Care amiche e cari amici, signore e signori,
sono lieta di poter concludere questo incontro, e desidero ringraziare vivamente tutti e tutte coloro che hanno contribuito a realizzarlo, la famiglia di Baldina Di Vittorio e l’associazione “Casa Di Vittorio”, la Fondazione “Giuseppe Di Vittorio”, la Presidenza della Regione Puglia.
A poco più di un anno dalla sua scomparsa, la figura di Baldina Di Vittorio è stata ricordata, come è giusto che fosse, da diverse prospettive.
Siete in molti, tra i presenti, ad aver avuto la fortuna di conoscerla, e credo che ciascuna e ciascuno di voi serbi un ricordo prezioso di Baldina perché fondamentalmente fu una donna audace e coraggiosa e, per quanto mi riguarda, un grande esempio di impegno civile.
Certamente Baldina ha attraversato da protagonista il nostro tempo grazie al suo intenso impegno nel movimento delle donne, come dirigente nazionale dell’UDI, come parlamentare del PCI, come sindacalista, come esponente della Fondazione intitolata al padre Giuseppe Di Vittorio e Presidente dell’Associazione “Casa Di Vittorio”.
È inevitabile che il ricordo di Baldina si leghi alla figura di suo padre Giuseppe, il più significativo esponente della storia politico sindacale dell’Italia del Novecento.
Faremmo un errore grave, però, se non ci fosse da parte nostra la volontà di evidenziare che un’ eredità come quella di Giuseppe Di Vittorio occorreva saperla meritare, testimoniare, rinnovare, e indubbiamente Baldina ha dimostrato in tutto l’arco della sua vita di saper condurre con passione e talento una simile storia nei cambiamenti del secondo Novecento, di saperla tramandare alle giovani generazioni con tutto il profondo senso di giustizia sociale che caratterizzò la sua famiglia.
Mosse i suoi primi passi sui tavoli delle Camere del Lavoro di Cerignola, dove era nata nel 1920, e di Bari, dove si era trasferita assieme alla sua famiglia. Un’infanzia, quella di Baldina, vissuta durante l’ascesa del Fascismo, delle rappresaglie contro lavoratrici e lavoratori e i loro rappresentanti, ma anche durante la maturazione delle lotte di tante italiane e di tanti italiani per una società diversa da quella che la dittatura coltivò durante tutto il ventennio.
La sua giovinezza vissuta in clandestinità, costretta all’esilio a Bruxelles e Mosca, l’aver conosciuto gli orrori dei campi di concentramento e della guerra, hanno dato vita, in Baldina, a una forte volontà di giustizia, a un senso delle istituzioni e a un’attenzione alle istanze della democrazia talmente maturi da farci avvicinare la sua figura a quella delle nostre madri costituenti.
Lei stessa fu internata nel campo di Rieucros, in Francia, e solo successivamente riuscì a rifugiarsi negli Stati Uniti con suo marito Giuseppe Berti. In quel campo un’assurda legislazione tratteneva, negli anni 1940-1941, donne straniere che non potevano essere imprigionate né espulse, accusate per il loro credo politico, per propensione alla violazione delle leggi o per costumi ritenuti eccentrici. Insieme a donne spagnole, tedesche, polacche, o di etnia rom, in quel campo c’erano molte italiane, tra le quali quattro comuniste future parlamentari: Teresa Noce, Elettra Pollastrini, Giulietta Fibbi e, appunto, la nostra Baldina.
Sono coincidenze della storia molto significative, che evidenziano il formarsi di generazioni di donne colte, impegnate nel mondo del lavoro e dei diritti delle donne, persone dalla straordinaria sensibilità culturale e dal grande talento politico. Ecco perché nella storia di Baldina esiste un legame forte tra il suo impegno nell’Unione Donne Italiane, di cui fu una delle più attive dirigenti, le sue collaborazioni con “L’Unità” e “Civiltà Proletaria”, settimanale dei lavoratori e organo del Partito Comunista d’Italia, le sue attenzioni al mondo del lavoro, al sud, all’emigrazione, la sua carriera politica e istituzionale, che la vide candidata nelle liste del PCI ed eletta alla Camera nel 1963 e al Senato nel 1968, dove fece parte anche della segreteria della Presidenza, e infine l’impegno per sostenere con tutte le sue energie la memoria della famiglia Di Vittorio.
Forse la definizione più puntuale di come fu Baldina Di Vittorio l’ha data il Presidente emerito Napolitano, quando nel gennaio 2015, in occasione della sua scomparsa, ha dichiarato: “Di Baldina erano altamente apprezzabili la linearità politica, la serena operosità, il tratto di inconfondibile finezza e garbo personale”.
Se invece vogliamo approfondirne lo spessore politico può esserci di aiuto una rilettura delle sue tante iniziative parlamentari. Andrebbero ricordate soprattutto quelle di cui fu prima firmataria alla Camera, come le norme per la formazione delle classi e per le graduatorie degli insegnanti nelle scuole elementari, oppure le norme per agevolare i ricongiungimenti familiari dei lavoratori emigrati all’estero, ma andrebbe ricordato anche il suo impegno in Senato a favore del diritto di voto nelle elezioni politiche, regionali ed amministrative dei lavoratori italiani emigrati.
Ritroviamo Baldina e le sue idee nelle tante interrogazioni svolte, ad esempio, per sostenere gli agricoltori pugliesi, per risolvere il problema dell’acqua potabile nei territori del Mezzogiorno, contro le manifestazioni neofasciste, sulle drammatiche condizioni delle donne braccianti nella Piana del Sele, contro lo sfruttamento di manodopera minorile in provincia di Bari, oppure quella contro le discriminazioni salariali nei confronti delle donne nell’agricoltura pugliese.
Oggi impressiona rileggere un suo intervento del 29 ottobre 1965 alla Camera, quando così affrontava la discussione sul decreto legge 6 settembre 1965, n. 1022, recante norme per l’incentivazione dell’attività edilizia: “E’ indubbio che il caotico sviluppo urbano che in particolare negli ultimi anni ha caratterizzato la crescita edilizia in Italia e ha acutizzato sempre più i già gravi problemi della casa, dei trasporti, della scuola, del verde pubblico, dei servizi sociali, ha reso molto difficile, vorrei dire insostenibile, la posizione della donna che svolge ad un tempo attività extradomestiche e compiti casalinghi. […] L’imponenza della partecipazione delle donne allo sviluppo economico (circa 6 milioni di lavoratrici, di cui il 42 per cento sposate) pone in primo luogo l’esigenza di programmare e di rendere obbligatorie alcune realizzazioni sociali la cui mancanza o inadeguatezza costringe la lavoratrice a compiere gravi sacrifici o le impone scelte dolorose che spesso si risolvono nell’abbandono della attività extradomestica e, quindi, nella mortificazione delle sue legittime aspirazioni professionali. Guardare più da vicino questa realtà – continua Baldina Di Vittorio nel suo intervento – esaminare più a fondo i problemi della donna che lavora, e in particolare della lavoratrice-madre, significa mettere a nudo le distorsioni dell’attuale assetto sociale e porre con maggiore decisione la esigenza di una riforma delle strutture civili per adeguarle alle nuove responsabilità della donna”.
Traspare da queste sue parole un approccio alla politica assolutamente moderno, una visione globale delle problematiche in grado di connettere tra loro lo sviluppo urbanistico, la vita quotidiana dei cittadini, il mondo del lavoro, la necessità di una graduale espansione dei servizi pubblici e sociali, la valorizzazione delle differenze di genere. In quest’ottica anche il problema della casa andava affrontato, secondo lei, in una visione organica, nel rapporto tra abitazione e servizi sociali.
È la stessa sensibilità che ritroviamo nell’impegno di Baldina nel sindacato, ad esempio quando nelle circolari della CGIL sull’attuazione del Piano asili-nido teneva a sottolineare: “È nostra convinzione che una politica di riforme basata sullo sviluppo dei consumi sociali non possa prescindere dalla realizzazione di importanti strutture sociali a favore dell’infanzia e della famiglia; per poter far fronte alle accresciute esigenze della società, il movimento sindacale deve qualificarsi sempre più come protagonista di una politica riformatrice anche in questo campo, inserendo nella propria piattaforma rivendicativa l’attuazione del Piano asili”.
Anche questo era Baldina, e credo si tratti di un approccio che ancora oggi rappresenta un valore e un punto di riferimento per tutte e tutti noi.
A distanza di molti anni, in tempi più recenti, a quegli impegni fanno eco le parole che Baldina ha pronunciato a proposito della memoria di suo padre: “Dobbiamo parlare ai giovani, dobbiamo spiegare chi sono stati gli uomini che sono stati capaci di trasformare in pochi anni un Paese agricolo prima in un’economia industrializzata poi in una potenza economica”. Sono parole che Baldina rivolse tempo fa a Roberto Napoletano, direttore del Sole 24 Ore.
Ecco, oggi il senso di quella memoria fortemente auspicata da Baldina lo dobbiamo a lei e alle tante donne che hanno contribuito – e contribuiscono – a rendere il nostro un Paese migliore, uno spazio di piena cittadinanza dove tutti possono vivere, lavorare e partecipare senza subire discriminazioni di alcun tipo.
Discutere di questi temi oggi è ancora più significativo, visto che quest’anno il 2 giugno 2016 ricorrerà il settantesimo anniversario della nascita della Repubblica italiana e, contestualmente, il settantesimo anniversario del voto alle donne in Italia e della loro piena e libera partecipazione alla vita politica nazionale.
Finalmente le donne poterono prendere attivamente parte alla vita politica riscattando il ruolo avuto tanto nelle vicende della Resistenza e della Liberazione quanto nella quotidianità della vita del Paese, e indubbiamente quella presenza fu l’inizio di un nuovo protagonismo femminile nelle istituzioni che segnò un punto importantissimo per la qualità della nostra democrazia.
Il cammino intrapreso con quel percorso non è stato lineare né facile, né possiamo ritenerlo concluso, e in questo senso credo valga la pena ricordare che le donne come Baldina hanno anche il merito di aver saputo sfidare, in prima persona, molti luoghi comuni: donne che nella propria vita si sono schierate, con audacia, contro i forti pregiudizi che a loro erano riservati in quanto donne, all’interno di ambienti politici e culturali che pur battendosi per i diritti e la giustizia sociale rimanevano comunque condizionati da stereotipi misogini e da una dimensione partecipativa a misura d’uomo. Anche per questo Baldina va ricordata.
Nella V legislatura, dal giugno 1968 al maggio 1972, con lei in Senato c’erano soltanto altre 10 donne: 11 senatrici su 351 componenti! Un totale di 27 donne in tutto il Parlamento!
Oggi stiamo portando avanti importanti cambiamenti ma molte sfide sono ancora aperte. In questa legislatura le donne sono il 30% del Parlamento e contribuiscono a renderlo anagraficamente più giovane. A livello di amministrazioni locali, invece, le donne sindache sono ancora poche, e nei Comuni oltre i 15 mila abitanti arrivano appena al 10%.
C’è ancora quindi tanto da fare per avvicinarci ad una parità effettiva nella rappresentatività. Le premesse sono incoraggianti, i numeri possono crescere allo stesso modo di come è avvenuto per il Governo, dove la metà dei Ministri è donna.
Chiaramente la parità nella rappresentanza non è questione formale ma di sostanza, e serve soprattutto a colmare i tanti gap che penalizzano ancora le donne nel nostre Paese, soprattutto nel mercato del lavoro.
Le sfide che riguardano l’emporwement economico delle donne sono un monito che non dobbiamo trascurare: il lavoro, così come per Baldina a suo tempo, si conferma essere oggi lo strumento principale per costruire libertà e partecipazione femminile, ed aumentare la loro occupazione, garantire loro di poterci essere partendo da una condizione di uguaglianza con gli uomini, mettere le imprese in condizione di poterle assumere senza oneri eccessivi, vuol dire liberare un potenziale di crescita e competitività enorme per tutto il Paese.
Nell’affrontare questi grandi obiettivi, noi non possiamo fare a meno della grande eredità culturale e politica che donne come Baldina Di Vittorio hanno saputo lasciare al nostro Paese, impegnandosi con coraggio a favore del cambiamento. Un patrimonio che parla a tutte e tutti noi, a chiunque eserciti responsabilità pubbliche, e in particolare al mondo del lavoro, alle sfide che coinvolgono i sindacati e tutte le forze produttive del Paese.
Mi preme, in conclusione, sottolineare che la storia di Baldina ci parla del mondo del lavoro, delle tante battaglie intraprese nel nostro Paese per la giustizia, i diritti, l’eguaglianza, ma ci parla anche molto di Europa, del valore della pace tra i popoli. Una donna che ha conosciuto così da vicino l’orrore della guerra e le derive dei nazionalismi, ci lascia un messaggio chiaro e indelebile anche su questo, specialmente oggi, con un’Europa alle prese con una crisi politica senza precedenti, a cui molti pensano di poter rispondere con la politica dei muri, dei fili spinati.
Sono certa che Baldina sarebbe al nostro fianco anche in queste battaglie, per un’Europa più unita, accogliente, libera.
Ringrazio dunque tutte e tutti per aver partecipato con la qualità dei vostri interventi, e permettetemi di esprimere non poco orgoglio per il fatto che il Senato della Repubblica, ospitando e patrocinando iniziative come questa, conferma la propria vocazione ad essere anche luogo della cultura, della memoria e della riflessione sulla nostra identità e sulla nostra coscienza civile. Un impegno a cui le nostre istituzioni non devono mai rinunciare.
Grazie.

11 aprile Baldina