Verso la conferenza programmatica: la mia proposta in 5 parole chiave per il futuro del Pd
Partito-Democratico-Bandiere

Se dovessi scegliere cinque parole, che vorrei fossero di casa in un PD rinnovato nella sua proposta politica per rimettersi in gioco e sfidare le forze di Governo nei prossimi passaggi, ma prima di tutto nella sua capacità di parlare al nostro Paese, sceglierei queste: sostenibilità, comunità/dialogo, sapere, diritti e partecipazione.

Sono parole che purtroppo sono state e sono ancora un po’ ai margini della nostra proposta politica o, quanto meno, non trovano lo spazio che credo dovrebbero avere in un partito politico progressista che vuole essere all’altezza delle sfide della modernità.

E sono parole che possono aiutare a definire un profilo moderno del Partito Democratico senza che, nel tentativo di riorganizzarlo e ridefinire una linea politica , si cerchino risposte nel passato.

Non è lì che dobbiamo guardare, ma al futuro, partendo dai problemi che abbiamo di fronte nelle nostre società. Problemi nuovi e antichi cui, in ogni caso, serve dare nuove soluzioni.

Viviamo in un mondo che ormai fa del cambiamento non un momento di passaggio, ma un tratto caratteristico della storia contemporanea. Troppo spesso il cambiamento è chiamato innovazione, come se avesse un carattere positivo in sé, ma non è così.

Ogni trasformazione può rappresentare un elemento qualificante della vita delle persone, può migliorarne il benessere e la qualità della vita, può trasformare il nostro impatto sull’ambiente in positivo, può offrire occasione di riscatto ed emancipazione.

Oppure può portare la perdita di posti di lavoro, l’aumento delle solitudini e delle povertà, la catastrofe naturale. Fino a trasformare il futuro in un luogo non in cui riporre speranza e sogni, ma da cui scappare, perché porta paura.

Io credo che se in questi anni abbiamo avuto una colpa, un forte limite, è stato

quello di aver guardato ai cambiamenti con eccessivo ottimismo,

come se pensassimo che avrebbero avuto una sola direzione migliorando la vita delle persone. In questo modo non abbiamo dato il peso necessario al bisogno di costruire sponde per governare il cambiamento, per guidarlo, perché dipanasse i suoi effetti positivi senza produrre quelli negativi.

Oggi credo che siamo chiamati a questo.

Contro i passatisti e coloro che soffiano sulle paure e sulle insicurezze delle tante persone che hanno visto peggiorare le loro condizioni di vita negli ultimi venti anni – come se ritornare al passato o al rancore fossero soluzioni ai problemi che abbiamo – dobbiamo batterci per costruire una proposta politica che ricostruisca speranza e fiducia nel futuro.

Sono convinta che oggi siamo davanti a sfide enormi che la politica, nella sua dimensione nazionale, non ha la capacità di affrontare in maniera adeguata, ma quello che le viene chiesto è ricostruire un orizzonte e una visione che sappia dare risposte forti e chiare alle domande urgenti che vengono dalla società.

Rendersi conto di un destino comune che lega assieme l’umanità è oggi priorità per andare oltre le risposte piccole, inefficaci e di chiusura che sempre più spesso si affermano in un’opinione pubblica spaventata da una modernità che sembra portare solo incertezza, problemi, paure.

Un destino comune per giocare sfide comuni, prime tra tutte quella di ridare dignità alla persona, metterla al centro di un pensiero umanista che ambisca a migliorare il benessere e la qualità della vita, di ricollocarla in un rapporto nuovo e diverso con l’ambiente attorno a sé, di darle centralità rispetto all’economia, in un orizzonte che non può essere solo nazionale ma anche e soprattutto europeo.

Io credo che su questa base possa e debba poggiare la ricostruzione dell’identità europea, grazie a una trasformazione delle sue istituzioni e delle sue priorità politiche, a una cessione vera di sovranità all’unico livello in grado di non farla essere poco più che un’arma retorica come oggi.

Sovranità politica è capacità di incidere sulla realtà, una condizione che oggi i nostri stati nazionali non hanno fatto fino in fondo. Dare sovranità per riprendere sovranità è l’unica via.

Per questo, la dimensione in cui condurre queste battaglie non può che essere quella europea ed è per questo che sono fondamentali i passaggi che ci porteranno da qui alle elezioni del prossimo anno.

Ci sono riferimenti intellettuali e valoriali importanti per iniziare questo percorso e ci sono anche riferimenti programmatici e importanti impegni sottoscritti.

Penso all’art 3 della Costituzione, che affida alla Repubblica il compito di rimuovere gli ostacoli all’uguaglianza e al pieno sviluppo della persona.

E penso all’Agenda 2030 delle Nazioni Unite, sottoscritta da quasi tutti gli Stati del pianeta, che ci impegna, con azioni concrete, obiettivi dettagliati e strategie chiare, a raggiungere un modello di sviluppo sostenibile dal punto di vista sociale, ambientale ed economico.

Sostenibilità

Il Pd oggi ha questa missione, perché non ci sono altri in grado di farlo: ricostruire l’idea di futuro, mettendo al centro un nuovo modello di sviluppo che sia integralmente sostenibile. Che sappia coniugare il benessere delle persone con quello del Pianeta, salvandoci dalla catastrofe naturale, che sappia costruire

un’economia che non produca l’aumento di disuguaglianze e povertà ma aumenti la qualità della vita delle persone, che costruisca società più coese e più vivibili.

L’Enciclica di Papa Francesco Laudato si’ ha acceso un faro su questo tema e l’Agenda 2030 delle Nazioni Unite ha sancito un impegno fondamentale per tutti i Paesi che l’hanno firmata, tra cui l’Italia.

La sostenibilità deve diventare un mantra nel nostro progetto, perché il futuro ci sarà solo a questa condizione, perché la sensibilità dei cittadini – specie delle giovani generazioni – su questi temi è molto maggiore di quella della politica e perché è un

impegno che abbiamo con chi vivrà nel futuro.

Comunità/Dialogo

Viviamo nell’epoca delle connessioni e delle reti, ma anche in quella in cui le solitudini sono più dure, il dialogo è uno strumento sempre più debole, le reti familiari e sociali sono disgregate: l’altro è diventato un oggetto estraneo e l’empatia è vista come una debolezza e non una virtù.

Nella società delle connessioni prevalgono l’io e l’egoismo. Nascono e si diffondono paure verso il diverso, la fobia dell’insicurezza, la chiusura in se stessi.

A noi spetta il compito di ricostruire la densità delle relazioni nelle

comunità.

L’insicurezza – che ogni indagine demoscopica rileva come sempre

più diffusa tra i cittadini è – frutto di una percezione alterata. I dati

sui reati commessi dicono il contrario da anni.

E’ la solitudine che crea questa insicurezza. Ed è la solitudine che dobbiamo curare. Quella delle fasce più marginali della popolazione, degli anziani, ma anche dei giovani che oggi vivono con l’angoscia del domani. A loro dobbiamo dedicare la nostra missione. E il dialogo, il confronto è l’unico strumento per realizzare la comunità che vogliamo.

Sapere

Il Sapere è una delle chiavi fondamentali per saper affrontare le trasformazioni che accompagnano questo mondo. Il Sapere è elemento guida nel cambiamento, necessario per affrontarlo senza farsene travolgere, per governarlo.

Il Sapere per formare cittadini all’altezza delle sfide e della complessità della società contemporanea, lo spazio in cui costruire una cittadinanza globale attiva e consapevole.

Il Sapere per offrire al Paese un elemento di competizione sullo scacchiere internazionale capace di garantire una prospettiva di sviluppo sostenibile e di qualità grazie a conoscenza, innovazione, mobilità sociale.

Il Sapere come grande strumento per la realizzazione dell’Art 3 della Costituzione, come agente abilitante per superare gli ostacoli al pieno sviluppo della persona, lo spazio della libertà e dell’emancipazione delle persone che attraverso lo studio devono potersi costruire le condizioni per migliorare la propria vita e lo studio deve essere il più grande strumento per superare gli ostacoli verso la realizzazione personale.

Dagli 0 anni fino all’università e per tutto l’arco della vita dobbiamo garantire il diritto al sapere a tutti. Dai più piccoli, perché superino le barriere socio-economiche

familiari che stroppo spesso determinano le loro carriere future, fino ai lavoratori durante tutta la loro attività.

Infatti è solo investendo sul diritto permanente al Sapere che metteremo tutta la nostra società, tutte le persone, al riparo dal cambiamento tecnologico e dalle sue conseguenze peggiori in termini di obsolescenza delle conoscenze, disoccupazione,

competizione internazionale. Ed è solo grazie al sapere che libereremo le potenzialità di ognuno.

Diritti

Sociali, civili, politici. Umani. Devono essere visti insieme.

Di fronte ad una modernità che vive di due facce – di ricchezza e povertà, di innovazione e arretratezza, di centri e periferie, di opulenza e fame – di fronte ai conflitti che aumentano nel mondo quanto all’interno delle nostre società, di fronte a tutto questo la tutela e la promozione dei diritti umani rappresentano una sfida in

grado di dare forza ad un nuovo umanesimo inteso come capacità di rimettere le persone al centro della nostra riflessione e del nostro agire.

I diritti trovano fondamento nell’essenza stessa della persona umana e non possono dunque essere scissi o messi in ordine.

Rileggiamo tutta la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, fermiamoci a riflettere se davvero possiamo dire che quelle parole siano attuate.

Non è così.

I diritti di chi non ha casa sono violati, i diritti di chi lavora per pochi spiccioli sono violati, i diritti di chi non può accedere agli studi lo sono, i diritti dei milioni di persone che non si curano più, di coloro che vivono in povertà, dei minori le cui vite sono segnate per colpe non loro, delle donne discriminate. E quelli di tanti altri.

Rimettere al centro diritti e uguaglianza nei diritti è il modo migliore perché il richiamo alla nostra Costituzione non sia solo un richiamo retorico e per trovare un orizzonte per il nostro impegno politico.

Partecipazione

La democrazia diretta, nella versione ridicola della democrazia del clic, ha un fascino evidente in fasce sempre più larghe della popolazione. E’ il sintomo che le forme classiche della democrazia rappresentativa vanno rafforzate introducendo strumenti che garantiscano una maggiore partecipazione dei cittadini verso un modello di democrazia partecipata nelle istituzioni dal livello locale a quello nazionale.

Il tema della partecipazione non può però essere circoscritto alle istituzioni, ma va esteso come pratica diffusa nei luoghi di lavoro, di studio, nelle organizzazioni politiche.

In questo il PD deve diventare avanguardia, facendosi infrastruttura

di partecipazione, rete di reti, ricostruendo un rapporto con i suoi iscritti che li renda partecipi e decisori, stipulando patti di lavoro, relazioni con mondi organizzati, piattaforme di aggregazione su tematiche precise.

L’esempio

Credo che il PD debba con forza riprendere in mano queste parole e farne le chiavi di una nuova idea di modernità e di futuro che sappia ricostruire speranza e fiducia. Credo che debba farlo praticando questo cambiamento, non solo predicandolo, per dargli forza e vitalità. E credo che debba farlo partendo dagli esempi concreti e

dalla quotidianità che costruiscono, giorno dopo giorno, i nostri amministratori locali.

Lì potranno vivere le pratiche di questo cambiamento, con direttrici di lavoro condivise e chiare che diano l’immagine di un PD autorevole e moderno. Dobbiamo ricostruirci un profilo di governo nazionale partendo da dove oggi governiamo,

da quello straordinario patrimonio di amministratori locali che hanno bisogno di un partito che indichi loro una strada e una via da seguire.