Si è conclusa da poco a New York la 71^ sessione dell’Assemblea Generale dell’ONU, che quest’anno è stata incentrata sui 17 Obiettivi per lo Sviluppo Sostenibile, a un anno esatto dalla loro approvazione unanime da parte dei 193 paesi aderenti. Come ho avuto più volte modo di sottolineare, i nuovi Obiettivi rappresentano, ciascuno e tutti insieme, la rotta stabilita dalla comunità internazionale per rendere concretamente, passo dopo passo, il mondo un luogo più giusto, più solidale, più sicuro e pacifico, più libero. Una rotta nella quale l’Obiettivo 5, “uguaglianza di genere”, gioca a mio avviso un ruolo centrale.

uguaglianzadigenere

Uno sviluppo davvero sostenibile, infatti, ha bisogno di empowerment femminile, e non può dirsi tale senza uno stop definitivo alla violenza di genere e alle discriminazioni ai danni delle donne e delle bambine, senza il loro pieno accesso all’educazione, al lavoro e alle istituzioni pubbliche e private che costituiscono l’ossatura della vita collettiva, senza la copertura globale dei servizi a tutela della salute femminile. Ma l’Obiettivo 5 è centrale anche da un altro punto di vista, in quanto principio ispiratore dell’Agenda 2030 nel suo insieme e – grazie all’infaticabile lavoro delle donne che vi hanno lavorato almeno dalla Conferenza di Pechino del 1995 – delle diverse iniziative e campi d’azione delle Nazioni Unite.

Non è un caso che il Summit sui migranti e i rifugiati che si è svolto il 19 settembre alla vigilia dell’Assemblea Generale abbia dedicato ampio spazio alla necessità di un approccio di genere per fronteggiare questo dramma globale. Il Presidente del Consiglio Renzi, che ha partecipato con il Ministro Paolo Gentiloni ai lavori del Summit, nel suo intervento all’apertura del dibattito generale della 71^ sessione ha voluto ricordare i volti di questo dramma del nostro tempo, come “Omran, il bambino siriano, traumatizzato, coperto di sangue, che guarda con i suoi grandi occhi non tanto la lente del fotografo ma il cuore di ciascuno di noi”, e come Nadia Murad Basee Taha, “la ragazza yazida fuggita dalla violenza dell’Isis, che oggi è una coraggiosa testimone della battaglia per i diritti umani, i diritti delle donne, la libertà”. Sono particolarmente lieta che Matteo Renzi abbia incontrato anche di persona Nadia Murad al Palazzo di Vetro, insieme dall’avvocata Amal Alamuddin Clooney che rappresenta la giovane nel processo al Tribunale Internazionale dell’Aja.

I rischi e le violenze subite dalle donne in fuga dai loro paesi e in cerca di salvezza rappresentano un’emergenza nell’emergenza, e dobbiamo impegnarci a ogni livello affinché le iniziative decise con la Dichiarazione di New York (in particolare i due global compact sui rifugiati e sulle migrazioni, da realizzare entro il 2018) rispondano con efficacia a questa necessità, chiaramente espressa dalla dichiarazione congiunta di CMW, CEDAW, UN Women e OHCHR in occasione del Summit.

D’altro canto, è ormai chiaro che quello dell’uguaglianza di genere non è – e non può essere – un obiettivo soltanto delle donne. Il 20 settembre, a margine dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, UN Women ha celebrato i due anni di HeForShe, la campagna che mira al coinvolgimento degli uomini in questa battaglia. È una campagna che mi sta molto a cuore e che ho contribuito a promuovere in Italia, in particolare con un convegno in Senato nel dicembre scorso, convinta che la partecipazione attiva degli uomini sia essenziale per dare concretamente valore alle differenze e per far emergere le nuove sensibilità di cui tutte e tutti abbiamo bisogno. È quindi con grande piacere che riprendo le parole dell’attore Edgar Ramirez, testimonial di HeForShe all’evento di New York: Posso lavorare per il tuo benessere e sapere che sto lavorando anche per il mio. Posso sapere che qualunque azione io compia per liberare te, libera anche me. È qualcosa che non solo ci rende umani. È ciò che ci rende una famiglia umana.


Dalle istituzioni europee

Una delegazione della Commissione FEMM del Parlamento Europeo ha svolto dal 19 al 23 settembre una missione in Rwanda. I delegati hanno incontrato le loro controparti al Parlamento ruandese, con cui hanno discusso di migliori pratiche di promozione dei diritti delle donne e dell’eguaglianza di genere, ma anche rappresentanti del governo, e delle organizzazioni della società civile. Hanno inoltre visitato alcuni progetti per l’empowerment femminile nel paese. La missione si è focalizzata sull’esempio positivo del ruolo svolto dalle donne nella costruzione della pace dopo il genocidio del 1994. Il Rwanda è oggi uno dei paesi con il più alto numero di donne parlamentari e decision-makers nel mondo.

La Commissione Affari Sociali dell’Assemblea Parlamentare del Consiglio d’Europa ha approvato il 21 settembre una raccomandazione rivolta al Comitato dei Ministri affinché rediga delle linee guida europee per salvaguardare i diritti dei bambini in relazione agli accordi di surrogacy, e affinché collabori con la Conferenza dell’Aia di diritto internazionale privato promuovendo il punto di vista dell’Assemblea Parlamentare sulle questioni riguardanti lo status dei minori e la genitorialità legale nel contesto di simili accordi. Si tratta del primo rapporto prodotto da Strasburgo sul tema, dopo un iter complicato. Per due volte, infatti, la relazione presentata dalla parlamentare belga De Sutter, che condannava la surrogacy “commerciale” ma conteneva un’apertura nei confronti di quella “altruistica”, era stato respinto dalla Commissione. La raccomandazione adottata nei giorni scorsi è stata emendata delle parti più controverse relative alla gestazione per altri, e il titolo è stato modificato da “Diritti umani e questioni etiche legate alla maternità surrogata” in “I diritti dei bambini nati da madri surrogate”, titolo con cui andrà in discussione nella plenaria del 10-14 ottobre.

Si terrà a Madrid il 5 e 6 ottobre la Conferenza internazionale “Engendering Habitat III: Facing the Global Challenges in Cities, Climate Change and Transport”, organizzata da genderSTE (Gender, Science, Technology and Environment), una rete supportata dal programma COST, finanziato nell’ambito di Horizon 2020. Il convegno sarà un’occasione di costruzione di esperienze e saperi di genere sulle donne nelle città, i trasporti, il cambiamento climatico, le istituzioni, le tecnologie, con un focus particolare sull’architettura e la pianificazione urbana. L’evento intende contribuire, oltre che all’avanzamento delle conoscenze sul tema e delle politiche europee sul genere nella ricerca scientifica, anche alla realizzazione di importanti agende internazionali, come quella degli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile, e quella sul cambiamento climatico emersa dagli accordi di Parigi.


Dalle organizzazioni internazionali

La 71^ Sessione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha visto numerosi eventi collaterali legati alle politiche di genere. Oltre a quelli di cui ho parlato nell’editoriale, segnalo in particolare i seguenti.

Il 20 settembre si è svolto l’incontro di alto livello “Women’s Leadership and Gender Perspectives on Preventing and Countering Violent Extremism” (Leadership femminile e prospettive di genere nella prevenzione e nel contrasto dell’estremismo violento), coordinato dalla Norvegia, cui sono intervenuti tra gli altri Erna Solberg, prima ministra norvegese, e Phumzile Mlambo-Ngcuka, Direttrice esecutiva di UN Women e Vice Segretaria Generale dell’ONU.

Il 21, invece, UN Women ha presentato una nuova partnership pubblico-privata a sostegno del suo programma di punta “Making Every Woman and Girl Count” (Perché ogni donna e ogni ragazza contino), mirante a incrementare la disponibilità di dati accurati sulla parità di genere e sui diritti delle donne allo scopo di orientare l’azione politica e decisionale. “Senza dati qualitativi,” ha affermato Phumzile Mlambo-Ngucka, “semplicemente non esiste alcun percorso credibile per raggiungere gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile. A oggi, non abbiamo dati per l’80% degli indicatori necessari per monitorare l’Obiettivo 5.” L’evento di alto livello ha visto tra gli altri la partecipazione di Melinda Gates, della Bill and Melinda Gates Foundation, che ha definito prioritaria la raccolta dei dati relativi al lavoro femminile di cura non retribuito.

Il 22 settembre si è svolto l’evento di alto livello “A new agenda for Women, Peace

and Security and Mediation” (Una nuova agenda per le donne, la pace e la sicurezza e la mediazione), coordinato dall’Italia insieme a Paesi Bassi, Namibia, Spagna ed Emirati Arabi. A quindici anni dall’adozione della risoluzione 1325 del Consiglio di Sicurezza, l’evento ha permesso di discutere le strategie utilizzate per promuovere una partecipazione significativa delle donne nei processi di mediazione e di pace. Nel suo discorso di apertura, il Sottosegretario di stato italiano, Vincenzo Amendola, ha tra l’altro sottolineato il ruolo svolto dall’Italia su questo tema cruciale.

Sempre il 22, alla presenza del Segretario Generale Ban Ki-moon, l’High-Level Panel on Women’s Economic Empowerment (Gruppo di alto livello per l’empowerment economico femminile) ha presentato i primi risultati del suo lavoro, un report mirante a richiamare l’attenzione sulle sfide affrontate dalle donne più svantaggiate, a portare il lavoro informale dai margini al mainstream, a evidenziare come le leggi discriminatorie limitino le scelte delle donne e a evidenziare la centralità del lavoro non retribuito e di cura, uno degli ostacoli più forti all’empowerment economico femminile.

L’aborto praticato in condizioni di rischio uccide ancora decine di migliaia di donne ogni anno. È l’allarme lanciato lo scorso 28 settembre da un gruppo di esperti dei diritti umani delle Nazioni Unite in occasione del Global Day of Action for Access to Safe and Legal Abortion (Giornata globale di azione per l’accesso all’aborto sicuro e legale), che hanno chiesto agli stati di tutto il mondo di abolire le leggi e le politiche restrittive sull’aborto, nonché le misure punitive e le barriere che limitano l’accesso a servizi sicuri per la salute riproduttiva.


Dal mondo

Migliaia di donne e associazioni per i diritti umani sono scese in piazza a Varsavia per protestare contro la proposta di legge che vieterebbe, se approvata, l’interruzione di gravidanza in tutti i casi, eccetto quello di grave pericolo per la madre, equiparando la pena detentiva per un aborto a quella prevista per un infanticidio, vale a dire passando da 3 mesi a 5 anni. Il 22 settembre è iniziato l’iter della nuova legge nel parlamento polacco. Il giorno successivo il disegno è stato approvato in prima lettura da 267 deputati su 460, e ora dovrà affrontare altri due passaggi parlamentari.

La campagna irlandese contro la criminalizzazione dell’aborto e per il diritto di scelta si fa globale. In coincidenza con la quinta edizione della March for Choice del 24 settembre a Dublino, in 25 città del mondo– da Sidney a Phnom Penh – si sono svolte iniziative di solidarietà con le donne irlandesi. La campagna Repeal the 8th vuole abrogare l’ottavo emendamento della Costituzione della Repubblica d’Irlanda, una norma che mette sullo stesso piano il diritto alla vita delle donne incinte con quello degli embrioni.

Negli Stati Uniti, nel frattempo, è stata lanciata la campagna “Abortion in Good Faith” (Aborto in buona fede), della rete Catholics for Choice. “Le forti restrizioni ai finanziamenti pubblici per l’aborto implicano che le donne a più basso reddito non hanno accesso all’aborto quando ne hanno bisogno. […] molto semplicemente non ricevono lo stesso tipo di cure delle donne abbienti. Questo non è cattolico”, afferma l’appello. “La nostra campagna racconta le storie di cattolici in tutto il paese che chiedono serie e accessibili possibilità di assistenza sanitaria per tutte”.

Ogni anno 47mila donne nel mondo muoiono per pratiche di aborto non adeguate. Il lavoro della fotografa spagnola Laia Abril intitolato On abortion è uno studio sulle migliaia di donne che ancora oggi nel mondo non possono interrompere una gravidanza in maniera legale e sono costrette a ricorrere a metodi non solo clandestini ma spesso così pericolosi da mettere in rischio la loro vita.

In Iran una fatwa vieta la bicicletta alle donne, e scoppia la protesta. In un provvedimento recentemente emanato da Alì Khamenei, Guida Suprema dell’Iran, l’attività del pedalare è impedita alle donne perché “attira l’attenzione degli uomini ed espone la società alla corruzione, mette in pericolo la verginità”. La protesta è circolata attraverso i social media su cui sono stati pubblicati video e foto di donne che velate e col volto coperto pedalano allegramente, accompagnate dall’hashtag #IranianWomenLoveCycling. Masih Alinejad, che ha lanciato l’iniziativa, vive a New York e attraverso Instagram sta raccogliendo decine di testimonianze che dall’interno della Repubblica islamica fanno sentire la voce delle donne cicliste.

“Donne e ragazze hanno sempre avuto degli ostacoli da superare, ma questi non le hanno mai fermate”. È Emma Watson a dar voce al video della campagna contro le disuguaglianze di genere ideata dalla piattaforma Global Citizen. In un video di due minuti – dal titolo significativo “Ostacoli” (Hurdles) – l’attrice e ambasciatrice Onu racconta le difficoltà fronteggiate dalle donne nell’ultimo secolo.


Quattro anni in più: è quanto deve lavorare una donna nell’arco della vita professionale rispetto a un uomo di pari età e posizione lavorativa. Il dato emerge dalla ricerca sulla diseguaglianza di genere in 217 paesi – “Not Ready, Still Waiting” – presentata da ActionAid nell’ambito dell’Assemblea generale dell’Onu. Un mese all’anno in più sarebbe infatti dedicato dalle donne al lavoro non retribuito. Un’asimmetria tra uomini e donne che aumenta in parallelo col diminuire del Pil del paese.

Mentre la lobby delle armi negli Stati Uniti fa campagna a favore del libero accesso delle donne alle armi da fuoco, come forma di protezione personale da possibili aggressori e stupratori, un nuovo studio del Violence Policy Center (VPC) mostra che la probabilità che gli uomini impugnino una pistola contro le donne è 100 volte più elevata della situazione contraria, e cioè che le donne usino un’arma per proteggersi da attacchi maschili. “Per le donne in America, le armi da fuoco non sono usate per salvare la vita, ma per toglierla”, conclude il rapporto.


Dall’Italia

Si è svolta a Bologna il 24 e 25 settembre la terza edizione dell’incontro “Educare alle differenze”, promosso da Scosse, Progetto Alice, Stonewall, e oltre 250 associazioni. In una serie di laboratori autoformativi sono state discusse e condivise le pratiche di educazione alle differenze, ma sono stati anche affrontati temi più ampi come: stereotipi di genere e identità; violenza tra pari, maschilità e omofobia; intersezioni tra identità di genere, sessualità e provenienza culturale; intolleranza e paura della diversità.

A Taormina, uomini di tutte le età sono scesi in strada per la fiaccolata “Io sto con le donne”, manifestazione nazionale contro il femminicidio. L’iniziativa, ideata dall’associazione culturale “TraOrmina Forum”, con il patrocinio del Consiglio comunale, dell’Assemblea Regionale della Regione Siciliana, del Club Unesco per Taormina, e la collaborazione di numerose associazioni ed enti, ha dato un forte segnale collettivo da parte maschile nella lotta contro le violenza.

La “Pallacanestro Crema”, squadra di basket cittadina che gioca in serie B, ha lanciato l’iniziativa #NoViolenzaControLeDonne. “Vogliamo passare un messaggio forte alle nuove generazioni, ai giovani”, ha spiegato Lorenza Branchi, responsabile marketing della società sportiva. “Per questo abbiamo scelto le maglie rosa per i giocatori della prima squadra: perché i ragazzi e i bambini delle giovanili possano vedere i loro ‘miti’ portatori di un messaggio di rispetto e amore”.

“She Turban” si chiama il progetto dell’Associazione Sarai Onlus e della Cooperativa Sociale Karibu, attraverso cui donne rifugiate e richiedenti asilo ospitate nei centri di accoglienza di Sezze e Priverno, in provincia di Latina, mettono alla prova le proprie capacità sartoriali per fabbricare turbanti per le donne malate di cancro sottoposte a chemioterapia. Testimonial dell’iniziativa, Emma Bonino.

Chaimaa Fatihi, 22 anni, si definisce “italiana, musulmana ed europea”. Studentessa di giurisprudenza all’Università di Modena e delegata nazionale dell’Associazione Giovani Musulmani d’Italia al Forum Nazionale Giovani, la giovane è stata insignita del Premio Casato Prime Donne per il suo impegno nella lotta contro il terrorismo. Il riconoscimento ha voluto mandare un messaggio forte sul ruolo delle donne nella costruzione del dialogo con il mondo islamico e il rifiuto della radicalizzazione e della violenza.

È a Milano, in mostra fino al 2 ottobre, il progetto fotografico Women: New Portraits di Annie Leibovitz, una serie di ritratti di donne che spazia da Hillary Clinton ad Aung San Suu Kyi, dalla ballerina Misty Copeland alla cantante Adele, dalla militante femminista Gloria Steinem alla nuotatrice Natalie Coughlin, includendo anche donne “comuni”.