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Fondazione Argentina Altobelli

Questa mattina ho partecipato alla presentazione del libro “Partire è breve, arrivare è lungo. Racconti dall’altra parte del mare” promosso dalla Fondazione Argentina Altobelli e UILA.

I racconti raccolti nel libro – come le foto che li accompagnano – presentano uno spaccato interessante ed emozionante della società attuale, vista con gli occhi di chi fugge, viaggia e arriva in realtà nuove.

Per questo mi sono complimentata con le autrici: perché ho trovato ciascun racconto prezioso nel tracciare i turbamenti dell’anima che accompagnano chi ad un certo punto della vita, per scelta o per necessità, diventa migrante

Le paure, le speranze, il continuo ondulare tra “nostalgia e oblio” di ciò che si è lasciato, l’attesa del nuovo, l’incontro con “una lingua sconosciuta nella quale perdersi” (cito il racconto di Elvia Mujčić).

La ricerca poi, di un paese e di una casa, che la protagonista di “Le scarpe degli altri” esprime citando Pavese, in una magnifica rappresentazione di quella “identità frammentata”, che unisce le culture di provenienza e di arrivo.

Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. – ecco la citazione di Pavese – Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti.

In questa frase c’è tutto il senso della responsabilità dell’accoglienza. 

Permettere a chi arriva di costruire qualcosa di suo, costruendo un legame con quella che noi che siamo nati e cresciuti qui chiamiamo la nostra terra.

Fare in modo che la parola “nostra” si allarghi, includa, integri. 

Occorre che questo diventi un tema di riflessione e di dibattito, come accade nel flusso di pensieri e discussioni dei ragazzi italiani che lavorano per una cooperativa impegnata nell’integrazione, protagonisti del racconto “Scarti”.

Non possono esserci solo paura e rabbia a condizionare il dibattito su migranti e accoglienza. 

Non possiamo trattare chi arriva solo come un numero, come un peso di cui comuni e territori devono farsi carico.

E le cronache degli ultimi giorni – da questo punto di vista – ci hanno dato esempi davvero negativi.

Dobbiamo invece accettare la sfida che viene proposta nel saggio conclusivo di Laura Zanfrini con l’invito a “volare più in alto, andando oltre i limiti di un modello d’integrazione che ha privilegiato i vantaggi di breve periodo, senza mettere a frutto il prezioso potenziale che l’immigrazione rappresenta per lo sviluppo economico e sociale dell’Italia e dell’Europa”.

È una responsabilità della politica e delle Istituzioni prima di tutto.

Una responsabilità che deve essere concreta nelle azioni prodotte, ma che deve anche anche essere attenzione al linguaggio, condivisione di una umanità che dovrebbe unire le persone e la politica, e che invece spesso fatichiamo a scorgere nei dibattito pubblico.

La responsabilità delle istituzioni deve unire accoglienza nelle emergenze e costruzione delle basi per la società che saremo in futuro.

In questo senso è decisivo riuscire a procedere con la legge sullo Ius soli, approvata alla Camera e ferma in Senato per l’ostruzionismo delle opposizioni.

È un passaggio decisivo proprio per passare da un’idea di immigrazione come peso da sopportare – idea sbagliata in termini di valore, oltre che di valori – alla valorizzazione del contributo che può portare alla nostra società il milione circa di giovani nuovi italiani.

Dobbiamo poi occuparci di chi arriva scappando da guerra e disperazione. 

Dobbiamo rendere i centri di accoglienza e di permanenza luoghi civili, dove non si finisca per perdere la residua quota di dignità, ma all’opposto si lavori per recuperare dignità e cittadinanza.  

Proprio la scorsa settimana la Camera ha votato una legge sui minori non accompagnati che arrivano in Italia, per dare loro un futuro.

In Senato, invece, qualche settimana fa, abbiamo approvato all’unanimità una mozione di cui sono stata prima firmataria contro i matrimoni precoci e forzati – che sono una forma particolarmente meschina di violenza sessuale -, impegnando il governo ad agire anche in Italia per fare in modo che le giovani immigrate non siano costrette a sposarsi troppo presto e senza libertà, spesso con viaggi appositi organizzati dalle famiglie.

Dobbiamo su questo arrivare ad una legge che istituisca il reato di matrimonio forzato anche in Italia, perché chi arriva deve sapere che qui ci sono diritti e tutele che riguardano tutte e tutti. 

Come dobbiamo aprire a tutte e tutti le opportunità di occupazione, rompendo la retorica del “vengono a rubarci il lavoro” e praticando invece la via della collaborazione e dello scambio di capacità e competenze. 

Praticando la via dei diritti da garantire, dalle tutele sul lavoro alla cittadinanza.

La legge contro il caporalato – rispetto al settore agroalimentare che la UILA rappresenta – è sicuramente un importantissimo passo avanti, che riguarda lavoratrici e lavoratori sia italiani che immigrati.

Un passo avanti contro lo sfruttamento, cui dovranno seguire passi avanti per il riconoscimento e la valorizzazione del contributo che immigrate e immigrati portano all’Italia.

Questo libro e il lavoro di sensibilizzazione della Fondazione Altobelli e di UILA aggiunge un tassello ad un impegno già consolidato per tutelare lavoratrici e lavoratori, con attenzione ai valori di progresso, solidarietà, uguaglianza.

Voglio ricordare e ringraziare in particolare UILA in R.O.S.A (Ricerca, Organizzazione, Sviluppo, Azione) che ha permesso di caratterizzare il lavoro dell’organizzazione – da tutti i punti di vista – come attento alla dimensione femminile e pronto a sfruttare la forza e il valore delle donne.

Le donne – ne sono fortemente convinta, e vale per le italiane come per le immigrate – sono la risorsa su cui puntare per realizzare davvero quella stagione della crescita di cui parliamo da tempo.

Le donne immigrate – ce lo ricorda il saggio di Zanfrini nel libro – sono state tra le prime ad arrivare in Italia, facendo scoprire alla nostra società, dagli anni ’80, l’esperienza di un’immigrazione che diventa interazione quotidiana.

Nei salotti borghesi arrivavano filippine o capoverdiane, che spesso – oltre a far arrivare risorse fondamentali alle famiglie di provenienza – sono diventate risorse fondamentali per le famiglie italiane.

In questo c’è il senso della “femminilizzazione” delle migrazioni e dell’economia della famiglia di cui parla Zanfrini. Femminilizzazione che significa aumento delle donne che migrano sole, per fare della propria forza la forza di chi lasciano a casa.

Le donne e gli uomini che partono a cercare fortuna mandano soldi a in Patria e aiutano contemporaneamente le nostre famiglie: si prendono cura delle nostre case, tengono aperti i negozi fino a tardi permettendoci di fare la spesa fuori orario, o ancora “badano” ai nostri anziani, le cui pensioni aiutano figli e nipoti.

La presenza delle donne immigrate – basti pensare proprio alla figura delle “badanti” – ha già cambiato la nostra società. 

Ora dobbiamo uscire dal recinto dei lavori da “immigrata” o da “immigrato”, e procedere a considerare ciascuna persona come portatore di forza e competenza, differenti e tutte utili alle sfide comuni.

Dobbiamo non solo limitarci ad osservare i cambiamenti che si producono, ma a governarli.

Oggi in Italia ci sono circa 5milioni di immigrati, che rappresentano l’8,2% della popolazione. Oltre la metà sono donne. Sono in media più giovani degli italiani, e fanno più figli.

Guardando i dati non c’è nessuna invasione, anzi i dati degli arrivi e dei permessi di soggiorno sono calati negli ultimi dieci anni. 

E il dato del contributo al PIL di lavoratrici e lavoratori immigrati è invece cresciuto fino a quasi l’8% della ricchezza nazionale.

E non c’è nemmeno un’invasione di richiedenti asilo, come confermano i dati UNHCR che dicono come gli arrivi nel 2016 siano in linea con quelli del 2015, con una crescita solo nel mese di ottobre.

Così come – lo ha ricordato di recente il capo della Polizia Gabrielli – non c’è nesso tra presenza di immigrati o rifugiati e aumento di reati. 

Quello che cresce, invece, è il tasso di mortalità di chi cerca di arrivare, per condizioni di viaggio sempre più insicure, come emerge anche dai racconti del libro.

Fa poi particolarmente impressione sapere che l’insieme delle rimesse globali che chi emigra rimanda nei paesi di provenienza (circa 432 miliardi di dollari americani) è quasi tre volte il valore degli aiuti pubblici allo sviluppo (circa 131 miliardi di dollari).

Un dato utile quando riflettiamo sull’esigenza di aiutare i paesi in via di sviluppo a trovare condizioni di vita migliori. E quando lavoriamo per trovare un equilibrio tra diritto a non emigrare e dovere dell’accoglienza.

Possiamo allora far finta di nulla e continuare a chiuderci nel nostro piccolo?

Nei tempi della globalizzazione questo non ha senso: non lo ha rispetto ai valori che condividiamo e non lo ha rispetto alle effettive prospettive che ci aspettano.

Ancor più quando a viaggiare sono donne con bambini, e troppo spesso anche bambini soli.

Le donne rappresentano infatti quasi la metà dei 244 milioni di migranti nel mondo e degli oltre 19 milioni di rifugiati. E nel mondo ci sono più di 50 milioni di bambine e bambini (1 ogni 200) costretti a lasciare il proprio paese, metà dei quali subiscono violenze (dati Unicef, che evidenziano come il numero di bambini rifugiati sia raddoppiato tra 2005 e 2015).

Sono persone che quando arrivano definiamo “esotiche” – come la ragazza del racconto “Beauty case”, che si compiace di esserlo diventata – ma che vivono esperienze di “inadeguatezza ed estraneità” (ancora da “Le scarpe degli altri”).

Proprio il punto di vista di un bambino di 11 anni ci accompagna nel racconto “La lingua del cielo”, forse quello emotivamente più forte, perché ci richiama la memoria recente di tanti altri bambini in fuga dalla Siria.

Il viaggio trasforma, spaventa, fa crescere. E tutto si racchiude in due frasi, due pensieri che Rosana Crispim Da Costa scrive per lui per descrivere il rapporto con la madre, e con la vita.

Mi bastava ciò che era importante nella mia vita: il conforto delle braccia di mamma e una sua favola piena di speranza.” Questo pensiero accompagna l’inizio del viaggio. Ma già all’arrivo tutto cambia, e il bambino si ritrova a parti ribaltate: “Anche mamma si è lasciata andare. Io ormai ero un uomo, potevo proteggerla.

Il bello della letteratura – il dono di chi sa scrivere e coinvolgerci in mondi possibili – è quello di far diventare un racconto di vita storia esemplare, in cui riconoscersi o riconoscere valori ed esperienze che pensiamo lontane e che invece ci riguardano direttamente. 

Storie che prendono forza, che ci cambiano, che condizionano le nostre scelte.

Se teniamo nella mente e nel cuore le due frasi che citavo del bambino in fuga dalla Siria, come possiamo non aprire mente e cuore a chi arriva. Come possiamo non essere sconvolte e mostrarci protese in aiuto?

Come possiamo non pensare – e lo scriveva ancora ieri Linda Laura Sabbadini su La Stampa – che il nostro compito è investire sull’integrazione, e che il primo spazio dove questo deve accadere sono le scuole, che devono diventare vere palestre di socialità, dove si insegna il rispetto e il valore delle differenze, che siano etniche o di genere. 

Bambine e bambini che arrivano da noi – scrive la Sabbadini e ci ricordano i racconti del libro – “sono belli, pieni di speranza e pronti a contribuire alla nostra comunità. Creiamo le condizioni perché possano farlo con passione anche da adulti. Dipenderà molto da noi se si sentiranno italiani o stranieri in casa d’altri.” 

Veniamo da settimane – e mesi – di dibattito in Italia e in Europa sull’accoglienza di migranti e richiedenti asilo, e sono davvero convinta – ancor più dopo la lettura del libro – delle posizioni che l’Italia ha assunto, scegliendo di stare da quella che semplicemente ritengo la parte giusta: non quella che erge muri, ma quella che apre le porte e accoglie, seppur dentro regole condivise.

Nella sfida tra ponti e muri è in gioco il senso stesso dell’essere europei, e quindi le posizioni dell’Italia non sono contro l’Europa, ma in difesa dell’unico autentico e forte modo di essere europei, l’unico che può permettere all’Europa di giocare un ruolo nel futuro del mondo globale.

La strada che abbiamo di fronte è ancora lunga.

I racconti e le storie che sono in “Partire è breve, arrivare è lungo” ci aiuteranno a percorrerla con maggiore convinzione, determinazione e forza di cambiamento.