Oggi ho partecipato, a Savona, al Convegno FIDAPA – Nord Ovest “La potenza dell’immagine. Donne, stereotipi e talenti”.Invito web

Un dibattito molto interessante, denso di interventi utili a capire come e quanto gli stereotipi pesino sulle discriminazioni e quanto grande sia la responsabilità del sistema dell’informazione e mediatico.

Di seguito quello che ho detto.

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Grazie alle organizzatrici, a Leda Mantovani e a Pia Petrucci, per l’invito a intervenire oggi, grazie a tutte e tutti voi che siete venuti ad ascoltare questo interessante confronto.

Il tema che ponete – il rapporto tra le difficoltà ad emergere dei talenti femminili e le rappresentazioni di genere nei media – centra una delle principali linee di percorso politico-culturale che ha di fronte chi lavora per una democrazia effettivamente paritaria, una linea che attraversa tutte le sfide di sistema che riguardano la parità di genere.

Perché la parità di genere è una questione di sistema, è una sfida di tutto il paese, è una opportunità per tutte le donne e tutti gli uomini.

Voglio quindi iniziare la mia riflessione parlando della la sfida di sistema che questa ripresa dopo la pausa estiva ci presenta.

Il Referendum sulla Riforma Costituzionale è un’occasione da non perdere.

Un’occasione da non perdere per rendere la macchina istituzionale più snella, più agile, più efficiente, meno costosa.

Un’occasione da non perdere per eliminare una delle principali resistenze al cambiamento, per accelerare verso il futuro.

Un’occasione da non perdere, anche, per le donne, che vedono finalmente sancite, nel nuovo articolo 55, le pari opportunità di accesso alle cariche politiche.

È una modifica di cui si parla poco – ed anche qui ci sarebbe da indagare che tipo di rappresentazione della riforma viene data dai media – ma è una modifica per me fondamentale.

Fondamentale perché va a incidere sulla realtà nel pieno rispetto, anzi in una piena attuazione, di quanto previsto nei valori fondamentali della Costituzione, in particolare l’art. 3.

È solo un tassello, ma un tassello che mancava e che potrà sbloccare, a catena, molto altro, nella direzione di una democrazia più forte e piena.

Non è un caso d’altra parte – ne sono profondamente convinta e ne avverto la responsabilità – che l’introduzione di quella modifica all’interno della riforma sia stata determinata dal fatto che abbiamo il Governo e il Parlamento con maggiore presenza femminile della storia della Repubblica.

Ho votato convintamente le riforme e  sostengo convintamente il si al referendum.

Sono convinta che sia un passo avanti decisivo per tutte e tutti noi.

Ma so bene che il cambiamento che si attiverà se vincerà il si non sarà immediato.

I cambiamenti, i cambiamenti profondi, richiedono tempo, sono prodotti da coraggio, determinazione e perseveranza.

Sono qualità che molte donne hanno dimostrato di saper mettere in campo – nelle Istituzioni, nella politica, nelle imprese o nelle professioni, come raccontano molte delle vostre storie.

Qualità che dobbiamo tutte dimostrare di avere se vogliamo davvero che i talenti delle donne siano valorizzati e che quindi il potenziale dell’Italia possa esprimersi pienamente.

E sono qualità che devono dimostrare anche gli uomini.

Perché le sfide che abbiamo di fronte sono comuni, e vanno affrontate insieme, nel pieno riconoscimento delle differenze e delle complementarità, nella piena condivisione e collaborazione tra donne e uomini.

Le disparità, l’incapacità di riconoscere e valorizzare le differenze di genere, la difficoltà di separarsi da ruoli, stereotipi ed atteggiamenti sessisti, la violenza, derivano da retaggi culturali di antico fondamento, di una società come la nostra per molti tratti a lungo retrograda e certamente maschilista.

Quelle disparità sono poi state ancora acuite da quello svilimento del dibattito culturale e politico del Paese che abbiamo vissuto negli ultimi trenta anni, con una rappresentazione della donna semplificata e mortificatoria, come puro accessorio del potere.

E ancora quelle disparità sono state indurite e rese più pesanti dalla crisi, e dallo stallo di un Paese che non ha saputo per molti anni trovare una prospettiva convincente.

Sono disparità che non possiamo più permetterci. Non come donne, ma come paese.

E ad essere chiamate in causa per prime non siamo noi, sono gli uomini. È bene che lo sappiano, che inizino a prenderne coscienza, che diventino parte attiva del cambiamento.

La questione non è femminile. È maschile.

Si parla ad esempio di violenza sulle donne, mentre è un problema degli uomini, e dovremmo parlare di violenza maschile.

È una questione anche di linguaggio.

Dire “questione femminile” significa scegliere un’etichetta che gli uomini sono abituati a scansare, mentre dobbiamo attivare il loro protagonismo.

Pensiamo al come vengono raccontate le violenze di genere: gli uomini diventano un soggetto invisibile. Il punto di vista è sempre sulla vittima, derubricando così una questione sociale e culturale a fatto privato.

Non ci chiediamo abbastanza: perché ci sono così tanti uomini violenti? Cosa porta un uomo a considerare la violenza un modo legittimo di relazionarsi ad una donna?

Perché sembra normale unire l’amore e la morte? Ti amo quindi ti uccido: è una mostruosità, ma perché la nostra società la tollera?

Dobbiamo dare voce agli uomini, portarli ad interrogarsi per “spiegare” i comportamenti discriminatori o violenti.

Serve un cambio di ottica in grado di trasformare “il maschile” da problema a risorsa. E di trasformare il femminile da risorsa sprecata a valore per tutti.

Ecco che siamo chiamati in causa tutte e tutti.

Nei nostri valori, nei nostri comportamenti, nei nostri linguaggi.

Il linguaggio è un fattore decisivo perché è l’insieme dei modi con cui diamo senso alla realtà e comunichiamo. Il modo con cui definiamo le identità e le differenze, indichiamo le collaborazioni e gli antagonismi.

Usiamo il linguaggio per stabilire gli ordini gerarchici del mondo, i punti di attenzione convenienti, gli orientamenti emotivi.

Nel linguaggio, così, si formano e risiedono gli stereotipi, quelle semplificazioni rigide che usiamo come “scorciatoie” rispetto alla complessità del mondo. Sono costruzioni culturali, da sempre governate dagli uomini e declinate al maschile, così radicate da essere considerate naturali.

Ma gli stereotipi non hanno nulla di naturale, sono rappresentazioni culturali che possiamo cambiare.

Il linguaggio può essere lo strumento per farlo. Per rompere e non perpetuare quella rappresentazione rigida e distorta della realtà, che condiziona ciò che ci aspettiamo dalle donne e dagli uomini.

Per superare quegli stereotipi che agiscono sui modelli, i progetti e i sogni di bambine e bambini, già da piccolissimi, dividendo il mondo in percorsi possibili e scoraggiati, con autostrade per gli uomini e strade sterrate per le donne.

Ecco la responsabilità che ha ciascuna e ciascuno di noi.

Ed ecco evidente la responsabilità – e mi interessa più la responsabilità positiva per il futuro che quella negativa del passato – del sistema sistema mediatico e dell’informazione.

Responsabilità nel diffondere un linguaggio all’altezza del ruolo che giocano nella formazione del pensiero comune.

Una responsabilità, tra l’altro, che viene direttamente chiamata in causa anche dalla convenzione di Istanbul, e cui il Senato ha dedicato un convegno dopo la ratifica della Convenzione.

In quell’occasione avevo richiamato la responsabilità di chi fa informazione: chi sceglie di raccontare la realtà, di informare le persone, partecipa alla loro formazione come cittadini e ha la responsabilità di contribuire a rompere gli stereotipi, le rappresentazioni rigide e discriminatorie, i linguaggi sessisti.

E lo stesso vale per chiunque agisca nel campo dei media e dell’industria culturale.

I media ormai, da alcuni decenni, sono non più solo protagonisti del dibattito informato, fonti autorevoli e poli di orientamento, ma veri e propri agenti di formazione dell’identità personale e binario dei processi di socializzazione.

E nella televisione, nell’informazione, nella pubblicità, nell’insieme del sistema dei media, le donne sono ridotte a pochi stereotipi ricorrenti e impoveriti: donne irreali, oggetti, corpi, ancelle, veline.

Ascolteremo negli interventi che seguiranno molte testimonianze di ricerca e impegno per contrastare questa rappresentazione.

Intanto vi porto un esempio su cui mi sono trovata ad intervenire, volutamente un esempio legato ad un personaggio che certo non ha intenzioni né valori discriminatori.

È capitato però che in una puntata di ‘Che tempo che fa’ Fabio Fazio ha insistito nel sottolineare l’importanza del ruolo di ‘protezione’ che gli uomini devono esercitare sulle donne rispetto alle violenze che subiscono.

Un concetto sbagliato che – seppur involontariamente – ribadisce uno stereotipo.

Vorrei invece una rappresentazione mediatica che sappia restituire una corretta grammatica delle relazioni tra uomo e donna, basate su piena reciprocità e parità.

E forse è il momento giusto per sperare che qualcosa accada.

I media, come tutta la società, sono in veloce cambiamento.

Siamo in mezzo ad una rivoluzione, che corre sulla rete, sulle relazioni orizzontali, sulla frammentazione e moltiplicazione dei flussi, su nuove forme di socialità e nuovi, possibili, paradigmi culturali.

È una rivoluzione cui il sistema pesante dell’Italia reagisce con passiva ma ostinata resistenza, una rivoluzione che invece dobbiamo saper guidare, cogliendo l’occasione storica di vivere in un momento di grandi trasformazioni, tirando fuori il coraggio, la determinazione e la perseveranza delle donne di cui parlavo all’inizio.

Dobbiamo far crescere le ragazze e le bambine consapevoli di poter realizzare i propri progetti in ogni settore, sulla base delle proprie caratteristiche e competenze, senza dover accettare modalità di competizione al maschile e senza rinunciare ad aspetti importanti della propria femminilità.

L’intervento educativo è il più efficace strumento che abbiamo per contrastare gli stereotipi restituendo alla nostra rappresentazione del mondo e dei generi profondità e complessità, uguaglianza e differenza.

La scuola è la possibilità che abbiamo per cambiare la mentalità delle cittadine e dei cittadini di domani, perché come gli stereotipi la scuola agisce nel lungo periodo ed influenza identità e relazioni delle persone e tra i sessi.

Possiamo così cambiare i modi con cui fin da piccoli e poi nell’adolescenza – quindi quando si è a scuola – ci si relaziona alle differenze di genere e si costruiscono le basi, i valori e le regole della socializzazione tra sessi, lasciando spazio al naturale spirito di condivisione e di collaborazione che hanno i più piccoli.

“Terre des Hommes” ha recentemente presentato uno studio sui giovani, che affianca buone notizie (la stragrande maggioranza di loro crede ad esempio che i ragazzi dovrebbero partecipare ai lavori familiari) a vecchi stereotipi, ma da cui emerge anche una richiesta chiara: il 77,3% di loro, l’86% tra le ragazze e il 71,2% tra i ragazzi, chiede che la scuola si occupi di formarli all’uguaglianza di genere ed al rifiuto di stereotipi e violenza.

Forse in fondo sanno che è in un contesto educativo paritario che sbocciano i talenti.

Talenti che poi devono trovare accoglienza nel mondo del lavoro, dell’impresa, delle professioni.

Dobbiamo superare le difficoltà e le resistenze che rendono duro per le ragazze e per le donne lavorare, fare carriera, conciliare l’impegno professionale con la vita privata, la maternità e la famiglia.

Ripeto ancora: è un obiettivo del paese per ritrovare la crescita e recuperare un maggiore  benessere diffuso, non è un problema di quote e statistiche.

Le donne innestano nel sistema competenze e valori che gli uomini non sono abituati a praticare: senso pratico e creatività, consuetudine con i processi reali e con le novità ma prudenza nella gestione dei processi finanziari, attenzione al contesto ambientale e spirito di condivisione.

Le donne sono per l’Italia un tesoro da valorizzare – un valore che uno studio del Fondo monetario internazionale quantificava nel 2013 come pari al 15% di PIL.

Sono la vera materia prima su cui costruire un nuovo sviluppo, equilibrato e sostenibile, che faccia aumentare il benessere per tutti e e tutti.

Quanto aumenterebbe il benessere delle nostre comunità se le famiglie potessero aggiungere al loro reddito quello della donna? Se i servizi per l’infanzia fossero un diritto garantito a tutti? Se le donne fossero libere di non dover scegliere tra figli e lavoro? Se i compiti di cura familiare fossero

distribuiti più equamente tra uomini e donne? Quanto migliorerebbe la qualità del nostro futuro se i giovani crescessero senza stereotipi e pregiudizi di genere e rifiutassero con forza la violenza e le discriminazioni?

A me sembrano domande retoriche, ma invece dobbiamo porle, farle emergere, portare ad evidenza la risposta.

È una responsabilità che certamente hanno i media, su cui oggi ci soffermiamo, che riguarda tutte e tutti noi, a partire proprio da chi ha cariche Istituzionali o politiche.

Linguaggi sessisti e offensivi, stereotipi discriminatori, rappresentazioni distorcenti dovrebbero sparire da ogni ambito del dibattito pubblico e delle scelte strategiche sul futuro.

Perché se cambiamo il linguaggio e i modi di raccontare il mondo all’interno della scuola, poi i bambini devono trovare un immaginario condiviso che rispecchi quello che imparano in classe.

Se vogliamo che siano più facili e migliori i percorsi di accesso e carriera, che sia più facile per le ragazze puntare si se stesse, occorre che le rappresentazioni di genere di informazione, intrattenimento e pubblicità non siano stereotipate e conservatrici ma valorizzino ruoli e contributi delle donne.

Se vogliamo che sempre più padri desiderino condividere pienamente i compiti genitoriale, devono cambiare anche i modi con cui raccontiamo i ruoli della mamma e del papà e le aspettative collegate a quei ruoli.

Se vogliamo fermare le violenze sulle donne, come accennavo in precedenza, dobbiamo avere un racconto pubblico che parli di violenze maschili.

È il grande obiettivo che dobbiamo perseguire: esercitare le leve del potere – quello politico, economico e quello dominante oggi della comunicazione – sapendo che investire sulla parità di genere e liberare i talenti femminili oggi conviene, perché permette di creare ricchezza e benessere, coesione sociale e una cittadinanza più democratica e civile.