Lo sport italiano continua a presentare esempi di maschilismo e di arretratezza culturale. 

Ancora oggi, all’interno dell’interessante e prezioso approfondimento che La Repubblica sta dedicando alla parità di genere nello sport, Alfio Giomi, Presidente uscente e ricandidato della Federazione di Atletica leggera, presenta una riflessione dal carattere fortemente discriminatorio, che dimostra come le sfide che abbiamo di fronte sono non solo da vincere, ma in molti casi ancora da iniziare a giocare.

Eppure le intenzioni sembrerebbero positive, se guardiamo solo una parte delle dichiarazioni di Giomi, che afferma di volere più donne negli organi di rappresentanza dello sport.

Le intenzioni, però, hanno vita breve se non trovano riscontri nei numeri, con sole due candidate su undici nella lista che sostiene il Presidente uscente, e se si scontrano con una cultura dominante maschilista e incapace di rinnovarsi.

È semplicemente inaccettabile, oggi, dire infatti, come fa Giomi, che le donne in posizione di vertice nelle Federazioni sportive sono ancora poche perché “è un lavoro a tempo pieno, totalmente assorbente e che lascia pochissimo spazio al resto della vita. La vita di una donna, magari madre e moglie, è difficilmente compatibile con l’attività federale al massimo livello proprio per la mole di lavoro.”

Ma da che epoca e da che contesto culturale arrivano queste parole?

E che possibilità ci sono di cambiare la situazione e di realizzare le ambizioni di cambiamento se l’approccio culturale è così arretrato e discriminatorio?

Quello che tanti uomini non riescono proprio a capire è che è dobbiamo produrre una rivoluzione culturale, riconoscendo rispetto e valore delle differenze e accettando una piena collaborazione tra donne e uomini in tutti i campi della vita, dal lavoro alla cura dei figli.

La contrapposizione tra impegni lavorativi e genitoriali è davvero stantia e logora, oltre che discriminatoria. I paesi dove il riconoscimento del valore della maternità è più avanzato, e dove quindi ci sono maggiori servizi e si fanno più figli, sono anche quelli dove le donne lavorano di più e dove c’è maggiore benessere diffuso.

Stereotipi e pregiudizi di una cultura patriarcale e maschilista portano a ignorare la forza delle donne e il loro contributo al benessere della società, in termini sia di crescita del PIL che di uguaglianza.

È invece da questa forza e da questo contributo che dobbiamo ripartire. Tutte e tutti, a partire proprio dagli uomini.

Proprio ieri, su Repubblica, rilanciavo gli obiettivi della parità di genere nello sport, annunciando l’avvio di un percorso normativo che parta dalla tutela della maternità per le atlete. Sicuramente proseguiremo su questa strada, ma ci aspettiamo che anche il mondo dello sport – che può avere un’incredibile capacità di impatto sull’opinione pubblica – faccia la propria parte, eliminando ogni retaggio culturale discriminatorio, sessista, offensivo e inadeguato alla rappresentanza della società contemporanea e del futuro.