Un mio ricordo di Miriam Mafai

Sono già passati sei anni dal giorno in cui Miriam Mafai ci ha lasciato. Ho avuto la fortuna di conoscerla non solo attraverso i suoi scritti, ma anche come amica, e in questi sei anni ho sentito profondamente la mancanza delle sue osservazioni, dei suoi consigli, della sua dolcezza e della sua risata ottimista e contagiosa. È stata una vita lunga, la sua, e intensa come può essere la vita di una donna libera, colta, impegnata e coraggiosa. Miriam è stata un’attenta testimone e un’acuta narratrice del suo tempo, un tempo che ha scandito la nostra storia: dalla Resistenza alla caduta di Berlusconi, passando per Tangentopoli e la fine della prima Repubblica, dal secondo dopoguerra europeo ai conflitti che hanno insanguinato la seconda metà del Novecento.

Un tempo raccontato attraverso temi forti, impegnativi, sensibili, che tuttora restano aperti davanti a noi come altrettanti problemi a cui dare una risposta: la grande questione della democrazia e la crisi dei partiti, e in particolare la crisi della sinistra; la società italiana e i suoi cambiamenti – primo tra tutti, con l’avvento della Repubblica, l’irruzione delle donne sulla scena sociale, politica, economica e culturale; e quindi, ancora, i temi portati alla ribalta dai movimenti delle donne: diritti civili, divorzio, aborto, procreazione assistita, conciliazione e condivisione tra lavoro e famiglia, disoccupazione e precariato femminile, discriminazioni, violenza.

Quello con il femminismo non è sempre stato un rapporto facile (penso alle dimissioni dalla direzione di Noi Donne, ma anche alla polemica con il pensiero della differenza soprattutto negli anni a cavallo tra gli ‘80 e i ‘90): lì, come in tutti gli altri campi a cui era appassionata, Miriam non ha mai rinunciato, giustamente, al proprio senso critico. Ma è sempre stato un rapporto improntato al rispetto e alla volontà di capire. E, soprattutto, al desiderio di restituire a lettrici e lettori il senso di ciò che aveva visto, di ciò che aveva capito.

Come ogni grande scrittrice o scrittore, infatti, Miriam aveva la capacità di “far vedere”, senza bisogno di ricorrere a toni enfatici o didascalici. Penso in particolare a due scritti del 1987, relativi a quella che oggi chiamiamo “rappresentanza di genere”, che vale la pena rileggere anche solo per la loro attualità.

Il primo è un articolo dedicato a Nilde Iotti, allora Presidente della Camera nonché prima donna italiana a ricoprire quell’incarico, che aveva appena ricevuto un incarico di governo con mandato esplorativo da parte del Presidente della Repubblica Cossiga; era non solo la prima donna, ma anche la prima comunista a sfiorare la Presidenza del Consiglio. [http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/1987/03/29/il-primo-giorno-da-esploratrice.html?ref=search] Il secondo, invece, è un piccolo reportage sul record di donne elette quell’anno in Parlamento anche grazie alla campagna “donna vota donna” voluta dalle dirigenti del PCI. [http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/1987/06/18/record-di-donne-tante-comuniste-in-sezione.html?ref=search] Sono due scritti del tutto privi di trionfalismo o di retorica, che presentano semplicemente il racconto di altrettante “prime volte” delle donne italiane con lo stile asciutto e saldamente ancorato ai fatti di cui Miriam era maestra, e grazie al quale sapeva rendere pienamente il senso degli eventi.

Del resto, come spesso le ho sentito dire, “come donne nessuno ci ha mai regalato niente”: una constatazione, ma anche un monito alle donne delle generazioni più giovani. Perché, di fronte a un mondo ancora troppo maschile, è necessario dare battaglia chiamando a raccolta la forza delle competenze e delle energie femminili, una forza che può essere davvero dirompente quando diventa unitaria, decisa, concreta. Oggi, con un Parlamento che registra un nuovo record di presenze femminili, il monito di Miriam mi sembra più attuale che mai.

A distanza di sei anni, Miriam Mafai ci manca ancora. Manca la sua voce di parte, eppure mai parziale grazie all’onestà intellettuale che l’ha caratterizzata in ogni momento della sua vita. Restano i suoi scritti – le inchieste, gli editoriali, i libri – e resta soprattutto il suo insegnamento: stare nelle cose, osservare la realtà con il rigore di chi sa di avere un punto di vista preciso e, insieme, il dovere di restituire ciò che vede nel modo più esatto possibile.

È un insegnamento fondamentale non solo per chi, come lei, ha fatto del giornalismo e della scrittura il proprio mestiere – un mestiere per cui l’importante, come lei stessa scrisse in un saggio del 1986, è “vivere ad occhi aperti”. Lo è anche, specie in un momento così complesso per la democrazia italiana e per la tenuta degli equilibri globali stessi, per chi ha scelto di impegnare nella politica la propria passione per la realtà. È un insegnamento a cui tengo molto e, per questo, a Miriam e al suo affettuoso ricordo andrà sempre la mia profonda gratitudine.