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Questa mattina, nella Sala della Protomoteca in Campidoglio a Roma, ho preso parte agli Stati Generali della Generazione Erasmus, Primo Consiglio Italiano. Qui di seguito trovate l’intervento che ho condiviso con le tante ragazze e tanti ragazzi presenti.


Carissime e carissimi,

è per me un piacere essere con voi qui oggi, partecipare a questo laboratorio di futuro che prende le mosse da un’esperienza straordinaria della quale siete stati protagonisti e siete ancora testimoni.

Ci sono due modi in cui è possibile parlare del programma Erasmus: il primo è raccontandolo come esperienza di crescita individuale di un gran numero di studentesse e di studenti che decidono di svolgere una parte del proprio percorso di studio e formazione all’estero; l’altro è mettendone a fuoco i tratti di una vera e propria rivoluzione culturale e politica che, da trent’anni a questa parte, ha portato alla nascita di una cittadinanza europea diffusa, che valica confini nazionali e appartenenze geografiche.

Sono due modi estremamente diversi ma che non si escludono l’un l’altro. Anzi, si potenziano a vicenda, sono complementari e ci servono per formulare una riflessione complessiva sul futuro della nostra Europa. Perché se è vero che grazie al programma Erasmus una giovane studentessa o un giovane studente italiano può andare in Germania, in Spagna o in Francia, mettersi alla prova in un contesto straniero, imparare una nuova lingua e conoscere le abitudini di una cultura differente dalla propria, è pure vero che ogni investimento sulla crescita personale dell’individuo è un investimento sullo sviluppo e il progresso della società nel suo insieme.

E se oggi parliamo di una “generazione Erasmus” è proprio perché il programma che porta il nome del filosofo rinascimentale olandese ha contribuito a costruire, dal 1987 a oggi, una nuova anima europea, rafforzando l’identità comunitaria all’interno dell’Unione, forse assai più di quanto non abbiano fatto i pure importanti trattati firmati per regolare la vita condivisa dei Paesi membri.

In questi ultimi 30 anni, grazie ad Erasmus, oltre 4 milioni di studentesse e studenti hanno scelto di fare le valigie, salutare i propri cari e trascorrere un periodo di studio in un’università europea oppure svolgere, dopo la laurea, un tirocinio formativo in una azienda.

Oltre 30.000 sono le studentesse e gli studenti della formazione superiore italiani che hanno intrapreso questo percorso durante lo scorso anno accademico, mentre circa 20.000 sono state le studentesse e gli studenti ospitati nei nostri atenei, da Nord a Sud, che hanno frequentato le nostre lezioni, hanno imparato ad apprezzare e conoscere la nostra cultura, oppure si sono messi alla prova nel mercato del lavoro.

In questi anni milioni di giovani, mossi dalla curiosità, dal desiderio di scoperta e di conoscenza, hanno potuto muoversi in lungo e largo per l’Europa: inizialmente all’interno degli 11 paesi aderenti quando il Programma Erasmus è iniziato, nel 1987, fino ad arrivare ai 33 Paesi attuali (comunitari e non).

Gli anni ottanta sono stati anni importanti per il consolidamento delle istituzione europee, infatti è del 1985, due anni prima della nascita del Programma Erasmus, la stipula di un altro di quegli accordi che oggi sono ritenuti fondativi della cittadinanza europea, l’accordo di Schengen, che stabilisce una zona di libera circolazione dove i controlli alle frontiere sono aboliti. Uno spazio che oggi è composto da 26 paesi, di cui 22 membri dell’Unione europea.

Se andiamo a leggere i numeri, emerge soprattutto un dato significativo: il programma Erasmus ha aperto confini che neanche i trattati politici sono riusciti ad abbattere. Ha dato libertà di movimento – fisico e culturale – e lo ha fatto puntando sulle nuove generazioni, che hanno avuto così la possibilità di formarsi fuori dal proprio Paese di nascita, in una feconda atmosfera di contaminazione culturale ed integrazione. E questo felice momento di scambio non si esaurisce nei sei mesi o nell’anno che le studentesse e gli studenti trascorrono convivendo in un appartamento con un tedesco, una polacca, un inglese e una spagnola. L’apertura all’alterità diventa elemento costitutivo della loro cittadinanza, replicabile e attuabile in qualsiasi contesto si troveranno a vivere e che andrà inevitabilmente ad incidere sulle loro abilità e competenze.

Tullio De Mauro, appena un anno fa, dalle colonne di “Internazionale” definiva questo fenomeno “avanguardia europea”, un fenomeno demograficamente rilevante, al quale è affidata – cito testualmente –

“…la speranza che almeno i ceti intellettuali mettano da parte le pacchiane e feroci stupidità delle ondate di esterofobia ed esterofilia, e vivano l’esperienza e conoscenza del vasto mondo non in stato di drammatica necessità (come accade per l’immensa massa dei più poveri) ma per una loro scelta educativa e intellettuale”.

Questo pensiero di De Mauro racchiude, dal mio punto di vista, le vere ragioni del successo di questo straordinario programma europeo di mobilità che non ha eguali al mondo. Tutto poggia su una spontanea e naturale curiosità per il diverso, sulla volontà di aprirsi a ciò che è ignoto, senza paure e timori. Mettendosi alla prova, nella vita di tutti i giorni come nei contesti di studio e lavorativi, le ragazze e i ragazzi imparano a riconoscere i propri limiti e a cercare di superarli grazie all’apporto di punti di vista differenti da quelli codificati o prestabiliti nella propria comunità di origine, spesso in passato intesa come unico orizzonte spazio-temporale a disposizione.

Provate a chiedere a una o a uno dei 4 milioni di giovani che hanno potuto fare questo tipo di esperienza di descrivervela. Lo dico anche a voi, ragazze e ragazzi che siete oggi qui, riuniti con un intento e una volontà ben precisa e che condivido, provate a dirci cosa è stato l’Erasmus per voi. Una parentesi? Un’esperienza della vostra vita? Ecco, molte e molti di voi, molte e molti di loro in genere mi rispondono che non sono in grado di definirla. Dicono che è una esperienza che non si può spiegare, si può viverla punto e basta. Sì, certo, si tratta di andare fuori e imparare una lingua nuova. Di stringere amicizie e relazioni con ragazze e ragazzi di paesi stranieri e naturalmente di conoscere luoghi, città, ambienti, culture e tradizioni differenti dalla propria. Ma non è tutto qui. E tutto quello che non è qui e che risulta ineffabile è ciò che costituisce il DNA della nuova generazione europea, la generazione che dall’Erasmus prende le mosse.

Uno studio della Commissione europea di appena qualche anno fa ha preso in esame un campione di 78.000 persone, e ha misurato l’impatto dell’Erasmus nella vita di chi decide di partire. Si tratta di un rapporto sugli effetti della mobilità sulle abilità delle studentesse e degli studenti universitari che hanno trascorso almeno un semestre in un ateneo diverso da quello di immatricolazione.

Ciò che è emerso è sorprendente, perché risulta che il bagaglio di “ritorno” di chi parte grazie all’Erasmus, è un bagaglio che si riempie di esperienze, competenze, rapporti che vanno ben oltre l’apprendimento di una lingua straniera o di una serie di aneddoti da raccontare alle amiche e agli amici rimasti a casa. Vediamone qualcuno in dettaglio: l’Erasmus riduce il rischio di disoccupazione. Chi fa l’Erasmus ha la metà delle possibilità di essere disoccupata o disoccupato ad un anno dalla laurea, rispetto a chi non lo fa. E a cinque anni dalla fine degli studi il tasso di disoccupazione tra gli ex Erasmus è più basso del 23% rispetto alle coetanee e ai coetanei che non hanno vissuto questa esperienza.

In più sono alte le probabilità di trovare occupazione in un ambiente internazionale: circa il 69% di chi ha trascorso periodi di studio all’estero ha un impiego con caratteristiche internazionali. Ben 5 punti percentuali in più rispetto a chi non l’ha fatto. L’Erasmus, poi, rafforza la fiducia in se stessi e diversi altri tratti della personalità delle nuove generazioni: l’abilità nel risolvere i problemi, l’apertura mentale, la capacità di prendere decisioni, la conoscenza di se stessi, la curiosità. E sono tutte caratteristiche che servono a creare buoni rapporti lavorativi e non.

Sempre, secondo lo studio della Commissione del 2014, l’Erasmus fa apprezzare di più l’Europa – non solo a chi partecipa al programma, ma anche a chi vi entra in contatto anche in via incidentale. Pensate alle famiglie che spesso si trovano ad ospitare amici delle figlie e dei figli, che si lasciano inevitabilmente contaminare da questa internazionalità. E questo è fondamentale per la costruzione di un’identità fortemente europea, tanto più fondamentale dal momento che difficilmente si è riusciti in tutti questi anni, dai Trattati di Roma in poi, a raggiungere questo obiettivo con altre misure politiche e culturali.

Sentirsi europei, grazie all’Erasmus, vuol dire tenere salde le radici nel proprio contesto etnico e culturale, ma aprirsi contemporaneamente all’altro, riconoscendo valori e ideali condivisi che vanno oltre le frontiere nazionali. E, infine, ultimo dato da sottolineare del rapporto di cui stiamo discutendo, un dato singolare ma non trascurabile: l’Erasmus fa innamorare. Le probabilità di avere un o una partner di un’altra nazionalità sono tre volte più alte per chi partecipa a questo programma. Dal 1987 a oggi sono nati oltre un milione di bambini da coppie che si sono formate in Erasmus.

Umberto Eco proprio a tal proposito commentava: “…si parla poco sui giornali economici del programma di scambi universitari Erasmus, ma Erasmus ha creato la prima generazione di giovani europei. Io la chiamo una rivoluzione sessuale, un giovane catalano incontra una ragazza fiamminga, si innamorano, si sposano, diventano europei come i loro figli. Dovrebbe essere obbligatorio, e non solo per gli studenti: anche per i taxisti, gli idraulici, i lavoratori. Passare un periodo nei paesi dell’Unione Europea, per integrarsi”.

Non è stupefacente notare come un programma che nel primo anno di vita ha coinvolto solo 3.244 studentesse e studenti in tutta Europa (di cui 220 italiane e italiani) oggi ne coinvolga 300.000 (di cui 34.000 italiane e italiani) e che, solo grazie alla possibilità di mobilità studentesca, riesca a cementare una cittadinanza europea che i Padri fondatori vedevano come imprescindibile per costruire un’Europa di pace e sviluppo sostenibile? Un programma nato da un rifiuto e dalla determinazione di una grande donna italiana, che voglio pubblicamente ringraziare, Sofia Corradi, perché dal seme della sua curiosità, del suo coraggio, della sua ostinazione è venuto fuori un futuro di benessere diffuso e di gratificazione derivante dalla conoscenza diretta dell’altro, e che meglio di qualsiasi altro programma europeo da senso al motto dell’Unione che è “Uniti nella diversità”.

Se oggi leggiamo di muri di filo spinato eretti alla frontiera di uno Stato europeo e ci indigniamo e protestiamo. Se oggi lottiamo per i diritti di tutte le cittadine ed i cittadini, europei e non, è perché abbiamo potuto sperimentare l’arricchimento che si genera grazie alla mobilità, da cui derivano l’accrescimento delle nostre abilità e dei nostri valori, grazie soprattutto all’abbattimento di stereotipi e all’influenza di punti di vista diversi rispetto a quelli abituali. E quindi, sì, aveva ragione Umberto Eco, l’Erasmus dovremmo farlo tutte e tutti e farlo di più. Perché c’è un estremo bisogno di pace e di progresso, c’è un estremo bisogno di sentirsi europee ed europei. Al di là delle bandiere appese nei palazzi istituzionali, che sono è vero simboli importanti ma non bastano a volte per costruire un’identità comune.

Dal 1987 molte cose sono cambiate: l’Erasmus si è arricchito di nuove modalità di svolgimento che hanno allargato la platea delle beneficiarie e dei beneficiari. Non solo studentesse e studenti universitari, ma anche – grazie ad Erasmus + – docenti delle scuole che possono confrontarsi con sistemi d’istruzione differenti per accrescere le proprie competenze. O ancora personale tecnico e amministrativo, o giovani che hanno l’opportunità di praticare periodi di tirocinio in strutture ospitanti estere. Nel settore dell’istruzione scolastica, nello specifico, dal 1995 al 2013 oltre 16.000 insegnanti hanno potuto realizzare mobilità di questo tipo, 5.300 negli anni dal 2014 al 2016. Mentre per quanto riguarda i progetti di cooperazione tra scuole dal 2000 ad oggi sono stati realizzati circa 5.200 progetti che hanno consentito agli istituti scolastici del Paese di collaborare con scuole europee per realizzare attività per insegnanti e studentesse e studenti, per un totale di circa 143 mila persone coinvolte, anche se al momento circa il 60% della mobilità e dei fondi ERASMUS sono appunto legati al sistema della formazione superiore.

Per questo programma, nel corso degli anni, sono aumentati gli stanziamenti e continueranno a crescere per permettere a quante più persone possibili di partecipare. Se in passato questo programma è stato un miraggio per giovani appartenenti a famiglie con redditi bassi, considerata la sua importanza nel percorso di crescita delle nuove generazioni, non vogliamo sia più così. Dobbiamo lavorare per creare realmente una situazione di pari opportunità nell’accesso alla cultura. È un impegno che anche noi facciamo nostro come Governo, è un impegno che chiediamo all’Europa di sostenere. Per invertire una narrazione talvolta distorta di ciò che significa essere europee ed europei. Essere europee ed europei infatti non vuol dire vivere con una spada di Damocle sulla testa, attenti ai conti, alle leggi di bilancio, alle infrazioni e ai divieti. Significa essere, ciascuna e ciascuno con le proprie peculiarità, parte di un tutto. Un tutto che cresce se tutti procediamo insieme lungo il cammino, un cammino che mi preme ricordare, dopo i quasi 60 milioni di morte e morti europei delle due guerre mondiali, ha rappresentato dal 1946 ad oggi il più lungo periodo di pace che l’Europa abbia mai conosciuto in tutta la sua storia, ed è perché tali carneficine non si ripetessero mai più, che le madri e i padri fondatori europei, ispirati dal manifesto di Ventotene, vollero iniziare la costruzione di un nuovo soggetto politico diretto a mantenere un ordine comune, pur lasciando agli Stati stessi l’autonomia.

Per questo credo che il documento che questi Stati generali elaboreranno anche grazie al vostro determinante contributo sarà una pietra miliare di un nuovo percorso dell’Europa. È un documento al quale, come donna che fa politica, guardo con curiosità ed estrema fiducia. Il mondo che restituiremo alle future generazioni è un mondo che prende le mosse dalla vostra rinnovata e sana e – aggiungo – spontanea cittadinanza europea. Sono contenta, perché so che ciò che avete acquisito è, sì, da aggiornare e coltivare quotidianamente, ma è anche inscalfibile.

L’Europa che sarà, anche grazie a voi, corrisponde più di quanto noi possiamo pensare all’Europa che avrebbe dovuto essere da sempre, secondo i le Madri e i Padri fondatori dell’Unione, all’indomani dei sanguinosi conflitti mondiali del Novecento. Noi classe politica siamo riusciti in parte a porre le basi fino ad oggi. Voi completerete con il vostro impegno il quadro. E sarà un quadro di uguaglianza, di rispetto dell’alterità, di pari opportunità, di sviluppo sostenibile, di crescita, attraverso la valorizzazione delle nostre migliori energie e risorse, naturali e professionali. Così come è giusto che sia. Così come è previsto, tra l’altro, dall’Agenda Onu 2030, che come Paese abbiamo sottoscritto ma anche dalla strategia Europa 2020, la strategia decennale proposta dalla Commissione europea nel 2010 basata su una visione di crescita intelligente, sostenibile e solidale.

E voglio sottolineare l’aspetto delle pari opportunità di genere, un campo di battaglia sul quale sono impegnata da tempo e che richiede un continuo intervento politico e culturale. Mi ha molto colpito l’identikit dello studente Erasmus stilato dall’Agenzia Nazionale Indire: ha un’età media di 23 anni, 25 nei casi di tirocinio. E nel 59% dei casi è donna. Un valore che sale al 63% quando lo scopo della mobilità è uno stage in azienda. Dobbiamo costruire un’Europa e un mondo di uguali diritti per mettere a frutto tutti i talenti di cui disponiamo. Tutti. Senza distinzioni di genere, senza distinzioni di censo o appartenenza geografica. Il futuro è di tutte e di tutti coloro che hanno il coraggio di immaginarlo e di lavorare per realizzarlo.

Lavoreremo per dare un’accelerata al progetto, oggi riservato solo all’1,2% della popolazione giovanile interessata. Le risorse sono state già incrementate, ma ancora di più faremo per far sì che aumentino le possibilità di partecipazione. In termini anagrafici, estendendole, quindi, alle giovanissime studentesse e ai giovanissimi studenti delle scuole e anche a diversi settori della società, grazie all’opportunità di svolgere apprendistato all’estero, per esempio. Giusto per dare il senso della concretezza delle proposte: appena un mese fa abbiamo presentato un piano in dieci azioni per le scuole che grazie a 830 milioni di euro di fondi Pon garantisce agli istituti scolastici occasioni di consolidamento delle competenze delle nuove generazioni anche in orario extrascolastico. Tra queste, una misura specifica riguarda l’alternanza scuola-lavoro e offre opportunità di inserimento, per le ragazze e i ragazzi italiani, anche in contesti esteri.

Ma non solo in termini anagrafici, anche con un’apertura ulteriore a paesi che non appartengono all’Unione europea. Perché la conoscenza non ha né deve avere limiti. Ben vengano i vostri suggerimenti, ben vengano le vostre richieste.

Voglio, infine, ricordare le sette ragazze italiane che stavano partecipando al Programma Erasmus in Spagna e sono morte in un incidente stradale il 20 marzo 2016 mentre viaggiavano in bus da Valencia a Barcellona. Ho visto qui tra di noi Gabriele Maestrini, papà di una delle studentesse che hanno perso la vita in quel tragico incidente. La sua presenza qui tra noi deve essere da stimolo per tutte e tutti, ci dice di andare avanti perché questo è il modo migliore per ricordare sua figlia e le altre ragazze che non ci sono più.

Abbiamo bisogno di voi per costruire l’Europa del domani. Abbiamo bisogno delle vostre esperienze e dei vostri sogni. Abbiamo bisogno delle vostre strade e dei vostri passi. Anche se anagraficamente non apparteniamo alla generazione Erasmus come voi, aiutateci a sentirci sempre più europee ed europei. Saremo al vostro fianco in questo percorso di costruzione di cittadinanza. Lavoriamo insieme per questo obiettivo comune.

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