Il nostro 6 gennaio a Rebibbia: basta bimbi in carcere

Sono decine, in Italia, i bambini che ogni anno entrano in carcere con le proprie madri. Io penso che l’impegno della politica e delle istituzioni debba essere quello di farli uscire. Anche per questo ho fortemente voluto che, nel giorno della Befana, come Commissione Diritti umani, promuovessimo un incontro  con le mamme, le bimbe e i bimbi della Casa circondariale di Rebibbia. Un’occasione per stimolare l’attenzione sulle condizioni delle madri detenute e dei bambini che, è fondamentale sottolinearlo, vivono in carcere ma non sono detenuti e non devono essere trattati come tali.

La legge n. 40 del 2001 ha introdotto nell’ordinamento penitenziario soluzioni alternative al carcere a tutela delle detenute madri, nonché modalità di assistenza all’esterno dei figli minori. La legge n. 62 del 21 aprile 2011 ha successivamente previsto anche l’istituzione di case famiglia protette. Ma bisogna fare di più dobbiamo fare in modo che nessun bambino, senza essere separato dalla madre, varchi più le soglie del carcere.

Quanto accaduto nel settembre scorso proprio a Rebibbia (qui mia interrogazione), dove una donna ha scaraventato dalle scale i suoi figlioletti, è un drammatico segnale d’allarme sulle condizioni di esclusione, discriminazione e ingiustizia che ancora troppe donne e bambini soffrono sulla propria pelle. Abbiamo il dovere di rimuovere ogni ostacolo normativo al superamento di queste condizioni. Impegnare il Parlamento durante questa legislatura a intervenire per mettere in campo strumenti di contrasto alla spersonalizzazione, il senso di abbandono, la sofferenza soprattutto dei più piccoli.

Non è infatti tollerabile che nei primi mesi e anni di vita, bambine e bambini abbiano come unico orizzonte le sbarre di una cella. In questi decenni, grazie soprattutto all’impegno di tante associazioni di volontari, come quella fondata a Roma da Leda Colombini, e a interventi legislativi illuminati, sono stati fatti passi avanti importanti per rendere più sopportabile la vita all’interno delle case circondariali e per offrire soluzioni alternative come gli ICAM e le case protette. L’obbiettivo resta peròquello di ampliare la presenza di queste strutture alternative su tutto il territorio italiano e far sì che sia garantito a tutte le bambine e i bambini figli di detenuti il diritto a vivere da non reclusi.