Oggi ho partecipato in Senato alla conferenza stampa Norme per la parità di genere, dalla legge nazionale alle leggi regionali.
Qui potete leggere il mio intervento

Buongiorno a tutte e a tutti,

sono felice di poter portare i miei saluti all’iniziativa di stamani, per la qualità degli ospiti che avremo modo di ascoltare e per il tema trattato, quello della parità di genere nelle leggi elettorali, che è da anni un ambito di impegno di tante e tanti di noi.

Discutere di questo tema oggi è ancora più significativo, visto che quest’anno il 2 giugno 2016 ricorrerà il settantesimo anniversario della nascita della Repubblica italiana e, contestualmente, il settantesimo anniversario del voto alle donne in Italia e della loro piena e libera partecipazione alla vita politica nazionale.

Fino al 1945 le italiane non godevano, infatti, dell’elettorato attivo, fino al 1946 di quello passivo: il 2 Giugno fu una data storica per tanti motivi, non da ultimo perché, per la prima volta, tutte le donne italiane poterono recarsi alle urne a votare ed essere elette. Finalmente le donne potevano prendere attivamente parte alla vita politica riscattando il ruolo avuto tanto nella quotidianità della vita del Paese, quanto nelle vicende della liberazione.

Grazie a quel voto sui banchi dell’Assemblea costituente, sedettero le 21 prime parlamentari, a ragione denominate “Madri costituenti”, e 5 di loro entrarono nella “Commissione dei 75”, incaricata dall’Assemblea costituente di scrivere la Carta costituzionale: Angela Gotelli, Maria Federici, Nilde Iotti, Angelina Merlin e Teresa Noce.

Quella presenza fu l’inizio di un nuovo protagonismo femminile nelle istituzioni e segnò un punto importantissimo per la qualità della democrazia Italiana: quelle donne sostenevano, infatti, non solo le istanze del partito nelle cui liste erano state elette, ma anche rivendicazioni in grado finalmente di volgere in meglio la condizione delle donne nel nostro Paese.

Tra i vari articoli in cui si palesò il peso e la forza della partecipazione delle donne alla scrittura della Carta, il primo comma dell’articolo 51 della Costituzione è importante per le nostre discussioni di oggi: “tutti i cittadini dell’uno o dell’altro sesso possono accedere agli uffici pubblici e alle cariche elettive in condizioni di eguaglianza”.
Fu il frutto di un’importante discussione nell’Assemblea costituente che segnò l’avvio di un periodo di uguaglianza quanto meno formale nell’accesso alle cariche politiche e agli uffici.
Un’affermazione del principio di uguaglianza che, tuttavia, ha impiegato troppo tempo a trasformarsi in pratica e che, passo dopo passo, sta trovando realizzazione solo ai giorni nostri dopo un lungo percorso.

Una storia che ha avuto alcuni snodi importanti, che sono diventati via via più significativi negli ultimi anni.

Si è partiti dalla legge costituzionale del 30 maggio 2003, n. 1, che ha modificato l’articolo 51 della Costituzione aggiungendo al testo precedente che “la Repubblica promuove con appositi provvedimenti le pari opportunità tra donne e uomini”. In precedenza, un’altra modifica al testo costituzionale (Legge costituzionale n. 3/2001), aveva stabilito che “le leggi regionali rimuovono ogni ostacolo che impedisce la piena parità degli uomini e delle donne nella vita sociale, culturale ed economica e promuovono la parità di accesso tra donne e uomini alle cariche elettive”. Due interventi che hanno aperto a importanti novità sul piano degli strumenti concreti messi a disposizione di questa battaglia per la parità.

Da allora si è aperto infatti un varco che ha portato a leggi sempre più avanzate per promuovere la parità di genere a tutti i livelli, da quello comunale a quello regionale, fino a quello nazionale ed europeo con una serie di strumenti che ci hanno portato ad incrementare sensibilmente, sebbene non a tutti i livelli, la rappresentanza femminile.

La Corte costituzionale ha percorso questi nuovi spazi con decisione: con la sentenza n. 4 del 2010, ha dichiarato infondata la questione di legittimità costituzionale sollevata dal Governo per l’introduzione della “doppia preferenza di genere” nella legge elettorale della Campania, ed ha affermato che “Preso atto della storica sotto-rappresentanza delle donne nelle assemblee elettive, non dovuta a preclusioni formali incidenti sui requisiti di eleggibilità, ma a fattori culturali, economici e sociali, i legislatori costituzionale e statutario indicano la via delle misure specifiche volte a dare effettività ad un principio di eguaglianza astrattamente sancito, ma non compiutamente realizzato nella prassi politica ed elettorale”.

A queste novità sono via via seguite altre, che hanno coinvolto i vari livelli di governo negli ultimi anni.

In ordine cronologico: la 215/2012 è intervenuta per il riequilibrio di genere negli enti locali, prevedendo, per l’elezione dei consigli comunali dei comuni sopra i 5.000 abitanti, la cosiddetta “quota di lista” e l’introduzione della “doppia preferenza di genere”.

Successivamente la 65/2014, ha introdotto nuove disposizioni per le elezioni del Parlamento europeo, da applicarsi dal 2019, con la cosiddetta “tripla preferenza di genere”.

Ancora, la nuova legge elettorale per la Camera, il cosiddetto “Italicum”, prevede che nei collegi plurinominali i candidati siano collocati in ordine alternato di genere; che a pena di inammissibilità della lista, nel numero complessivo dei candidati capolista nei collegi di ogni circoscrizione, non possa esservi più del 60 per cento di candidati dello stesso sesso; e introduce la cosiddetta “doppia preferenza di genere”.

Per quello che riguarda i consigli regionali poi (ambito nel quale la differenza di rappresentanza di genere appare molto grave se è vero che in media sono il 17%, con 18 regioni che sono sotto al 25%) la legge 20/2016, prevede la promozione delle pari opportunità mediante la doppia preferenza di genere, dove sia prevista l’espressione di preferenze, l’alternanza tra candidati di sesso diverso, ove siano previste liste senza espressione di preferenze e l’equilibrio tra candidature presentate con il medesimo simbolo in modo tale che i candidati di un sesso non eccedano il 60 per cento del totale, in caso di collegi uninominali.

Sempre per quel che riguarda i consigli regionali anche la proposta di riforma costituzionale introduce novità importanti e preziose, con la modifica dell’articolo 55 che prevede che “Le leggi che stabiliscono le modalità di elezione delle Camere promuovono l’equilibrio tra donne e uomini nella rappresentanza”. Un altro ottimo motivo per sostenere con convinzione questa riforma e uno stimolo importante per lavorare nei prossimi mesi per riscrivere le leggi elettorali regionali e farle votare dai vari Consigli, anche grazie a un percorso in cui siano protagoniste le responsabili di parità di genere delle varie Regioni, con un coordinamento tra loro che su questo, e su molti altri settori, deve essere incentivato per valorizzare esperienze e buone pratiche.

La cronologia dei cambiamenti mostra un’evidente accelerazione negli ultimi anni, che va di pari passo con l’empowerment politico femminile, un dato chiaro dal Global Gender Gap del 2015 stilato dal World Economic Forum, che però, accanto a significativi miglioramenti per il nostro Paese sul versante della rappresentanza politica, mostra numeri poco lusinghieri per quel che riguarda la partecipazione al mercato del lavoro, la salute, l’educazione, mostrando un Paese che ha davanti a se un lungo percorso verso l’uguaglianza di genere.

Sono queste le sfide che ci chiamano in causa e ci spingono ad investire con forza le nostre energie sulla pari rappresentanza degli uomini e delle donne. La presenza delle donne nelle istituzioni ad ogni livello, non è, infatti, un contributo formale o una richiesta neutra che riguarda soltanto la rappresentanza, ma una forma importante di arricchimento della qualità della nostra democrazia. La loro presenza porta in quelle aule sensibilità, esperienza, competenze di cui altrimenti resteremmo privi, e da rappresentanza alla metà della popolazione italiana, quella metà che oggi partecipa meno alla vita economica e sociale, e rappresenta un potenziale di crescita enorme per il nostro Paese in ogni settore e che, quindi, ha più bisogno di attenzione.

Le molte norme approvate in questa legislatura per promuovere la parità di genere sono , infatti, evidentemente anche il frutto di una rappresentanza femminile, in Parlamento ed al Governo, che non è mai stata così consistente nella storia. Dalla legge contro le dimissioni in bianco, alla ratifica della convenzione di Istanbul, alle norme per la conciliazione e la condivisione, alle norme in favore delle donne vittime di violenza, è chiaro che la qualità e la quantità delle norme approvate risenta della presenza femminile nelle istituzioni.

La sfida per la pari rappresentanza, intesa in questa cornice, rappresenta quindi un’urgenza su cui intervenire con ogni mezzo, monitorando i progressi successivi alle modifiche normative e immaginando strumenti nuovi laddove non siano sufficienti.

Per questo, in un Paese in cui le differenze di genere sono così forti e diffuse in ogni ambito della società, incrementare la presenza delle donne nelle istituzioni è obiettivo fondamentale e irrinunciabile su cui tutte, a prescindere dallo schieramento politico, dovremmo impegnarci e coinvolgere i nostri colleghi più sensibili.

Tina Anselmi ebbe a dire che “Il tempo delle donne è stato sempre un enigma per gli uomini. E tuttora vedo con dispiacere che per noi gli esami non sono ancora finiti. Come se essere maschio fosse un lasciapassare per la consapevolezza democratica!”, una riflessione che è, purtroppo, ancora attuale, ma che deve essere per noi una motivazione e un monito quotidiano.

Buon lavoro a tutte e a tutti.

5 Aprile – Norme Parità di Genere