Una nuova Europa. La centralità della scuola e della cultura per contrastare paure e indifferenza

La paura dell’altro, la sua discriminazione, talvolta la sua negazione sono le radici dei conflitti che vivono le nostre società, dai più piccoli ai più grandi. Il sessismo, il razzismo, l’omofobia, la marginalizzazione della povertà – tra gli spiriti peggiori che animano le nostre società – hanno tutti la stessa matrice: l’incapacità di uno sguardo positivo sulle differenze tra sé e chi ci sta davanti, un muro tra noi e l’altro.
In società del genere hanno grande facilità a prosperare conflitti e disordini, che vediamo crescere e moltiplicarsi attorno a noi, tanto nella quotidianità che ognuno di noi vive, quanto osservando lo scenario internazionale.

LA SCUOLE E IL SAPERE COME STRUMENTI DI CAMBIAMENTO

Oggi tutti ci interroghiamo su come uscire da questa situazione, da uno stallo che somiglia sempre più a un piano inclinato che pericolosamente scivola verso un conflitto ad ogni livello.
Quello che serve oggi è quindi coltivare un nuovo cosmopolitismo che sia in grado di fare da argine alle paure, alle disuguaglianze, alle discriminazioni, alle violenze quotidiane, che sia lo strumento e la guida per dare una risposta alle grande questioni del nostro tempo: dalla crisi ambientale, alle migrazioni, alla ricerca di un modello economico che produca benessere per i più, non solo per alcuni.
Abbiamo problemi cosmopoliti che necessitano di una cultura cosmopolita per essere risolti. E dobbiamo ricostruire il filo del dialogo perché è lo strumento più potente per tessere una nuova visione. Papa Francesco ha scritto “Se c’è una parola che dobbiamo ripetere fino a stancarci è questa: dialogo. Siamo invitati a promuovere una cultura del dialogo cercando con ogni mezzo di aprire istanze affinché questo sia possibile e ci permetta di ricostruire il tessuto sociale. La cultura del dialogo implica un autentico apprendistato, un’ascesi checi aiuti a riconoscere l’altro come un interlocutore valido; che ci permetta di guardare lo straniero, il migrante, l’appartenente a un’altra cultura come un soggetto da ascoltare, considerato e apprezzato.”
E sul ruolo della scuola ha detto: “Questa cultura del dialogo, che dovrebbe essere inserita in tutti i curriculi scolastici come asse trasversale delle discipline, aiuterà ad inculcare nelle giovani
generazioni un modo di risolvere i conflitti diverso da quello a cui li stiamo abituando. Oggi ci urge poter realizzare “coalizioni” non più solamente militari o economiche ma culturali, educative, filosofiche, religiose. Coalizioni che mettano in evidenza che, dietro molti conflitti, è spesso in gioco il potere di gruppi economici. Coalizioni capaci di difendere il popolo dall’essere utilizzato per fini impropri. Armiamo la nostra gente con la cultura del dialogo e dell’incontro”.

Abbiamo bisogno di riprendere in mano questi strumenti e di condurre una battaglia nuova che sarà determinante per non assistere alla disgregazione delle nostre società e all’aumento globale dei
conflitti. E come farlo se non nelle scuole, educando al dialogo, al rispetto, alla conoscenza dell’altro e alla negazione di stereotipi e pregiudizi?
Ogni investimenti nella scuola è ben ripagato in termini di ritorno per la società, vale tanto per il sapere quanto per la qualità dei cittadini del domani e quindi della nostra comunità. Dobbiamo far partire una grande battaglia culturale che prenda per mano le nuove generazioni e le guidi verso una nuova umanità: solo riconoscendo nell’altro – senza distinzione di sesso, di razza, di lingua,
di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali, come dice l’art 3 della Costituzione – una persona con piena dignità e diritti e solo promuovendo una visione positiva delle differenze, potremo mettere al riparo le società dai conflitti e dal risorgere di nazionalismi pericolosi e violenti.

Le nuove generazioni devono farsi speranza, non avere speranza, ed in questo vanno sostenute, educate al rispetto, allontanate dalla violenza fisica e verbale, introdotte a una cittadinanza globale piena e senza confini in cui siano consapevoli di quanto ognuno di noi abbia responsabilità e legami profondi con tutti gli altri. Il tentativo di fare della scuola il luogo di incubazione di una nuova
cultura cosmopolita, tollerante, in grado di superare le paure e valorizzare le differenze è stato il faro che mi ha guidata nel mio mandato di Ministra dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca,
perché ero e resto convinta che nella scuola stia un pezzo fondamentale della costruzione di un futuro di pace, prosperità e benessere: è nelle nostre scuole, nelle università, nei centri di ricerca,
che si formano cittadini, gruppi dirigenti, idee e innovazioni, è questo grande patrimonio di futuro su cui dobbiamo investire.

Oggi il governo sembra essere assolutamente inconsapevole di quali siano le sfide, ma per noi deve essere chiaro: il sapere è lo strumento più potente di emancipazione, uguaglianza, cittadinanza che esista. E’ lo strumento migliore per permettere ai cittadini di vivere con più serenità in un mondo in continuo cambiamento. E’ strumento fondamentale per la costruzione di una società migliore. Fortunatamente è una consapevolezza che ho riscontrato in molte delle persone che operano nel mondo della scuola, ad ogni livello.

UNA NUOVA EUROPA

La risposta alla crisi della cultura sociale europea e alla vittoria della paura sulla speranza come della chiusura sull’apertura è un tema purtroppo ancora oggi poco presente nel dibattito politico e sui media, ma un appello cui, con l’intelligenza che lo contraddistingue, ha provato a dare un contributo anche Massimo Cacciari con
il suo appello di inizio agosto “prepariamoci alle europee”, pubblicato su Repubblica. Nel testo Cacciari dice «C’è il rischio che si formi il più vasto schieramento di destra dalla fine della seconda guerra mondiale. La responsabilità di chi ha un’altra idea di Europa è assai grande. Non c’è un momento da perdere» e aggiunge “L’Europa è sull’orlo di una drammatica disgregazione, alla
quale l’Italia sta dando un pesante contributo, contrario ai suoi stessi interessi. Visegrad nel cuore del Mediterraneo: ogni uomo è un’isola, ed è ormai una drammatica prospettiva la fine della libera circolazione delle persone e la crisi del mercato comune”.
L’appello di Cacciari ci chiama alle responsabilità di uscire dalle nostre discussioni interne per tuffarci con forza nella definizione di una nuova identità e di una nuova agenda politica progressista europea. Rischiamo di perderci in discussioni nominalistiche mentre va in frantumi un pezzo importante delle conquiste fatte negli anni del dopoguerra.

Credo che alla Politica, oggi, spetti il compito, difficile e pieno di insidie, di governare società complesse, attraversate da cambiamenti storici, in un tempo di stabilità e incertezza.
Il rischio che abbiamo davanti a noi è la regressione nell’individualismo, che si moltiplichino le chiusure, che si pensi in un’ottica piccola solo a difendersi e che si vada verso un ritorno agli
stati nazione, incapaci di affrontare e risolvere le grandi questioni aperte nella modernità.
Dobbiamo rilanciare invece, affrontando i cambiamenti, provando a guidarli e orientarli, non a subirli. Per questo serve dare forza al progetto europeo e sottrarlo all’egemonia delle destre.
Dobbiamo farlo attraverso la cooperazione e la condivisione di obiettivi comuni, a partire dalla casa comune, che è l’Europa, che deve essere in prima linea oggi per guidare questa transizione.
Dobbiamo renderci conto di condividere un destino comune: la priorità per andare oltre le risposte piccole, inefficaci e di chiusura che sempre più spesso si affermano in un’opinione pubblica spaventata da una modernità che sembra portare incertezza, problemi, paure. Condividere un destino comune è la base per giocare sfide comuni, prime tra tutte quella di ridare dignità alla persona, metterla al centro di un pensiero umanista che ambisca a migliorare il benessere e la qualità della vita, di ricollocarla in un rapporto nuovo e diverso con l’ambiente attorno a sè, di darle centralità rispetto all’economia, in un orizzonte che non può essere nazionale.

Io credo che su questa base possa e debba poggiare la ricostruzione dell’identità europea, grazie ad una trasformazione delle sue istituzioni, da una cessione vera di sovranità all’unico livello in grado di non farla essere poco più che un arma retorica come oggi. Sovranità politica è capacità di incidere sulla realtà, una condizione che oggi i nostri stati nazionali non hanno. Dare sovranità per riprendere sovranità è l’unica via. E’ una sfida non semplice, controcorrente, ma necessaria. Questo può diventare motivo di impegno per le nuove generazioni, quelle che oggi hanno bisogno di un nuovo orizzonte di senso per la politica e per l’Europa perché per loro la guerra, come “motivazione” per la costruzione europea, è solo un ricordo nei libri di storia, e perché è
nella costruzione del futuro che dobbiamo ritrovare il campo di gioco di una politica che troppo spesso vive del passato.
Ci sono riferimenti intellettuali e valoriali importanti per iniziare questo percorso, quelli di cui oggi discutiamo lo sono senz’altro, ma ci sono anche riferimenti programmatici e importanti impegni sottoscritti. Penso all’art 3 della Costituzione, che affida alla Repubblica il compito di rimuovere gli ostacoli all’uguaglianza e al pieno sviluppo della persona, come manifesto programmatico per la politica italiana. E penso all’Agenda 2030 delle Nazioni Unite.

E’ una responsabilità grande quella cui siamo chiamati, cui dobbiamo saper essere all’altezza perché il rischio è che questa sia l’ultima chiamata: il tempo del cambiamento è adesso.
Questo richiamo ad una responsabilità storica deve essere presente a tutti, a chi ha responsabilità pubbliche, agli attori sociali, ai singoli
cittadini: soltanto con l’impegno di tutti sarà possibile una svolta.