Un’opposizione seria, decisa e intransigente

La mia opposizione a questo governo sarà seria, decisa e intransigente, visto il contratto sul quale si fonda e le prime dichiarazioni  del suo presidente.

Tante e profonde sono le ragioni di preoccupazione che mi pervadono.

Innanzitutto perché le dichiarazioni sono ancora pienamente in continuità con la campagna elettorale che, purtroppo, prendo atto, continua e non lascia minimamente il passo al “fare”, come invece deve essere prerogativa di un governo. Parole, promesse, elenchi generici di “faremo”: al futuro, il più lontano possibile, per non scontentare nessuno e soprattutto per non svelare subito il bluff populista della nuova maggioranza e il costo catastrofico delle promesse elettorali.

Anche il continuo e ripetitivo richiamo al cambiamento appare una vuota giaculatoria proprio perché non basata su analisi, proposte, allocazioni di risorse – in una parola governo – fondata, cioè, davvero su un’idea d’innovazione che renda realistica, progressiva ed effettiva una cultura del cambiamento stesso.

E poi, in particolar modo mi preoccupa l’atteggiamento tutt’altro che chiaro – per usare un eufemismo –  che la nuova maggioranza ha finora tenuto sui diritti delle persone, che nella scorsa legislatura hanno visto finalmente realizzate scelte concrete per migliorare la vita di ogni giorno: dal dopo di noi alle unioni civili, dal congedo di paternità ai diritti delle donne. Qual è la linea del governo sui diritti civili? Quella “sfuggita” al ministro Fontana e condivisa da molti esponenti della maggioranza, salvo dire che non sono compresa nel contratto di governo? Su questi temi non possiamo permetterci passi indietro, anzi, noi ci batteremo per consolidare e ulteriormente estendere i diritti civili per l’Italia, perché riguardano la vita concreta di ognuna e ognuno e insieme servono a rafforzare la capacità del Paese di guardare con positività al futuro e alle sfide che ci attendono.

In generale, poi, per quanto mi riguarda, per la mia cultura e la mia formazione politica, mai – e tanto meno quando si ricoprono responsabilità di governo del Paese – si possono avere a riferimento “libri dei sogni” quale è, appunto, il contratto Lega/Cinque Stelle. Il rischio – direi più propriamente la certezza –  è quello di non poterli realizzare o, ancor peggio, di realizzarli acuendo le disparità sociali – vedi la flat tax – o scaricandone il costo sul futuro delle nuove generazioni, magari toccando a sproposito le pensioni.

Inoltre – è bene ricordarlo sempre, soprattutto dopo l’ambiguità che su questo c’è stata nel percorso di formazione del Governo – le tante sfide che l’Italia ha di fronte non possono essere vinte fuori dal contesto europeo. Una cosa è esprimere pareri critici rispetto ad alcune dinamiche e scelte dell’Unione, lavorare per un’Europa degli investimenti e della crescita. In una parola un’Europa più forte, dove la voce italiana conti maggiormente. E questo lo abbiamo fatto intanto noi governando nella passata legislatura. Ben altra cosa è “giocherellare” con le parole facendo intendere la concreta possibilità che l’Italia esca dall’euro, salvo poi smentire o aggiustare il concetto con altre parole, così come abbiamo visto nella fase di formazione del governo. Per non parlare dei veri e propri slogan antieuropei che Lega e Cinque stelle hanno prodotto  in tutti gli anni della passata legislatura, campagna elettorale compresa.

Infine – anche se molte altre sarebbero le cose da dire, ma avremo tempo e modo di farlo – vorrei dire con forza che il bisogno primario dell’Italia è continuare a investire sul futuro e far crescere le opportunità per tutte e tutti, a partire dalla centralità della filiera dell’istruzione, della formazione e del sapere. Mi auguro davvero che non solo il nuovo Ministro ma tutto il Governo e tutta la maggioranza vogliano ribadirne l’importanza e continuare a garantire gli investimenti che hanno caratterizzato il nostro governo, per garantire a ragazze e ragazzi la formazione che serve per il mondo di domani e per far crescere il lavoro di qualità. Che sempre più sarà legato a competenze e innovazione.

Certo, l’assordante silenzio del Presidente del Consiglio in Aula al Senato oggi su questo tema crea perlomeno sconcerto, ma forse si è trattato soltanto di non trovare nei 70 e passa minuti del suo intervento uno spazio per parlare del presente e del futuro delle nostre ragazze e dei nostri ragazzi.