Manovra: in piazza il 29 dicembre per la democrazia e l’alternativa

Da oggi la manovra torna alla Camera per l’ultima “lettura” e il voto definitivo. Una manovra confusa, contraddittoria, recessiva, che spende di più per ripagare i debiti del passato che per costruire il futuro investendo in istruzione, formazione e ricerca. Fondamentale infrastruttura immateriale del Paese su cui il governo gialloverde ha deciso di non investire un euro e di negare quelle risorse necessarie a costruire opportunità per le nostre ragazze e ragazzi.

Una manovra riscritta più volte, sempre all’insaputa del Parlamento che, non avendo mai avuto la possibilità di leggerne e discuterne il testo, né prima né dopo la trattativa con la Commissione europea intervenuta per far rispettare le norme su disavanzo e debito, è stato di fatto espropriato della propria fondamentale funzione di controllo, stimolo e rappresentanza degli interessi dei cittadini.

Una manovra contro la quale le forze democratiche sono chiamate a manifestare già dal prossimo 29 dicembre con un sit in che il Partito Democratico ha convocato davanti a Montecitorio in nome della democrazia, del rispetto e della tutela delle istituzioni, del Parlamento umiliato, della stessa Costituzione.

Da quanto in questi giorni stiamo apprendendo sul contenuto e il merito di questa legge di bilancio, credo che nessuno scommetterebbe sulla sua qualità espansiva, sulla sua capacità di creare ricchezza, crescita, sviluppo. Tutt’altro.

A fronte di previsioni di crescita considerate da tutti esageratamente ottimistiche, ormai è lo stesso governo a dover ammettere che molto probabilmente si dovrà fare fronte a una nuova fase regressiva. La terza dal 2008. Una fase regressiva alla quale si è deciso di rispondere spendendo di più (anche se meno di quanto inizialmente previsto) invece che investendo di più.

Prendiamo ad esempio le due misure bandiera di Movimento 5 Stelle e Lega, rispettivamente reddito di cittadinanza e quota 100. Il reddito di cittadinanza, che è passato da una dotazione di 10 miliardi a una di 7 (in realtà di  4,7 perché altri 2,2 sono i soldi del Rei) di cui 1 destinato ai centri per l’impiego, appare ormai come la brutta copia del reddito d’inclusione, una misura puramente assistenziale, che non crea lavoro e anzi incentiva quello nero.

I 6 miliardi per circa 5 milioni di italiani che, secondo dati Istat, vivono in condizioni di assoluta povertà, basteranno in realtà per elargire a 1,8 milioni di nuclei familiari circa 330 euro al mese, appena 25 euro in più di quanto previsto dal Rei introdotto dal 2017 dal governo Gentiloni.

Quota 100 che doveva valere 10 miliardi, ne varrà appena 4 e, lungi da configurarsi come il superamento definitivo della legge Fornero che avrebbe richiesto 20 miliardi di euro all’anno strutturali, aumenterà le differenze tra lavoratori anche nella fase d’uscita dal mondo del lavoro.

La prima finestra utile per andare in pensione con 62 anni di età e 38 di contributi sarà ad aprile, ma l’assegno arriverà, se tutto va bene, non prima di luglio. Più tardi se dovessero esserci troppe domande. Quel che è certo è che molto difficilmente queste uscite anticipate innescheranno automaticamente nuovi ingressi.

Inoltre è molto probabile che a beneficiare di questa misura saranno soprattutto i lavoratori più forti, i dipendenti pubblici, maschi, con carriere regolari. Una misura discriminatoria nei confronti delle donne, dei lavoratori del privato con carriere discontinue e di quelli che resistono in aziende in crisi e che rischiano di essere espulsi dal sistema produttivo senza possibilità di scelta.

Gli investimenti pubblici vengono drasticamente ridimensionati e addirittura tagliati. Arriva infatti una sforbiciata da 5,4 miliardi al fondo previsto di 9 miliardi che doveva servire ad accelerare la crescita. Per il prossimo triennio restano infatti appena 3,6 miliardi, un terzo rispetto alle intenzioni iniziali.

Solo dal 2020 gli investimenti dovrebbero salire ma al prezzo di un aumento mostruoso dell’Iva (23 miliardi di clausole di salvaguardia) quindi delle tasse per le famiglie sulle quali ricadrà anche il costo dello sblocco delle addizionali locali Irpef (le tasse comunali).

Le piccole aziende vengono avvantaggiate poco, quelle grandi addirittura scoraggiate a investire. Banche e assicurazioni le più colpite. Secondo Confindustria subiranno un aggravio di ben 4,3 miliardi. Una scelta di sinistra? No: la rinuncia a scommettere sul futuro, sul capitale umano, sulla crescita.

Non si assumerà nessuno nella pubblica amministrazione, nella scuola, nelle università, nel servizio sanitario nazionale. Addio alla promessa del salario minimo per i lavoratori non tutelati da contratti nazionali. E addio anche a tante fondamentali risorse destinate al terzo settore.

Sul mondo non profit cala infatti un’intollerabile mannaia: Ires raddoppiata, 6,7 miliardi in meno nel 2019 e 3,4 nel 2021. Mortificato il lavoro e l’impegno a favore del prossimo messo in campo da 343.432 organizzazioni senza fini di lucro, oltre 812 mila dipendenti, 5 milioni e mezzo di volontari che ogni anno regalano allo Stato 858 milioni di ore per un totale di 8 miliardi e mezzo di euro. Incredibile!

In compenso, e lo scrivo per sottolineare la dimensione dell’iniquità di questa manovra, i condoni edilizi e finanziari sono assicurati così come il monopolio delle concessioni balneari ai privati in scadenza nel 2020 e che vengono prorogate per altri 15 anni in violazione della direttiva Bolkestein.

Certo, si sono salvate alcune misure introdotte dai governi Pd come il bonus bebè, il bonus mamma e asili nido e il congedo di paternità di 4 giorni obbligatori più uno facoltativo per i padri lavoratori dipendenti. Ma sia M5S che Lega avevano promesso anche di alzare l’indennità di maternità, un premio economico a maternità conclusa per le donne che rientrano a lavoro e sgravi contributivi per le aziende che mantengono al lavoro le madri dopo la nascita dei figli. Niente di tutto ciò.

Per questo, contro una manovra che affossa l’Italia, che aumenta le differenze, che non aiuta i poveri e nemmeno sostiene il ceto medio e produttivo, vi aspetto sabato 29 mattina, davanti alla Camera. In questi giorni sono annunciate numerose mobilitazioni da parte di tanti e diversi corpi sociali, sindacali, associativi.

E’ importante che il Partito Democratico ascolti queste istanze e si confronti con le diverse rappresentanze del mondo della scuola, del lavoro, delle imprese, delle donne, dei giovani, del non profit non solo per protestare contro una manovra iniqua, che recide il legame tra formazione e qualità del lavoro, aumenta le disuguaglianze, ignora gli obiettivi sostenibilità ambientale, sociale ed economici fissati dall’Agenda 2030 dell’Onu proprio per superare le varie forme di povertà, ma anche per costruire l’alternativa a questa maggioranza bugiarda, irresponsabile, profondamente antidemocratica, che sta distruggendo il futuro dell’Italia.