia di pari opportunità tra donne e uomini, un rinnovamento che la politica ha il dovere di perseguire anche per avviare un ampio percorso di valorizzazione culturale, sociale ed economica di tutto lo sport femminile in Italia.
Credo sia una norma di civiltà che serve a rendere il nostro Paese coerente con il diritto internazionale, che caratterizza il diritto allo sport non solo in relazione al diritto all’impiego del tempo libero in attività ludico-motorie, ma anche come diritto di tutti, donne e uomini, all’accesso alla pratica sportiva, a svolgere mestieri legati allo sport, ad essere presenti negli organi dirigenziali dello sport, a veder applicate nello sport professionistico e nella contrattualistica le stesse regole che disciplinano i rapporti di lavoro.
In ambito nazionale negli ultimi anni, nonostante il tenore del dettato costituzionale, ai fini dell’attuazione concreta del principio della parità di genere in ambito sportivo, pochi sono stati i provvedimenti normativi adottati dal legislatore.
L’Unione europea è più volte intervenuta per denunciare la disparità di genere nell’accesso e nello svolgimento dell’attività sportiva. Lo ha fatto, ad esempio, adottando la Risoluzione Donne e Sport nel 2003, nella quale lo sport femminile è definito come espressione del diritto alla parità e alla libertà di tutte le donne di disporre del proprio corpo e di occupare lo spazio pubblico, a prescindere da cittadinanza, età, menomazione fisica, orientamento sessuale, religione; la Risoluzione, inoltre, chiede espressamente “alle federazioni nazionali e alle relative autorità di tutela di assicurare alle donne e agli uomini parità di accesso allo statuto di atleta di alto livello, garantendo gli stessi diritti in termini di reddito, di condizioni di supporto e di allenamento, di assistenza medica, di accesso alle competizioni, di protezione sociale e di formazione professionale nonché di reinserimento sociale attivo al termine delle loro carriere sportive”.
Anche la Commissione, nel 2007, con il Libro Bianco sullo Sport, è intervenuta impegnandosi a incoraggiare l’integrazione delle questioni di genere in tutte le sue attività relative allo sport.
La parità di genere nello sport è un tema che vale sia per lo sport professionistico che per quello dilettantistico, ha a che fare con discriminazioni, stereotipi, pregiudizi, con l’organizzazione degli impianti e delle federazioni, con la conciliazione con il lavoro e la famiglia.
Lo sport è infatti un ambito sociale e professionistico di primaria importanza nel nostro Paese, e per un Parlamento e un Governo che molto stanno facendo in termini di pari opportunità, deve essere un terreno importante su cui intervenire, consapevoli che ci siano, all’interno di questo mondo, organizzazioni sensibili e in grado di dare un contributo importante come la vostra.
Questa missione deve vederci tutti impegnati, perchè lo sport diventi finalmente un hobby, un lavoro, una pratica salutare e benefica per tutti e per tutte.