Il mio breve saluto all’evento organizzato dalla Fondazione Adkins Chiti in memoria di Jo Cox.

L’uccisione di Helen Joanne Cox, Parlamentare e Presidente della Rete delle Donne Laburiste, avvenuta durante una manifestazione nello Yorkshire, da parte un fanatico di estrema destra, ha mostrato all’Europa e al mondo che ancora oggi, nelle nostre democrazie, si può morire per delle idee.

Ha mostrato la forza distruttrice della violenza, che da politica si fa verbale ed infine fisica, arrivando a spegnere la vita di una delle politiche più brillanti del Regno Unito, una giovane speranza per un mondo migliore.

Dopo la sua morte le istituzioni di tutti i Paesi hanno reagito, sono piovuti attestati di solidarietà da tutte le parti del mondo, c’è stata una mobilitazione spontanea di cittadini e politici.

In Italia siamo stati in poche ore più di cento, tra donne e uomini sia in Senato che alla Camera, ad aver sottoscritto la dichiarazione di Crisis Action, organizzazione dedicata alla protezione dei civili nelle zone di guerra con la quale Joanne Cox collaborava molto da vicino.

Un gesto importante, realizzato nel nostro Paese grazie all’iniziativa della collega Irene Tinagli, Deputata del PD, e che ha raccolto più di 1500 adesioni nei Parlamenti di tutto il mondo.

L’organizzazione si è dichiarata scioccata “da questo violento attacco alla democrazia e ai nostri valori”, e ha voluto ricordare Joanne Cox, “attivista, madre e collega infaticabile e compassionevole”, con le sue stesse parole, pronunciate nel suo primo discorso in Parlamento, appena un anno fa:

“Pur celebrando la nostra diversità, noi siamo molto più uniti e abbiamo molto più in comune di quante siano le cose che ci dividono”.

Sono parole importanti, che richiamano tutti ad una nuova responsabilità: riconoscere umanità a ogni nostro interlocutore, lottare per la dignità e l’uguaglianza, per gli ultimi e le minoranze, restare umani, sempre.

Le parole di Joe meritano di essere sottoscritte perché sono una guida preziosa per tutti noi e perché sono la migliore risposta alla violenza, ai linguaggi dell’odio e alle paure che troppo permanevano le nostre comunità.

Sono parole che devono ispirarci e di fronte alle quali, dopo quel che è accaduto, tutti dovremmo prenderci degli impegni: quello per una maggior attenzione e responsabilità ai linguaggi, la politica ed i media in primis, e quello nei confronti degli ultimi, delle minoranze, delle discriminazioni verso ogni essere umano.

Il linguaggio della politica, dobbiamo ammetterlo senza scuse o giustificazioni, non è sempre all’altezza delle grandi responsabilità che questa ha, ed è un fenomeno ormai senza confini, dagli USA all’Europa.

Noi italiani siamo famosi in Europa per avere una delle classi dirigenti meno accorte nell’uso delle parole, che spesso fanno male perché usate in modo aggressivo, discriminatorio, stereotipato.

Ma la deriva attuale è talmente grave da aver fatto compiere, a suo modo, una sorta di salto di qualità a questo lessico della violenza: vale per la xenofobia e il razzismo che hanno plasmato il linguaggio che colpisce le minoranze e in particolare i migranti di queste ultime massicce fughe verso l’Europa, ma possiamo estenderlo all’aggressione generalizzata verso chiunque provi ad affrontare le complessità della società attuale in altro modo, di chiunque provi a privilegiare nei propri comportamenti, e dunque anche nelle proprie battaglie politiche, gli strumenti della conoscenza e del rispetto a discapito della sopraffazione e della denigrazione, il dialogo e l’approfondimento al posto di una banalizzazione violenta e della ricerca del “nemico”.

Guai a pensare diversamente, guai a chi cerca il confronto, a chi mostra di voler agire andando oltre gli eccessi di semplificazione tanto in voga in tempi di crisi.

Uno spirito di sopraffazione e delegittimazione che attraverso parole violente aumenta soltanto la confusione, il disorientamento, la paura e l’aggressività delle persone. E’ invece soltanto con la conoscenza e con il continuo e lucido confronto che è possibile alimentare la dialettica necessaria al nostro agire politico ed alla soluzione dei problemi.

“I tuoi pensieri diventano parole, le tue parole diventano i tuoi comportamenti”, diceva Gandhi, ma per chi esercita responsabilità pubbliche questo principio raddoppia il proprio valore simbolico, perché le nostre parole possono diventare anche i comportamenti altrui.

Quando la parola violenta giustifica la pratica dell’odio e crea nuova violenza, la spirale che si forma ci allontana dalle categorie della politica. Ed ha conseguenze impreviste. Questo ci consegna una grande responsabilità.

Ma la lezione di Joe e il testamento che ci lascia va ben oltre.

“La Gran Bretagna ha perso una delle sue persone migliori, una persona che ha speso la sua vita per gli altri”: così il suo compagno di partito Jeremy Corbyn ha voluto ricordarla, nell’intervento che ha aperto la seduta di Westminster; mentre il Presidente Grasso l’ha ricordata come “giovane e determinata portatrice dei valori della democrazia e della solidarietà”.

Era molto brava Joanne Cox, tanto che si era parlato di lei come prossima possibile candidata Labour per la carica di prima ministra; il suo impegno per i diritti delle donne, per l’assistenza ai rifugiati e ai richiedenti asilo, per realizzare una società multiculturale in cui potessero veramente convivere pacificamente e democraticamente religioni e culture diverse, era quanto di più fastidioso possa esserci agli occhi di un estremista come il suo omicida ma è il portato e il valore più grande per la sinistra europea.

“Per tutta la vita – afferma la dichiarazione di Crisis Action – Jo ha combattuto contro le ingiustizie. È entrata in parlamento perché voleva entrare nella stanza dei bottoni da cui può partire il cambiamento, per costruire un futuro migliore. Faremo tutto il possibile per rinnovare le cose che ci uniscono e lottare per coloro che sono ai margini della nostra società, del nostro continente e del mondo”.

Un messaggio di pace e di inclusione, dunque, e di irremovibile volontà a portare avanti le sue battaglie contro le ingiustizie e le discriminazioni, battaglie che sono alle radici dell’identità europea e che ci rendono tutte e tutti ancora più uniti nel bandire l’odio e qualsiasi forma di violenza.

Sono bastati alcuni colpi di pistola a spegnere questa giovane vita, ma in nome della sua memoria, delle sue idee e delle sue battaglie, spetta a noi oggi portare avanti con ancora più decisione il testimone.

Dobbiamo farcene carico perché il peso delle lotte per l’uguaglianza, i diritti, le minoranze e le donne ha una colonna in meno per sorreggersi e quindi ha bisogno di più impegno da parte nostra.

Penso alla battaglia globale per le donne, un tema diventato centrale anche per le Nazioni Unite che lo hanno inserito tra i principali obiettivi per lo sviluppo sostenibile. Un impegno forte e gravoso che ognuna e ognuno di noi deve portare avanti nel suo Paese ma non solo, estendendolo come approccio generale nelle politiche di cooperazione internazionale, nella politica estera, in una visione diversa e più attenta che, a 360 gradi, sappia leggere ogni discriminazione come una violazione dei diritti umani e della dignità delle persone.

L’impegno di Joe era dalla parte di chi da solo non era in grado di far sentire la propria voce, valeva per le donne, per le minoranze, per gli esclusi.

Un impegno che va ribadito e rafforzato, ed in nome del quale dobbiamo chiedere alle giovani generazioni di partecipare alla vita politica, di recuperare quelle battaglie di senso, di vivere la dimensione della partecipazione come responsabilità civile.

E’ nel suo ricordo che possiamo ritrovare e rafforzare le ragioni di queste battaglie, perché un mondo meno diseguale, con più diritti, in cui nessuno sia vittima di soprusi è un mondo in cui la violenza e le sofferenze potranno avere meno spazio.

Oggi ricordiamo Joe Cox, ma il modo migliore per farlo sarà da domani, col nostro impegno e le nostre battaglie.

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