Il mio articolo di oggi su l’Unità

Lunedì prossimo, il 25 luglio, si aprirà la convention democratica di Philadelphia, che ufficializzerà la candidatura di Hillary Rodham Clinton alle elezioni presidenziali statunitensi dell’8 novembre. È un evento dalla portata epocale, poiché si tratta della prima donna candidata alla Casa Bianca nella storia degli Stati Uniti d’America. Un evento che ci permette di ribadire, anche nella consapevolezza del cammino ancora lungo che ci attende, che il famigerato soffitto di cristallo si è finalmente incrinato, e che le crepe sono sempre più fitte e profonde.

In tutto il mondo cresce il numero delle donne capi di stato e di governo e, in generale, delle donne che svolgono ruoli politici e istituzionali di primo piano. Solo per fare due esempi significativi in Europa, Angela Merkel è cancelliera della Germania dal 2005 e, pochi giorni fa, la conservatrice Theresa May è diventata la prima ministra del Regno Unito post Brexit.

È stato proprio nel Regno Unito che, negli anni del governo conservatore di Margaret Thatcher, si è consolidato il luogo comune secondo cui “non basta essere donne” per fare una politica diversa – più equa, più solidale, di cambiamento. Certo che “non basta”, lo sappiamo, così come sappiamo che – grazie alle libertà che le donne hanno conquistato in oltre un secolo di battaglie femministe – esistono donne di destra e di sinistra, donne più o meno femministe e anche dichiaratamente antifemministe.

Ma il cambiamento non è fatto soltanto dai e dalle leader che conquistano le posizioni apicali del potere e della politica. E, per quanto riguarda il cambiamento che le donne portano nel potere e nella politica, contano molto i grandi numeri, quelli che trasformano le “eccezioni” in una presenza diffusa e legata a doppio filo con il tessuto sociale e le trasformazioni che al suo interno si producono. Sono ormai numerosi gli studi che dimostrano che a un alto numero di donne nelle istituzioni politiche corrispondono una democrazia più solida, un’economia più equa, un mercato del lavoro più paritario e meno rischi per la pace e per la sicurezza.

Forse l’indiscussa esperienza politica di Hillary Clinton ha contribuito a rendere “normale” la sua corsa alla Casa Bianca, ovvero a mettere in secondo piano il suo essere donna: non è su questo che si soffermano i suoi critici (né quelli all’interno dello schieramento democratico né gli avversari repubblicani) e i suoi sostenitori: Barack Obama, nel suo endorsement, ha affermato che “mai uomo o donna è stato più qualificato di Hillary Clinton per questo incarico”.

D’altro canto, anche il fatto che Clinton avrà un avversario come Donald Trump, difficilmente collocabile nei canoni della politica statunitense (e non solo), ha contribuito a normalizzare la sua figura e ad appannare la portata storica della sua candidatura.

Eppure, nel suo lungo percorso politico, Hillary Clinton non ha mai messo da parte il suo essere donna: dallo storico discorso alla Conferenza di Pechino del 1995, quando affermò che “i diritti delle donne sono diritti umani”, alle recentissime prese di posizione sui diritti riproduttivi e sull’aborto, fino al suo programma di governo, la prima donna candidata alla presidenza Usa si è sempre battuta per i diritti delle donne e delle bambine.

Se “essere donne non basta” per cambiare la politica e il mondo, essere donne che non dimenticano di essere tali e che lottano a fianco delle loro sorelle può fare moltissimo – e gli ultimi cento anni di movimenti femministi lo dimostrano.

Perciò desidero fare i miei migliori auguri, di tutto cuore, a Hillary Rodham Clinton, sicura che saprà essere all’altezza del difficile compito che la attende.

Cattura