Il mio articolo oggi su l’Unità

“Ci siamo resi conto che un sistema economico non sopporta variabili indipendenti. I capitalisti sostengono che il profitto è una variabile indipendente. I lavoratori e il loro sindacato, quasi per ritorsione, hanno sostenuto in questi anni che il salario è una variabile indipendente. In parole semplici: si stabiliva un certo livello salariale e un certo livello dell’occupazione e poi si chiedeva che le altre grandezze economiche fossero fissate in modo da rendere possibile quei livelli di salario e d’occupazione.
Ebbene, dobbiamo essere intellettualmente onesti: è stata una sciocchezza, perché in un’economia aperta le variabili sono tutte dipendenti una dall’altra”.

Il 24 gennaio del 1978 ero una giovane sindacalista della Cgil, nel Sindacato del pubblico impiego, a Milano, e fu nel mio ufficio che, aprendo La Repubblica, come ogni mattina, vi lessi una intervista, che oggi possiamo dire quantomeno dirompente, e perciò passata alla storia. Le interviste a Lama non erano mai banali, ma quella rilasciata a Eugenio Scalfari quella mattina mi fu immediatamente chiaro che fosse davvero molto importante. Infatti, in un’Italia che stava vivendo una delle fasi più acute di crisi economica, con tassi di disoccupazione molto alti ed uno sviluppo economico bloccato, il segretario generale della Cgil riconosceva al sindacato una parte di responsabilità, davanti non solo ai lavoratori ma al Paese tutto. E a questa presa di coscienza accompagnava una strategia difficile e complessa in cui chiamava la propria organizzazione, all’interno della federazione CGIL-CISL-UIL, ad un nuovo impegno.

Un impegno gravoso e non semplice, in cui si sarebbe misurata la capacità del gruppo dirigente sindacale di essere tale, di saper tracciare una rotta per il Paese, partendo dalla difesa ed emancipazione delle lavoratrici e dei lavoratori – e questo è il primo punto chiave che a mio parere descrive il suo pensiero e il suo agire – anche a costo di discussioni interne, tutt’altro che facili, e della fatica per portare tutti su questa posizione. Di fronte al dramma della disoccupazione, Lama si domandava “quale ruolo la classe operaia vuole svolgere per raddrizzare la barca dell’Italia?”. Ed indicava una rotta: “quando il sindacato mette al primo punto del suo programma la disoccupazione, vuol dire che si è reso conto che il problema di avere un milione e seicentomila disoccupati è ormai angoscioso, tragico, e che ad esso vanno sacrificati tutti gli altri obiettivi [..] è chiaro che il miglioramento della condizione degli operai occupati deve passare in seconda linea”. Politica salariale contenuta, quindi, miglioramenti scaglionati lungo il triennio di durata dei contratti, la revisione “da cima a fondo” dello strumento della Cassa Integrazione, specie quando diventa “assistenza in via permanente dei lavoratori eccedenti”, “l’impossibilità di obbligare le aziende a trattenere alle proprie dipendenze un numero di lavoratori che esorbita le loro possibilità produttive”: erano questi gli impegni che il sindacato prendeva davanti alla pubblica opinione, in cambio però metteva sul tavolo, per la prima volta in modo così completo, una serie di proposte di politica economica che somigliavano a un programma per affrontare globalmente i problemi del Paese.

Il sindacato proponeva ai lavoratori una politica di sacrifici, come sottolineava Lama nell’intervista, ma lo faceva assumendo su di sè, con uno sguardo generoso e largo, l’ottica più profonda dell’interesse generale del Paese – secondo concetto chiave – con la volontà di offrire il contributo dei lavoratori alla causa nazionale, il bisogno di rispondere al dramma della disoccupazione giovanile e del Mezzogiorno, sentendoli come problemi generali su cui offrire un impegno sulla base di una assunzione di responsabilità di tutta la classe dirigente italiana e forte di una “dose molto elevata di coscienza politica e di classe dei lavoratori”. Un’idea forte e moderna di sindacato generale che valorizzava la confederalità al servizio del bene comune e che bandiva ogni idea corporativa e di parte. Il segretario generale della Cgil proponeva dunque un programma di solidarietà nazionale, come lo definì Scalfari nelle sue domande, ed esercitava in pieno, con forza, una leadership a tutto tondo.

Ricordare Luciano Lama a venti anni dalla sua morte è per me un omaggio sincero per quanto mi ha insegnato e trasmesso con il suo esempio, e di cui ne faccio tesoro anche oggi nella mia attività di Vice Presidente del Senato, come ne ho fatto, da sindacalista per quasi quarant’anni. Ho scelto di partire da questa intervista per ricordare Luciano Lama perché quelle colonne su La Repubblica sono per me un esempio per raccontare chi è stato. Eccolo Luciano Lama, “il sindacalista per caso”, come lui stesso si definì, che dopo l’esperienza della guerra di Liberazione diventa uno dei protagonisti della nuova classe dirigente del Paese, quella che ebbe il compito di ricostruirlo. Lo fece, dando un contributo importante, occupandosi, subito dopo la guerra, della Camera del Lavoro di Forlì, poi via via, passando per le categorie dei chimici e dei metalmeccanici, fino al massimo livello della CGIL dove fu vicesegretario con Di Vittorio e, infine, segretario generale dal 1970 al 1986. L’impegno sindacale per lui “aveva la valenza di una prosecuzione dell’attività partigiana”, si trattava infatti di ricostruire l’Italia, di dare un contributo alla Repubblica, la stessa che servì poi, anche negli anni alla Camera dei Deputati prima, in Senato poi, col ruolo di Vice Presidente. Ha insegnato a più generazioni di sindacalisti la funzione politica e storica del mondo del lavoro come forza di progresso sociale; un sindacato quindi non chiuso nelle fabbriche, ma protagonista della battaglia per il progresso e il rinnovamento del Paese.

Il suo impegno fu contrassegnato poi dalla ricerca continua dell’unità del mondo sindacale – altro punto chiave – come asse strategico e condizione indispensabile a spostare equilibri e poteri consolidati. Un’unità in nome della quale ribadì più volte l’autonomia – ecco un’altra parola chiave – dal Partito Comunista nelle grandi scelte, ponendosi sempre alla frontiera del cambiamento, tracciando il solco di un riformismo pragmatico e innovativo orientato sempre alle sfide del futuro, su un sentiero che lo vide spesso precursore e portatore di una visione positiva e innovativa del sindacato e della politica e anche del suo Partito, in un orizzonte di tempo lungo e in uno spazio che travalicava i confini nazionali, forse anticipando addirittura i processi di globalizzazione che si sarebbero verificati poi. Orizzonte che si ritrova pienamente nel suo saluto finale alla Cgil durante il congresso del 1986, quando, infatti, dedicò una parte importante del discorso all’Europa, con una lungimiranza notevole affermando: “il sindacato è nato in Europa, un secolo fa, [..] io non credo che dopo un secolo di tanta esperienza e conquiste la nostra capacità di analisi, la nostra creatività si siano così esaurite da renderci impotenti ad affrontare la realtà di oggi, di condannarci a una difensiva senza prospettive”.

La sua volontà di portare il contributo del mondo del lavoro al servizio del Paese, della sua crescita e sviluppo, una crescita che era assieme economica e democratica, fu anche il motivo della durezza con la quale la Cgil da lui guidata contrastò la violenza e il terrorismo brigatista – quinto punto chiave. Un impegno che fu totale e assoluto, e che partiva dal presupposto che la violenza politica fosse incompatibile con le lotte dei lavoratori e con la sinistra, ponendo con generosità e responsabilità il sindacato come “guardiano delle Istituzioni”: “tra noi e la violenza, tra le Br e la classe operaia, ci deve essere la stessa frattura politica e ideale che c’era tra partigiani e brigate nere”.

Nel libro intervista “Cari Compagni”, curato da Pasquale Cascella, si definì “un riformista unitario – o, se si vuole, un riformatore unitario. Unitario nel senso pieno del termine – unità dei lavoratori, unità delle forze politiche che si riconoscono nella causa di emancipazione del mondo del lavoro – perché si raccolgano tutte le energie disponibili attorno agli obiettivi che vogliamo realizzare. Obiettivi che oggi sono quelli di un programma riformatore, per cambiare questa società democraticamente, dando concretezza ai valori storici del socialismo: l’uguaglianza, la libertà, la democrazia, lo sviluppo, la conoscenza, la giustizia, la salute, la pace. Sono i valori che contano nel progresso umano, e quindi non dobbiamo abbandonarli all’ideologia ma viverli quotidianamente. Sono i valori da consegnare ai giovani d’oggi, animandone lo slancio e la passione”. Queste parole racchiudono perfettamente il suo pensiero e il suo modo di intendere la politica in generale e la sinistra in particolare: un riformismo – ultima parola chiave – pragmatico che rifugge massimalismi utili solo alla quiete delle coscienze ma destinati a lasciare tutto come è.

Il 31 maggio di venti anni fa Luciano Lama ci lasciava. Tre giorni dopo, ricordandolo in Piazza San Giovanni, davanti al Presidente della Repubblica, alle più alte cariche istituzionali e a migliaia di donne e uomini del mondo del lavoro e non solo, Sergio Cofferati lo definì, a ragione, “un uomo buono e giusto”, “non soltanto un grande dirigente sindacale ma un uomo che ha svolto un ruolo di primo piano nella crescita della democrazia di questo paese”.

Possiamo a ragione dire che ci lasciava consegnandoci un patrimonio di esperienze e riflessioni che a tutt’oggi si rivelano utili e preziose. E una modalità di affrontare i problemi e le difficoltà che rifugge dai ragionamenti facili, dalle cose scontate, ma che si misura con coraggio e responsabilità, con competenza, rigore etico e tensione morale, col cambiamento senza barriere ideologiche. Patrimonio che dobbiamo far vivere nel presente, perché di un sindacato con quelle aspirazioni e quei valori ne abbiamo bisogno in un momento come questo. Tanti dei problemi di cui parlava Lama restano infatti oggi sul tavolo, pensiamo alla disoccupazione, specie quella giovanile, al Mezzogiorno, al tema dei diritti, della rappresentanza, alle trasformazioni della nuova economia globale, insieme ad altri che si sono aggiunti negli ultimi anni, tutte questioni che devono trovare soluzione anche con la partecipazione e il protagonismo del sindacato.

Ne hanno bisogno lavoratrici e lavoratori, ne ha bisogno la politica, ne ha bisogno il Paese.