A Firenze ho partecipato al convegno “Salute e medicina di genere: dalla formazione ai servizi – le buone pratiche”.

La formazione e diffusione delle buone pratiche sono ambiti fondamentali per la realizzazione di un nuovo approccio alla medicina che vada verso la personalizzazione delle cure ma che sappia interagire con le differenze biologiche, sociali e culturali tra sessi e generi diversi.

L’approdo alla medicina di genere è stato un passaggio molto lungo e rappresenta un’innovazione davvero importante cui oggi deve seguire un processo di “gender mainstreaming” quindi di costruzione di un processo che crei la conoscenza e la consapevolezza in tutti i professionisti della salute del fatto che ci siano differenze tra uomini e donne che hanno molto a che fare con la salute e quindi con il benessere generale delle società in cui viviamo.

È un passaggio che è stato formalizzato in un impegno concreto degli Stati nella 4° conferenza ONU sulle Donne, tenutasi a Pechino nel 1995 quando emerse con forza l’esigenza di inserire la prospettiva di genere in ogni scelta politica, particolarmente nel campo della salute , partendo dalla costatazione che la ricerca medica era basata prevalentemente sugli uomini. Un impegno successivamente ribadito sia dalla Organizzazione Mondiale della Sanità che dai documenti della Comunità Europea e che oggi vede protagonisti gli operatori, le istituzioni e le associazioni a livello europeo, nazionale, regionale e locale.

Medicina di genere vuol dire una medicina che tenga conto non solo delle differenze sessuali “biologiche” che esistono tra uomini e donne (anche se già questo è un passo in avanti significativo se pensiamo che per anni la medicina è stata uomo centrica, considerando la donna un “piccolo uomo” e quindi senza prestare attenzione alle specificità femminili  al punto da produrre una sottostima delle donne negli studi epidemiologici, nelle sperimentazioni farmacologiche, negli studi clinici, negli esami di laboratorio e nella diagnostica per immagini) ma anche, ed è una parte fondamentale, per le differenze di tipo sociale che esistono tra uomini e donne, che fanno si che diverse siano tanto le modalità di accesso alla cure, quanto le forme e gli approcci all’utilizzo dei servizi sanitari.

Il passaggio da una concezione della medicina di genere come studio delle differenze biologiche, a quella che tiene di conto anche delle implicazioni sociali, psicologiche, politiche, culturali e ambientali, rappresenta un’evoluzione importante perché aggiunge alla variabile del sesso quella del “genere” ed è condizione fondamentale perché il necessario riequilibro dell’attenzione tra uomini e donne sappia cogliere a fondo tutte le differenze che esistono.

È una prospettiva importantissima nell’ottica dell’uguaglianza e delle pari opportunità tra uomini e donne, pensate che l’Italia secondo l’ultimo rapporto Global Gender Gap dell’FMI è 74° per quello che riguarda la parità su salute tra donne e uomini, su posizioni che, a differenza di altri settori, non sembrano migliorare negli ultimi anni e ci relegano in posizioni arretrate segnalando quanto sia urgente intervenire su questo campo: la tutela e la promozione della salute delle donne devono essere considerate un importante investimento per il miglioramento dello stato di salute del Paese e i suoi indicatori rappresentano una misura della qualità, dell’efficacia e dell’equità del nostro sistema sanitario.

Per questo trovo positivo che nel ddl 1324 (votato al Senato il 26 maggio, ora alla Camera), che prevedeva una serie di deleghe al governo anche in materia di sperimentazione clinica dei medicinali, sia stata inclusa la medicina di genere, che per la prima volta nel diritto italiano viene riconosciuta esplicitamente nei percorsi metodologici. Un aspetto davvero innovativo, perché rappresenta la presa di consapevolezza piena de fatto che senza un orientamento di genere la politica della salute risulta metodologicamente scorretta oltre che discriminatoria.

Sono fermamente convinta che la questione di genere debba diventare asse trasversale ad ogni politica pubblica e che le disuguaglianze dettate dal genere siano un elemento permeante e insopportabile che dobbiamo eliminare dalla nostra comunità. L’art 3 della nostra Carta dice:

“Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.

E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.”

Ci consegna quindi una missione: l’eliminazione delle disuguaglianze dettate dal sesso, che è messo al primo posto perché elemento che si ripropone poi  in tutte le altre potenziali cause di disuguaglianza.

Il versante medico è un ambito fondamentale in cui applicare questo principio, perché determinante fondamentale della qualità della vita e del benessere.

Ma è in ogni ambito che dobbiamo continuare a cercare uguaglianza e pari opportunità, abbiamo preso un impegno solenne su questo ratificando la convenzione di Istanbul e aderendo all’Agenda per lo Sviluppo Sostenibile delle Nazioni Unite dove l’uguaglianza di genere è uno dei 17 grandi obiettivi per costruire un nuovo modello di sviluppo equo, sostenibile e giusto.