GUIDO ROSSA, ESEMPIO DI COERENZA E DIFESA DEI VALORI DELLA DEMOCRAZIA

Sono trascorsi ormai 40 anni dall’assassinio brigatista di Guido Rossa, operaio e sindacalista della Fiom-Cgil, iscritto al Partito Comunista italiano. Un esempio ancora straordinariamente attuale di coerenza, coraggio, umanità. Un uomo, un lavoratore, un sindacalista che lottava per la sua gente, per rendere più giuste e dignitose le condizioni di lavoro e quindi di vita. Che lottava con gli strumenti della democrazia opponendosi a chi, strumentalizzando le legittime rivendicazioni di classe, voleva annientare proprio lo Stato democratico nei principi, nei valori, nelle regole e garanzie di convivenza civile.

 

“Occorre riuscire a saldare strettamente gli obbiettivi di sviluppo economico con quelli di trasformazione democratica dello Stato” scriveva Guido Rossa nei suoi appunti. Per lui la lotta al terrorismo passava esattamente da lì. E risulta evidente l’attualità del suo messaggio anche nella società contemporanea dove le crescenti e diffuse disuguaglianze rappresentano un rischio per il mantenimento della pace nel mondo, per la tenuta della coesione sociale, delle stesse istituzioni democratiche. Disuguaglianze che anche oggi possono essere superate, come scriveva Rossa, proprio attraverso uno sviluppo economico equo e sostenibile e nella redistribuzione dei diritti e delle opportunità.

 

Guido fu il primo in Italia a denunciare un suo collega di fabbrica, un brigatista. Lavoravano entrambi all’Italsider di Genova e dopo essersi accorto che quel collega stava diffondendo nello stabilimento volantini di propaganda della lotta armata, Rossa fece quello che la sua coscienza gli ordinò e che il suo sindacato, allora guidato da Luciano Lama che giudicava il terrorismo “nemico mortale della classe operaia”, aveva con forza richiesto: non girarsi dall’altra parte, segnalare ogni possibile infiltrazione delle Br nelle fabbriche, nei luoghi di lavoro.

 

E qui mi preme ricordare e sottolineare che la Cgil da subito, e senza indecisione alcuna, sempre condannò le Brigate Rosse e la violenza scatenata nel Paese in quegli anni. Quando Lama prese la parola nel giorno dei funerali di Rossa, a nome della Federazione unitaria, del movimento sindacale, delle cittadine e cittadini democratici, da segretario generale della Cgil confermò, in un giuramento solenne, l’impegno a combattere fino in fondo, con incrollabile fermezza – sono sue parole – per la difesa della democrazia.

 

Guido Rossa fu il solo a firmare la denuncia e a consegnarla al Consiglio della sua fabbrica. Nel suo intervento lo stesso Lama ammise che se “il compagno Rossa non fosse rimasto troppo isolato, se fossimo stati un solo grande testimone schierato contro il nemico della democrazia” – perché per la Cgil questo era il terrorismo brigatista: il nemico della democrazia, il più vile dei nemici mai conosciuti dal movimento operaio – forse la vita di questo nostro compagno non sarebbe stata spezzata”.

 

Rossa era solo anche quando la mattina del 24 gennaio del 1979 un commando armato che lo aspettava sotto casa, dopo averlo trascinato in un’auto, gli sparò prima alla gamba e poi, per mano di Riccardo Dura, al petto. Eppure da quel giorno, quel muro di indifferenza, forse di paura, quando non di aperta giustificazione, nei confronti dei cosiddetti “compagni che sbagliano”, uno slogan che Guido Rossa aveva sempre disprezzato insieme all’altro “né con lo Stato né con le Br”, cominciò a sgretolarsi.

 

Certo, ci sarebbero state purtroppo ancora molte altre vittime ma quando il 27 gennaio, una massa enorme di persone, circa 250mila, partecipò in silenzio, in un misto di rabbia e incredulità, ai funerali del compagno e sindacalista ucciso, nella condanna sociale, ampia e trasversale, per le sue enormi efferatezze, violenze e deliranti rivendicazioni iniziò la fine del terrorismo. Se il 24 gennaio era stato Rossa a restare solo, da quel momento fu la follia terrorista a cominciare a rimanere isolata.

 

Eppure voglio pensare che più che la sua morte, a segnare il vero spartiacque nel percorso che in quegli anni aveva insanguinato l’Italia, fu la sua vita, il suo esempio. La generosità con cui sempre si dedicava ai suoi amici, colleghi e compagni, il coraggio di rimanere sempre coerente con le sue idee e suoi valori, il senso della giustizia, l’impegno costante per i diritti dei lavoratori e l’adesione totale e incondizionata ai principi fondamentali della democrazia difesi fino all’ultimo anche a costo della sua stessa vita.