Il mio saluto all’inaugurazione della mostra fotografica “La grande bellezza del Made in Italy”

Care amiche e amici, signore e signori,
sono lieta di inaugurare con voi la mostra delle immagini di Lorenzo Cicconi Massi, dedicate al Made in Italy e alla sua grande bellezza, e desidero ringraziare la Regione Marche, l’Università Politecnica delle Marche, la Fondazione Città di Senigallia e il Museo d’arte moderna di Senigallia per aver reso possibile questo importante evento artistico e culturale.
Trovo questa iniziativa affascinante e originale, perché la forza evocativa della fotografia permette di raccontare molti aspetti del Made in Italy che solitamente sfuggono alle parole e ai dati.
Dal punto di vista delle istituzioni e della politica posso dire che occasioni come questa servono a ribadire quanto sia determinante tenere il Made in Italy al centro dell’agenda politica, le imprese al centro della politica economica, la dignità del lavoro al centro dei valori.
Il Made in Italy, il suo valore economico, sociale, etico, rappresenta la parte migliore del nostro Paese, quella costruita dall’intrecciarsi di tante storie quotidiane di impresa e lavoro, storie che insieme fanno la forza competitiva e la riconoscibilità del nostro tessuto produttivo e dei nostri talenti.
Sappiamo che qualità, sostenibilità, innovazione, sono i fattori che hanno permesso al Made in Italy di affermarsi e di resistere anche negli anni della crisi, in particolare alle cosiddette “4 A” che ne rappresentano storicamente il cuore: Abbigliamento, Agroalimentare, Arredamento e Automobili.
Oggi, dalla tecnologia all’innovazione, dal cibo alla moda, dalla cultura all’artigianato, il Made in Italy esprime i valori del nostro paese e si proietta sui mercati globali come veicolazione di uno stile di vita, e proprio per questo servono modi originali per parlarne, modi che siano efficaci e privi di luoghi comuni.
È un bene che proprio in un territorio come quello marchigiano una mostra risalti eccellenze e autenticità del Made in Italy con il codice comunicativo della fotografia, che non è semplice testimonianza ma documento sociale, racconto antropologico, descrizione di una cultura del fare che va promossa per le sue caratteristiche di laboriosità e capacità di competizione.
Sono molti gli indicatori che negli ultimi mesi hanno fatto registrare il ritorno alla crescita dell’industria italiana. Studiando il surplus commerciale manifatturiero con l’estero, emerge che la qualità dei nostri prodotti è cresciuta continuamene, e i mercati mondiali pagano di più per averli: dall’introduzione dell’euro, infatti, l’Italia ha visto i valori medi unitari dei suoi prodotti salire del 39%, il Regno Unito del 36%, la Germania del 23%. Per i distretti industriali, il 2015 ha rappresentato un record in termini di export, quantificato una settimana fa dal monitor di Intesa San Paolo in 94,6 miliardi, cioè più del doppio delle cifre del 2009. Io trovo questi dati assai significativi.
Così come trovo significativo che l’Italia continui ad ottenere ottimi risultati in termini di tutela dell’ambiente e del patrimonio paesaggistico, incrementando il proprio primato per numero di siti riconosciuti dall’Unesco come patrimonio dell’umanità: è importante perché non basta vivere in una natura meravigliosa, ma bisogna saper costruire la bellezza del paesaggio, ed è quel che da anni stanno facendo, ad esempio, le tante donne e i tanti uomini che ogni giorno lavorano nelle filiere dell’agricoltura.
Una posizione di leadership il nostro Paese l’ha conquistata anche nella riconversione verde dell’economia. L’ultimo Rapporto I.T.A.L.I.A. Geografie del Nuovo Made in Italy, realizzato da Fondazione Edison, Fondazione Symbola e Unioncamere, conferma che siamo leader mondiali nella bioplastica, e che in generale il nostro sistema produttivo ha incorporato la green economy come un fattore competitivo: dall’inizio della crisi, oltre 340mila aziende, il 22% del totale, hanno investito in questo senso, e nella manifattura si raggiunge il 33%. Arriviamo così ai vertici dell’Unione Europea per eco-efficienza, e siamo tra i più virtuosi in Europa nell’industria del riciclo.
Anche questo è Made in Italy. Qualche giorno fa abbiamo festeggiato la ricorrenza dei 70 anni della Vespa, uno dei più riusciti simboli del Made in Italy, uno dei più famosi al mondo. Ben vengano ricorrenze di questo tipo, ma guai ad avere una visione nostalgica, limitata da uno sguardo rivolto al passato: la storia ha senso solo se riusciamo a proiettarla al futuro, se riusciamo ad avere una visione del domani, e trovo positivo che la mostra di Lorenzo Cicconi Massi ci inviti a riflettere anche in questi termini, con un uso sapiente del bianco e nero che non si faccia retorica ma che, al contrario, sappia dare una visione poetica e prospettive originali a materiali e persone, a oggetti di design e a icone, ai marchi dell’imprenditoria italiana e marchigiana, ai loro luoghi, alle loro geometrie, ai loro simboli. Un linguaggio universale che è tra i più potenti per veicolare il Made in Italy in tutto il mondo.
Esiste da parte dei consumatori globali una voglia crescente di sostenibilità e di Made in Italy, e il nostro tessuto produttivo può accogliere questa domanda con la chiave dell’innovazione: dall’economia della condivisione alle rinnovabili, dalla generazione diffusa all’economia circolare, oggi le nostre produzioni sanno cogliere i cambiamenti tecnologici e apprezzarne le potenzialità, e credo che il caso di questo territorio possa essere tra i più rappresentativi di questa realtà virtuosa.
Bellezza, cultura, qualità, innovazione e green economy fanno della produzione manifatturiera italiana una produzione riconoscibile in tutto il mondo per cura estetica, qualità, eccellenza delle materie prime, expertise artigianale, creatività. Anche per questo gli ultimi dati Istat a disposizione ci parlano di un fatturato del settore manifatturiero aumentato dell’1,4% rispetto a dicembre 2015 e dello 0,3% nella media degli ultimi tre mesi rispetto ai tre precedenti. Nonostante le tante difficoltà siamo uscendo dalla crisi a testa alta perché chi fa impresa crede nel proprio lavoro e per questo merita l’attenzione massima da parte delle istituzioni.
Nei tanti anni in cui ho esercitato le mie attività sindacali nel tessile, ho avuto modo di agire in un settore manifatturiero centrale per il paese, un settore in cui corrette relazioni industriali hanno consentito e consentono di fronteggiare positivamente i tanti cambiamenti indotti dagli scenari globali senza scaricare sul lavoro e i suoi diritti gli effetti delle necessarie trasformazioni. Questo voglio specificarlo perché per la responsabilità sociale delle imprese e per la qualità del lavoro, della formazione e della gestione delle risorse umane, passano i fattori che caratterizzano il Made in Italy in termini di qualità, etica, sicurezza, innovazione.
Inoltre, i milioni di consumatori del mondo che cercano, vestono, mangiano Made in Italy vogliono qualità e sicurezza garantite, certificate; anche per questo servono strumenti di politica industriale in grado di sostenere chi investe veramente in qualità e innovazione dei prodotti certificando le filiere produttive. A questo deve rivolgersi la politica e il lavoro delle istituzioni.
È determinante proseguire la strada intrapresa in questa legislatura di cambiamento con le riforme del mercato del lavoro, della burocrazia, della giustizia civile, con la riduzione delle tasse per famiglie e imprese, e con tutte le misure messe in campo per attrarre sul nostro territorio investimenti capaci di creare occupazione e valore aggiunto.
Ma altrettanto fondamentale è perseguire i dossier europei più importanti, perché è lì che oggi si giocano le grandi sfide. Anche lo scandalo che ha coinvolto la Volkswagen, recentemente, ha ribadito a tutte e tutti che senza una leale concorrenza e senza la reciprocità nelle regole commerciali nessuno può pretendere di costruire vera occupazione e crescita sostenibile.
In questo senso credo fermamente che il valore del Made in Italy vada valorizzato a partire dalla legalità e dalla tutela di chi produce nel pieno rispetto delle regole.
Servono sia strumenti di premialità per chi rispetta le regole che strumenti di politica industriale, come la rintracciabilità delle origini dei prodotti a tutti i livelli, per la reciprocità nel commercio internazionale.
Chi ha potuto osservare da vicino i cambiamenti che hanno investito le filiere produttive industriali negli ultimi anni, può ben constatare che per tutelare la ricerca e l’innovazione, la qualità distintiva dei prodotti, sono importanti, accanto ai brevetti e ai marchi, anche la trasparenza e i controlli delle modalità di organizzazione del rapporto tra committenza e sub-fornitori, visto che tra le cause fondamentali dell’espansione dell’industria del falso c’è l’accentuazione di una frammentazione del processo produttivo che ha sottovalutato la funzione di coordinamento delle diverse imprese a cui sono affidate le produzioni. La filiera produttiva e quella commerciale rimangono le chiavi di lettura che consentono di rappresentare l’effettiva articolazione di produzioni e servizi attraverso i quali si realizza quel processo integrato che genera il valore. E sappiamo che la loro trasparenza e certificazione di autenticità è parte della politica industriale e commerciale.
È una questione particolarmente importante anche da punto di vista dei cittadini e dei consumatori, perché la libertà di scelta dei consumatori presuppone la conoscenza dell’origine e della composizione, e questa scelta dipende molto dalle condizioni di reciprocità nel commercio internazionale.
Per questo Parlamento e Governo si stanno battendo anche a favore dell’apposizione sui prodotti, da parte dei fabbricanti e degli importatori, di un’indicazione del Paese d’origine.
Chi si occupa di Made in Italy sa benissimo che per consentire al Made in Italy di superare i confini italiani ed europei, ed avanzare nella competizione sui mercati globali, è indispensabile un sistematico contrasto alle contraffazioni, incentivando da un lato le innovazioni e la ricerca industriale e, dall’altro, lo sviluppo dei sistemi di tracciabilità dei processi produttivi.
Anche questo ha motivato l’impegno per il mio disegno di legge sull’Italian Quality, che ha come obiettivo l’Istituzione del marchio “Italian Quality” per il rilancio del commercio estero e la tutela dei prodotti italiani. Abbiamo ancora grandi energie da poter utilizzare nel mondo, come leva per la ripresa economica e produttiva del Paese, e attraverso l’istituzione di un marchio “Italian Quality”, che sopperisca all’attuale carenza di informazioni e di garanzie, sarà possibile consentire, contemporaneamente, sia una maggior tutela per produttori e consumatori, sia condizioni di equa e trasparente competizione.
I successi del Made in Italy, delle eccellenze, delle tante piccole e medie imprese, delle nostre filiere territoriali e globali, derivano proprio dal riconoscimento, da parte di cittadini e consumatori di ogni parte del mondo, della qualità dei nostri prodotti, e della capacità che essi hanno di raccontare il nostro paese, la nostra bellezza, il nostro stile di vita. Per questo è un dovere delle istituzioni e di tutti i soggetti sostenere e incrementare il valore etico, sociale ed economico che caratterizza il lavoro delle nostre imprese.
Purtroppo la contraffazione provoca un danno economico per l’impresa legale che può essere misurato dalle mancate vendite, perdita di immagine e di credibilità del marchio, spese legali per la tutela dei diritti di proprietà intellettuale, riduzione della redditività degli investimenti in ricerca, innovazione del prodotto e marketing.
È bene ricordare che le ultime stime del Censis ci parlano di un giro d’affari dell’industria del “falso” che in Italia è di quasi 6,5 miliardi di euro; riportando sul mercato legale la produzione dei beni contraffatti avremmo + 17,7 miliardi di euro di valore di produzione aggiuntiva; + 105.000 posti di lavoro; un gettito aggiuntivo per l’Erario di quasi 5,3 miliardi di euro, pari all’1,74% del totale delle entrate tributarie dello Stato.
Certo, non si può negare che alla base della contraffazione vi sia anche un profondo problema culturale. In questo c’è un particolare bisogno sia di educazione dei cittadini-consumatori che di un serio piano di informazione specialmente tra le giovani generazioni, per informare su ciò che è dannoso e ciò che non lo è, per generare sia un’assunzione consapevole dei propri diritti che l’esercizio effettivo della propria libertà di scelta.
E questo credo sia un altro fondamentale aspetto che la mostra che inauguriamo oggi contribuisce a mettere in risalto, perché è innegabile che il potere comunicativo delle immagini possa essere un linguaggio efficace soprattutto con le giovani generazioni, avvicinandole a questa grande bellezza che chiamiamo Made in Italy e che senza esitazioni dobbiamo saper apprezzare e valorizzare.
Vorrei concludere ricordando che le imprese di nuova generazione non sono solo quelle che innovano attraverso lo sviluppo delle tecnologie, ma sono anche quelle che impiegano le tecnologie per rinnovare i processi nell’ambito di settori che, solo apparentemente, sembrano essere maturi. Oggi è fondamentale il ruolo congiunto delle aziende consolidate e delle startup, perché in una realtà come la nostra, fatta soprattutto di piccole e medie imprese, le aziende consolidate possono trovare nelle startup una strada per innovare e quindi mantenere alta la loro competitività, mentre le startup possono trovare nelle realtà consolidate strutture commerciali, presenza internazionale, marchi conosciuti. L’unione tra questi due mondi rafforza ulteriormente le potenzialità del Made in Italy, e credo sia importante ribadirlo in un territorio come quello delle Marche, regione che ha saputo nel tempo sviluppare la propria vocazione a mettere insieme le migliori tradizioni artigianali e industriali con una visione di innovazione e di investimento sulle giovani generazioni.
Ho avuto il piacere, recentemente, di ospitare in Senato la presentazione del libro “Diario Pubblico. Le imprese a governo femminile”, che raccoglie storie di imprenditrici marchigiane. L’ho trovato un lavoro perfettamente in linea con tutto il mio percorso nel sindacato prima e in Parlamento poi, un percorso rivolto a raccontare e valorizzare le tante donne che fanno impresa o che vivono nell’impresa, uno spaccato del Paese troppe volte trascurato e poco conosciuto, se è vero che in Italia il 16% delle donne fa impresa o è lavoratrice autonoma, contro una media europea del 10%.
Le storie delle imprenditrici del Made in Italy sono affascinanti proprio perché sono storie di sacrificio, lotta, passione e tenacia al femminile, da cui spesso si vede quanto l’essere donna rappresenti un valore aggiunto, la maternità sia un’esperienza formativa, e la lotta per affermarsi in mondi a prevalenza maschili uno stimolo ed una sfida con cui cimentarsi con tenacia e forza.
Ci sono donne che hanno inventato il proprio lavoro dal niente, altre che si sono trovate a prendere in mano una storia di impresa familiare ricostruendone prospettive e struttura, ci sono nuove imprenditrici e generazioni che di donna in donna si tramandano il mestiere.
Non solo manifattura calzaturiera e moda, ma anche l’elettrotecnica, la meccanica, l’alimentare. Il Made in Italy al femminile è un quadro complesso che rompe molti stereotipi ed evidenzia che le donne sono protagoniste della vita economica in una pluralità di ruoli che è arricchimento per la comunità, ed è qualcosa di cui questo territorio può e deve essere orgoglioso.
Qualche giorno fa, il 7 marzo scorso, il Presidente Mattarella, intervenendo al Quirinale per la cerimonia della Giornata della Qualità Italia, ha sottolineato quanto sia importante che un Paese come il nostro, che ha nella qualità il proprio segno distintivo, abbia maggiore fiducia in sé stesso.
Ecco, credo che la mostra di Lorenzo Cicconi Massi rappresenti anche un pezzo di questa necessaria fiducia, un magnifico racconto che è anche in sé una spinta al cambiamento, a una visione migliore del Paese che siamo e del Paese che vogliamo essere.
Grazie.

1 aprile ancona