Manovra: affronto del governo alla democrazia

Scrivo mentre al Senato si sta svolgendo un dibattito piuttosto surreale su una manovra che il Parlamento non conosce, di cui in queste settimane ci è stato impedito di discuterne il merito, le misure sia in Aula che in commissione. Siamo infatti alla vigilia di un voto di fiducia imposto dal governo su un maxiemendamento che riduce di 10 miliardi una legge di bilancio nata e modificata a carte coperte, sempre all’oscuro delle Camere, dei cittadini, all’interno di segrete stanze e, negli ultimi giorni, addirittura fuori dall’Italia.

Con ciò non voglio dire che aver raggiunto un compromesso con l’Europa sia stato sbagliato, anzi! Ad essere sbagliati sono i tempi e le modalità con cui questo compromesso è stato raggiunto.  Ho sempre ritenuto grave l’atteggiamento arrogante, inutilmente provocatorio, tenuto da Matteo Salvini e Luigi Di Maio per lunghi mesi. Ho sempre ritenuto pericoloso – e non sono l’unica – il linguaggio utilizzato nei confronti delle istituzioni e delle regole europee che garantiscono la convivenza dei nostri Paesi all’interno dell’Unione.

Se aver scongiurato l’apertura di una procedura di infrazione nei confronti dell’Italia per deficit eccessivo è dunque una buona notizia, gli 86 giorni che il governo ha bruciato prima di arrivarci, in un folle braccio di ferro con Bruxelles, sono la causa delle enormi perdite, sia in termini economici che di credibilità a livello europeo e internazionale, che il nostro Paese ha dovuto subire. Danni sommati a quelli che in sei mesi le continue sparate dei due vicepremier hanno caricato sulle spalle delle famiglie, dei lavoratori, delle imprese.

In sei mesi abbiamo assistito a una drammatica corsa dello spread che ha fatto alzare il costo del nostro debito pubblico di 1,5 miliardi solo nel 2018 e che peserà sul futuro delle nuove generazioni. E’ calata la fiducia di imprese e consumatori; gli investitori stranieri si sono dati alla fuga. Secondo la Fondazione Hume tra il 31 maggio e il 7 dicembre la ricchezza generale è diminuita di qualcosa come 78,7 miliardi di euro. Pil e l’occupazione sono calati, la disoccupazione è aumentata.

Tutto per cosa? Per voler fare la voce grossa in Europa sfidando le regole del patto di stabilità con un rapporto deficit pil al 2,4%, poi ridotto al 2,04%, e dimostrare di voler davvero difendere gli interessi degli italiani. In realtà, non solo gli interessi degli italiani non sono stati difesi ma non è nemmeno vero che l’Italia non avesse mai chiesto e ottenuto in passato maggiore flessibilità rispetto ai vincoli di bilancio europei.

I governi Renzi e Gentiloni hanno ottenuto maggiore flessibilità (30 miliardi tra il 2015 e il 2018) senza provocare crisi istituzionali destabilizzanti per l’intera area continentale, senza caricare ulteriori costi del debito sulle nuove generazioni, mantenendo in ordine i conti pubblici e riuscendo, a differenza di questo esecutivo, a innescare i primi concreti segnali di ripresa economica e a creare ben 1 milione di posti di lavoro.

Il problema non è quindi sforare il rapporto deficit/Pil come hanno fatto i nostri governi e come, al netto del clamoroso cedimento ai cosiddetti “diktat” dell’Europa, si appresta a fare quello gialloverde. Il punto vero è la destinazione che si intende dare alle maggiori risorse liberate. Il problema fondamentale della legge di bilancio 2018 è che non un euro andrà in investimenti necessari a crescita (peraltro rivista in calo dall’1,5% all’1%) e sviluppo ma in misure che comporteranno solo una spesa senza alcun ritorno.

Reddito di cittadinanza e quota 100 avranno un effetto pari a zero sulla crescita e in compenso l’aumento dell’Iva previsto dal 2020 comporterà nuove tasse per circa 52 miliardi di euro. Il Codacons ha calcolato che le famiglie pagheranno 1.200 euro in più all’anno. Lungi dall’essere cancellata, la povertà è così destinata a esplodere, disuguaglianze e marginalità sociale ad aumentare.

Non parliamo poi della filiera scuola, università, ricerca: zero investimenti, solo tagli. Tagli all’alternanza scuola-lavoro, tagli alle risorse per l’apprendistato, tagli alla formazione, nessuna assunzione nelle università e in genere nella pubblica amministrazione ma aumento del precariato.

E non parliamo nemmeno del capitolo donne e famiglie. Addio al bonus bebé, al voucher baby sitter e asilo nido, tutte misure che negli anni scorsi avevano rappresentato un sostegno concreto per chi deve crescere dei figli e per le mamme lavoratrici.

Come Pd abbiamo presentato, sia alla Camera che al Senato, molti emendamenti anche per aumentare i fondi destinati alla lotta contro la violenza e per il superamento delle discriminazioni di genere. Peccato che non sia stato nemmeno possibile discuterne.

E sta proprio qua il vulnus democratico che denunciamo da giorni. Il Parlamento rappresenta i cittadini: non discutere in Parlamento le misure e i provvedimenti che riguardano direttamente la loro vita, i loro progetti, i loro investimenti per il futuro, significa non riconoscergli la dignità di cittadini e quindi di popolo al quale appartiene la sovranità.

Quanto prospettato nel luglio scorso da Davide Casaleggio in un’intervista a La Verità si sta materializzando in questi giorni: l’irrilevanza del Parlamento come passo che precede il suo superamento. E’ un fatto gravissimo che dobbiamo sforzarci tutti di scongiurare, dentro e fuori dal Parlamento, forze politiche democratiche, sociali, culturali, sindacali, associative, cittadine e cittadini comuni tutte e tutti insieme.

Anche nella competizione delle idee, dei punti di vista, è necessario sempre preservare e difendere valore e funzione delle nostre istituzioni contro ogni tentativo di delegittimazione e disgregazione. Come ha detto recentemente il presidente Mattarella “la democrazia non teme la diversità – al contrario, ne ha bisogno – ma va sempre coltivato e difeso il senso del futuro comune”.