Coro di no sulla manovra: possibile che tutti sbaglino?

Dalla Banca d’Italia ai sindacati, dall’Istat alla Corte dei Conti, da Confindustria all’Ufficio parlamentare di bilancio: dalle audizioni alla Camera e al Senato sulla manovra si è alzato un coro di “no”. Non è un pregiudizio politico: ci sono elementi concreti basati su numeri e stime. Per questo il premier Conte e il ministro Tria non possono non tenerne conto.

Intanto tutti concordano nel ritenere sovrastimata la previsione di crescita all’1,5% nel 2019. Le misure contenute nella manovra, infatti, scommettono su una presunta crescita dei consumi e non su una crescita degli investimenti che non ci sono né su istruzione, formazione, università e ricerca e quindi su quelle infrastrutture materiali e immateriali necessarie per la crescita e lo sviluppo né sulle imprese. E non solo non si fanno nuovi investimenti ma si tagliano anche quelli già stanziati.

In compenso si introduce un reddito di cittadinanza che rischia seriamente di creare delle gravi distorsioni fino al paradosso di disincentivare il lavoro stesso e l’occupazione già colpita dal decreto dignità che sta causando lo stop al rinnovo dei contratti a tempo determinato senza crearne nuovi a tempo indeterminato tanto che a settembre la disoccupazione è risalita al 10,1%.

Anche il rialzo dello spread risulta non sostenibile: negli ultimi sei mesi è costato ai contribuenti quasi 1,5 miliardi che nel 2019 potrebbero salire a 5 miliardi.

Sul fronte pensioni, la cosiddetta “quota 100” presenta il doppio limite di tagliare tra il 5% e il 30% l’assegno di chi decide di anticipare a 60 anni l’uscita dal lavoro senza garantire l’accesso dei più giovani penalizzando, allo stesso tempo, donne e lavoratori con carriere discontinue.

Sul fronte tasse è l’Istat a parlare di un aumento pari al 2,1% per almeno 1/3 delle imprese. Insomma, se stasera il premier Conte e il ministro Tria, ostaggi dei diktat dei due vicepremier Salvini e Di Maio, rispediranno al mittente la richiesta di Bruxelles di rivedere la manovra, l’Italia subirà l’apertura della procedura d’infrazione per debito eccessivo e a pagarne il prezzo sarà quel “popolo” che Lega e M5S dicono di rappresentare: famiglie, imprese, lavoratori.

Sulle famiglie in particolare, contro le donne, i bambini, il governo sta poi agendo con un accanimento incredibile: si blocca il rinnovo del congedo di paternità di 5 giorni; via il voucher baby sitter, il fondo mutui per la prima casa e gli interventi a favore del lavoro femminile.

Stop anche al bonus bebè introdotto per la prima volta nel 2015 dal governo Renzi, rinnovato da quello Gentiloni, e che alla fine di quest’anno rischia di sparire. Nella manovra non c’è traccia infatti di quei 960 euro per ogni figlio destinati dalla precedente legge di stabilità alle famiglie con bambini nati, adottati o presi in affido entro il 31 dicembre del 2018. Per centinaia di migliaia di famiglie si è trattato, in questi anni, di un aiuto concreto per sostenere le spese che bisogna affrontare primi mesi di vita dei piccoli.

Un aiuto concreto che questo governo decide di spazzare via per sostituirlo con un pezzo di terra incolta per chi farà più di tre figli. Idea davvero balsana, sostanzialmente inapplicabile, ispirata addirittura all’epoca del Ventennio. Questa è la politica per le famiglie, ma sarebbe più giusto dire contro le famiglie, le donne, i bambini targata Lega e M5S. Questa è la “manovra del popolo” che, in realtà, fa pagare solo il popolo.