Questa mattina ho portato il mio saluto all’evento di lancio dell’antenna italiana del network WIIS, del cui Alto Comitato sono stata chiamata a far parte.

WIIS è la prima organizzazione al mondo che lega i temi di gender e security e mira a promuovere la leadership e lo sviluppo professionale delle donne nel campo della pace e della sicurezza internazionali.

Care amiche e amici,

desidero ringraziare tutte e tutti coloro che hanno contribuito alla realizzazione di questo incontro, in particolare Lia Quartapelle, Presidente e Co-fondatrice di WIIS ITALY, e Irene Fellin, Direttrice Esecutiva e Co-fondatrice, che molto si stanno impegnando per sviluppare, anche nel nostro Paese, una concreta rete di riferimento per l’organizzazione delle Donne nella Sicurezza Internazionale.
Ho immediatamente apprezzato l’invito a far parte dell’Alto Comitato della costituenda antenna italiana di questa realtà perché la considero un luogo di confronto necessario, una piattaforma indispensabile per promuovere il ruolo delle donne nelle tante sfide che riguardano la pace e la sicurezza, ponendosi anche nel solco della Risoluzione 1325; con quel documento, è bene ricordarlo, l’Onu riconobbe, nel 2000, dopo anni di dibattiti e battaglie, il ruolo fondamentale delle donne nella prevenzione e risoluzione dei conflitti, nonché la necessità di formare il personale sui diritti delle donne, prevedere una loro maggiore partecipazione nel mantenimento della pace e della sicurezza, adottare una prospettiva di genere.
Considero un fatto molto importante che questo incontro si svolga in prossimità della Giornata Internazionale della Donna, dedicata quest’anno dall’ONU al tema “Un pianeta 50-50 entro il 2030: acceleriamo l’uguaglianza di genere” (Planet 50-50 by 2030: Step It Up for Gender Equality). Dico questo perché anche quella risoluzione legava i propri obiettivi alle battaglie per l’uguaglianza: oggi, per attuare la Risoluzione 1325 dell’ONU “Donne, pace e sicurezza” e le successive che su questi temi si sono concentrate, abbiamo bisogno di costruire condizioni globali migliori di quelle che conosciamo, perché nonostante i tanti passi compiuti in avanti sono ancora molte le discriminazioni e le violenze esistenti nei confronti delle donne e i gap che le dividono dagli uomini in termini occupazionali ed economici.
È fondamentale che anche nel nostro Paese, cuore del Mediterraneo e confine dell’Europa con il Sud del mondo, vengano promossi lo sviluppo professionale delle donne e la loro leadership in tutti i campi che direttamente, o indirettamente, riguardano la pace e la sicurezza.
In vista della redazione del terzo Piano d’Azione Nazionale italiano, e alla luce delle raccomandazioni elaborate durante la Conferenza di alto livello tenutasi nell’ottobre del 2015, a New York, in occasione del 15° anniversario della Risoluzione, oggi dovremmo porre al sostegno alla ricerca e alla formazione un’attenzione particolare, perché è soprattutto con la conoscenza e con la competenza che possiamo darci prospettive di qualità per il raggiungimento dei nostri obiettivi, e per recuperare il ritardo con cui l’Italia affronta la questione della prospettiva di genere nella prevenzione e nella risoluzione dei conflitti.
Ci sono diversi aspetti molto importanti a cui dobbiamo saper guardare con attenzione.
Il 24 febbraio scorso è stato lanciato il Global Acceleration Instrument (GAI) per le donne, la pace, la sicurezza e l’azione umanitaria, creato attraverso una partnership tra Nazioni Unite, alcuni stati membri e soggetti della società civile; si tratta di un meccanismo di finanziamento rapido finalizzato proprio a orientare le risorse direttamente alle organizzazioni delle donne della società civile impegnate nella prevenzione e nella risoluzione dei conflitti. Le Nazioni Unite, in collaborazione con UN Women e varie realtà del terzo settore, in questo modo stanno portando avanti un lavoro significativo già in diverse aree del mondo. Un esempio, questo, molto importante, rappresentativo di una nuova visione che dobbiamo saper valorizzare anche noi investendo sulla piena partecipazione delle donne ai processi di pace e per la sicurezza.
Il centro di ricerca dell’Istituto Internazionale per la Pace (International Peace Institute) ha presentato, a giugno 2015, un report molto interessante, “Il ruolo delle donne nei processi di pace” (“Reimagining Peacemaking: Women’s Roles in Peace Processes”). Anche quel documento evidenzia, come emerso già in tante altre ricerche sia qualitative che quantitative, le sfide e le opportunità offerte dalla partecipazione delle donne ai processi di pace e di transizione politica, e presenta conclusioni secondo me molto significative. Ne ricordo un paio.
La prima che ho notato è che, nonostante alcuni professionisti percepiscano la partecipazione delle donne come una complicazione, è vero il contrario, cioè che la partecipazione delle donne, soprattutto quando sono state in grado di influenzare il processo, aumenta la probabilità che un accordo sarà raggiunto nel breve termine, rendendo anche più probabile che i risultati ottenuti siano più sostenibili.
La seconda cosa che vale la pena ricordare di quel rapporto, in questa sede, è che l’inclusione delle donne non garantisce che vengano affrontate le questioni di genere, ma i gruppi di donne hanno comunque la tendenza ad includerle nelle tematiche della pace. Il problema, dunque, oltre che sulla quantità delle donne coinvolte, dipende dalla qualità della loro partecipazione, e questo è un dato fondamentale che chi come noi si occupa da tempo dei problemi della rappresentanza e della partecipazione ben conosce. La questione del ruolo delle donne, evidentemente, non riguarda solo la quantità di donne che agiscono nei luoghi decisionali, ma anche la qualità del loro ruolo. Ecco perché sono fondamentali la formazione, la ricerca, la consapevolezza delle proprie responsabilità. Un tema, quello della consapevolezza, che secondo me ci invita a riflettere sulla necessità, specialmente tra le nuove generazioni, di una nuova presa di coscienza delle donne nelle battaglie per una più equa condivisione con gli uomini dell’esercizio delle responsabilità pubbliche.
Io credo sia significativo, che le donne nei gruppi armati siano una realtà in molte guerre in corso nel mondo, dove raggiungono persino il 30% delle forze combattenti, eppure sono spesso ignorate e tagliate fuori dai programmi di assistenza e reintegrazione nel post-conflitto. Anche questo ci fa cogliere la necessità di cambiare approcci e strumenti. Proprio lo scorso anno, UN Women, nell’ambito della campagna Pechino+20, ci ha ricordato che il ritmo del cambiamento è ancora lento, perché “dal 1992 al 2011, le donne rappresentavano meno del 4% dei firmatari di accordi di pace e meno del 10% dei negoziatori ai tavoli di pace”.
Questo, a ventuno anni dalla Piattaforma di Pechino, che già affermava che la pace è indissolubilmente legata all’uguaglianza tra uomini e donne e allo sviluppo, è un dato che ci deve far riflettere e che soprattutto ci deve vedere tutte e tutti mobilitati verso il superamento dei modelli di azione del passato. Dobbiamo trarre lezione dagli errori compiuti, da governi, parlamenti e istituzioni sovranazionali che non hanno saputo cogliere pienamente la profonda connessione esistente tra le questioni di genere e il tema della sicurezza.
Credo anche che l’anno che si è appena concluso sia stato anche molto importante per l’agenda internazionale sull’eguaglianza di genere, e questo può essere anche per l’Italia un momento molto favorevole per assumerci impegni e guardare alla realizzazione dei futuri obiettivi.
Sarà determinante riuscire a legare il nostro agire con quello delle altre associazioni già presenti nel mondo. Dobbiamo costruire una rete globale capace di impegnare non solo l’agenda politica dei singoli Paesi e degli organismi internazionali, ma anche il mondo del lavoro e della società civile verso l’empowerment femminile e la valorizzazione della prospettiva di genere nei modelli organizzativi e formativi: imprese, sindacati, scuole, università, onlus, tutti devono partecipare a questa sfida. Un impegno da portare avanti con gli uomini e con le nuove generazioni.
Oggi, lo sappiamo, i temi della pace e della sicurezza si legano ancora di più al dramma dei tanti conflitti, delle tante dittature, e delle tante povertà, che spingono migliaia di migranti ogni giorno lontano dalle proprie case, dalle proprie famiglie, dalla propria terra. Questioni che ci portano ad interrogarci sul ruolo delle donne nella costruzione della sicurezza in tutti i suoi livelli, anche dentro la complessità delle nostre società multiculturali. Sono anche queste le sfide che il nuovo secolo della globalizzazione, delle migrazioni di massa, del terrorismo dei combattenti stranieri reclutati dalle formazioni fondamentaliste (foreign fighters), pone ai diritti e alle libertà delle donne, e il nostro impegno per valorizzarne il ruolo nella costruzione della pace e della sicurezza è la risposta più forte che possiamo mettere in campo. Per rilanciare e far discutere di sviluppo sostenibile, riduzione del gap occupazionale e di quello economico, libertà, autodeterminazione, pari opportunità delle donne, quali condizioni per il benessere sociale di tutti.
L’impegno delle donne nei processi di pace dev’essere prioritario anche perché finora sono loro ad aver subìto le violenze più dure in molti conflitti armati. L’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha approvato la risoluzione che istituisce la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza sessuale in situazioni di conflitto. La data scelta, il 19 giugno, coincide con l’anniversario dell’adozione, nel 2008, della risoluzione 1820 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, che ha riconosciuto la violenza sessuale come tattica di guerra e minaccia alla pace e alla sicurezza globali, e ha sancito che lo stupro e altre forme di violenza sessuale possono rappresentare crimini di guerra, crimini contro l’umanità e/o atti di genocidio.
Ho salutato con grande favore l’introduzione di questa giornata, segno dell’impegno non più rinviabile della comunità internazionale e dei singoli Stati su un tema che mi è sempre stato a cuore e che mi ha vista, nel 2013, prima firmataria di una mozione in Senato. Violenze sessuali e stupri, è bene ricordarlo, sono gravi violazioni dei diritti umani e della legge internazionale umanitaria; colpiscono principalmente donne e bambine e vengono perpetrate allo scopo di seminare il terrore tra la popolazione civile in zone di guerra, disgregare famiglie, distruggere comunità, nonché, in alcuni casi, modificare la composizione etnica della generazione successiva.
Ma la gravità degli effetti distruttivi dei conflitti armati non si limita a questo. UN Women ha segnalato recentemente un tasso di mortalità materna pari a 531 decessi ogni 100mila nascite, contro un dato globale medio di 210, un tasso di iscrizione delle bambine alle scuole primarie di quasi venti punti inferiore al tasso globale (73% contro 90%), e un’altissima incidenza di matrimoni precoci. Sono anche queste le conseguenze dei conflitti.
Fermare le violenze e gli stupri nelle situazioni di conflitto e post-conflitto richiede dunque azioni urgenti a livello internazionale, tanto più urgenti oggi che donne, uomini e bambini in fuga dalle guerre, vittime di ogni tipo di violenza, attraversano a migliaia il Mediterraneo e chiedono asilo nel nostro continente. Secondo UNHCR, circa il 50% della popolazione mondiale dei rifugiati è costituito da donne e bambine, e circa l’80% è costituito da donne, spesso sole, con i loro figli.
Ecco perché serve l’impegno di ogni decisore politico e sociale, proprio per la complessità e la trasversalità delle azioni che occorre intraprendere. Si tratta di un profondo cambiamento che deve promuovere e favorire queste priorità. Dobbiamo porre attenzione a ciò che sta accadendo oggi nel mondo e alle prospettive future, dobbiamo favorire alleanze efficaci per i diritti e l’eguaglianza di genere tra donne europee, donne migranti, donne che in tutto il mondo stanno conducendo queste battaglie.
Lo sforzo da fare è grande, lo sappiamo, anche perché continuano le violenze nel mondo nei confronti delle donne che con la propria leadership si stanno facendo protagoniste del cambiamento. È notizia proprio di questi giorni l’uccisione di Berta Caceres, paladina dei diritti degli indigeni, impegnata in difesa dell’ambiente e dello sviluppo sostenibile nell’Honduras. Così come Gisela Mota, trentatreenne sindaca di Temixco, in Messico, che è stata uccisa il giorno dopo il suo insediamento da un gruppo di sicari perché impegnata a liberare il territorio dalla criminalità organizzata e dal narcotraffico.
Ecco, io credo che ogni donna libera e impegnata per la pace e la sicurezza debba sentirsi riconoscente e in debito particolare anche verso donne come loro, proprio così come lo siamo nei confronti di Malala Yousafzai, giovanissima Premio Nobel per la Pace da sempre impegnata per l’affermazione dei diritti civili e, non a caso, per il diritto all’istruzione. Sono punti di riferimento importanti soprattutto per le nuove generazioni di donne impegnate verso un mondo più giusto e con pari opportunità per tutti, sono donne che hanno avuto il merito di aver posto questi valori al centro della propria vita.
Noi, con questo progetto per le donne nei processi di pace e sicurezza, possiamo inserire il nostro Paese dentro le trasformazioni che vedono le donne conquistare sempre più il loro spazio e il loro contributo determinante per la qualità dello sviluppo, e dunque abbiamo anche una nuova grande responsabilità riguardo al futuro; una responsabilità che dovrebbe trarre alimento dalla consapevolezza di quanto la cultura e il pensiero della differenza, le lotte e i diritti delle donne, siano oggi centrali per la convivenza pacifica tra i popoli e la nuova governance mondiale.
Per questo ringrazio tutte e tutti voi e vi auguro un buon lavoro.

Senato della Repubblica
Biblioteca del Senato, Sala degli Atti Parlamentari
10 marzo 2016