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Quando il PD è nato ognuna e ognuno di noi ha scelto – con coraggio, convinzione, ottimismo della volontà – di lasciare un pezzo della propria storia per iniziarne una nuova, collettiva, con radici solide, ma votata a governare il futuro.

Sapevamo che talvolta la nostra nuova casa sarebbe stata un po’ più scomoda, avrebbe richiesto una maggiore fatica nel condividere.

Ma prevalse – in quella scelta di cui dovremmo tutte e tutti andare orgogliosi e che dovremmo tutte e tutti difendere strenuamente – la consapevolezza di poter essere quel partito e quella comunità in grado di dare all’Italia una prospettiva di governo riformista, capace di governare i cambiamenti coniugando competitività ed equità, crescita e uguaglianza.

Un partito unitario, pluralista, solidale, maggioritario. Nato per mettersi al servizio di un’idea di Paese unito, coeso, aperto, giusto.

Cosa è cambiato da allora? Cosa si è determinato perché qualcuno pensi oggi che quello che ci ha unito allora non valga più?

Cosa ci ha portato a discutere di identità divisive più che di come riunire il paese in una prospettiva credibile di cambiamento?

Come è possibile che la discussione intorno al congresso e alle primarie sia diventata una discussione sulla scissione, riportando d’attualità una delle parole più negative della storia della sinistra italiana?

Pensavo davvero che con il PD questo tipo di discussione fosse archiviata per sempre.

Come è possibile che le primarie – quella fantastica innovazione della nostra politica, la scelta mai prima esercitata da nessuno in Italia di far eleggere il segretario da iscritti e militanti, un’innovazione che tanti in Europa hanno dopo di noi ripreso – come è possibile che le primarie non siano riconosciute da tutte e tutti noi come il momento fondativo di chi siamo e di chi saremo, la cornice che è insieme sistema di regole e base valoriale del nostro essere democratiche e democratici?

Dentro quella cornice si discute, ci si confronta e ci si scontra, si compete e poi si rispetta il risultato.

È una questione di serietà, di responsabilità, di credibilità.

Serietà, responsabilità e credibilità che devono caratterizzare chi vuole proporsi come classe dirigente, devono essere la faccia con cui ci presentiamo di fronte a cittadine e cittadini.

È il modo – l’unico modo – per mettere al centro degli obiettivi del PD non il futuro di ognuna e ognuno di noi che ne siamo espressione elettiva, ma le persone, le italiane e gli italiani, il futuro del paese.

Non è un momento facile, ci sono questioni che meritano discussioni approfondite e scelte coraggiose. Ma non possiamo mai lasciar prevalere le questioni interne, i nostri problemi, sulle difficoltà e le emergenze del Paese.

Davanti alle difficoltà dobbiamo avere il coraggio e la capacità di rilanciare.

“When in trouble, go big.” Recita un modo di dire anglofono.

Nei momenti difficili, pensa in grande.

Dividersi è l’esatto opposto.

È il prevalere del piccolo interesse, del particolare, di un’idea di comunità chiusa e identitaria.

La sfida che abbiamo davanti è invece quella di realizzare una società democratica, libera, coesa, aperta, globale.

Dobbiamo ricordare sempre che un partito non deve mai essere necessario per le persone che lo compongono, deve invece essere storicamente necessario.

Deve essere necessario e utile al Paese e alle persone. Soprattutto quelle più in difficoltà, che chiedono dignità, diritti, uguaglianza.

Io credo che il PD sia il partito che oggi è necessario al Paese. Sono qui per questo, sono in Parlamento per questo, sono al Governo per questo.

Ci credo da quando è nato, ci continuo a credere. 

E mi addolora vedere che non per tutte e non per tutti è così, se c’è chi ipotizza di andare via, se si preferisce ritrovarsi tra pochi più che costruire la casa di tutte e tutti.

Vorrei però che chi pensa che il PD non è il partito che serve all’Italia abbia la forza, l’onestà intellettuale e il rispetto per la nostra comunità di venire qui a spiegarlo.

Chi pensa che il PD non sia il partito necessario oggi all’Italia è giusto che possa dedicarsi a costruire altro.

Ma deve venirlo a spiegare.

Deve spiegarci perché non crede più nel Partito che insieme abbiamo fatto nascere e costruito in questi dieci anni. E deve spiegarci perché dividere quello che abbiamo unito è più utile al Paese.

Chi invece ci crede ancora deve restare, battersi per la linea che ritiene più giusta, rispettare poi  le scelte che saranno maggioritarie.

È ridicolo anche solo pensare che gli argomenti per dividersi possano essere i tempi del congresso (che sono importanti ma che ci portano in una discussione ombelicale), i tempi del governo (decisivi ma da affrontare in un contesto istituzionale più largo del solo partito), o le legittime opinioni critiche sulle azioni che il governo in questi anni ha preso o sta prendendo.

Azioni che si possono criticare, costruttivamente, ma senza dimenticare che sono state condivise dal Partito, nell’espressione delle diverse forme di democrazia che dieci anni fa abbiamo deciso dovessero governare i nostri processi decisionali.

E non può certo capitare che ci dividiamo sulla base di simpatie, idiosincrasie, malsopportazioni reciproche.

Se lasciamo tra noi che il piano di divisione diventi umano, se cediamo alla logica egoista del nemico e dello scarto dell’altro, ricordiamoci che prima o poi toccherà a ciascuna e ciascuno di noi essere scarto.

E ricordiamoci soprattutto che se questa è la rappresentazione che daremo di noi, beh certo non andremo incontro a grandi successi. Politicamente saremo tutte e tutti scarti. E da dividerci ci saranno solo le colpe della sconfitta. 

Detto in altri termini, credo che contro il montare di istinti, paure e leadership demagogiche che offuscano le prospettive dell’Italia e dell’Europa, serve un partito forte, credibile, pluralista, democratico, unito.

Che accetti pienamente la leadership come fattore di sintesi, di racconto collettivo, di aggregazione del consenso.

Quel partito c’è ed è il Partito Democratico.

Allora facciamo il congresso, convochiamo le primarie, lavoriamo anche ad una base programmatica comune, ma senza unanimismi o veti, lasciando alla competizione per il segretario e alla scelta di cittadine e cittadini la linea politica e programmatica su cui giocare la sfida del governo, nei prossimi mesi e nei prossimi anni.

Se immaginassimo di dover condividere tutto prima delle primarie otterremmo due conseguenze: che la nostra visione e il nostro programma perderebbero forza innovatrice e capacità di rappresentanza, come sempre avviene quando le decisioni sono prese nell’accordo esclusivo di gruppi dirigenti chiusi. E che le primarie diventerebbero un talent tra bravi candidati e non una competizione per una leadership vera, che sappia guidare il partito e il paese.

Siamo nati perché volevamo definitivamente poterci occupare, insieme, di come vincere le elezioni e cambiare l’Italia. E per smettere di concentrarci su come far perdere gli altri.

Non torniamo a vecchie e nefaste abitudini. 

Ognuna e ognuno giochi la propria partita dentro il Partito, competa con le regole che abbiamo scelto insieme, e poi rispetti la scelta del popolo democratico.

Questo si è un patto di lealtà che dovremmo tutte e tutti fare con noi stessi e con le persone cui chiediamo di credere nel PD è di partecipare alle sue sfide.

Chi partecipa al congresso poi non va via. Non fa scissioni. Fa le battaglie per cambiare linea, ma non gioca a sfasciare tutto.

Questa è la democrazia. E se ci chiamiamo Partito Democratico dobbiamo rispettarla. Sempre.

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