Giornata della Memoria: l’esempio delle donne contro l’Odio

A settantaquattro anni dalla liberazione del campo di stermino di Auschwitz, considero estremamente significativa la scelta del Quirinale di dedicare alle “Donne della Shoah” la cerimonia per celebrare la Giornata della Memoria.

Le ideologie totalitarie hanno sempre considerato le donne come esseri inferiori e bene ha fatto il presidente Mattarella a sottolineare che “anche per questo va sempre ricordato che non può esistere democrazia e libertà autentica nei Paesi in cui, ancora, si continua a negare pienezza dei diritti e pari opportunità per ogni donna”.

La terribile condizione subita dagli internati nei lager non risparmiò nessuno. Nemmeno i bambini, i primi a venire condannati a morte, e le donne alle quali quei bambini venivano strappati dalle braccia. Donne che, nonostante tutto, hanno dato prova, come ci riportano tante testimonianze, della loro straordinaria ostinazione a continuare a prendersi cura del prossimo.

Madri non solo dei loro figli disperatamente protetti fino all’estremo, ma di ogni altro essere umano violato come loro nel corpo e nell’anima, privato della libertà, di ogni diritto, della vita stessa.

Alcuni giorni fa ho partecipato all’Auditorium di Roma al concerto promosso da Ucei (Unione delle comunità ebraiche italiane) su un repertorio di canti di donne internate nei lager. Un’esperienza che mi ha colpito moltissimo.

Nemmeno nella costrizione più totale, esposte alle violenze fisiche, psichiche e morali più indicibili, nemmeno private della dignità, nella perenne nudità alle quali erano condannate nei campi di sterminio, le donne rinunciarono infatti alla gentilezza, all’empatia, al desiderio di elevarsi al di sopra dell’orrore attraverso il canto, la musica, l’arte. L’espressione e condivisione dei propri sentimenti.

Con la musica, il canto, le parole, le donne hanno raccontato. Hanno detto un dolore indicibile, preservandolo dall’oblio, dalla rimozione, dalla negazione. Penso a Settimia Spizzichino, unica scampata alla deportazione del 16 ottobre del ’43 dal ghetto di Roma; ad Anna Foa, a Irina Ratusinskaja quando scrive che l’unico modo per restare umani nei lager era prendersi più a cuore il dolore altrui che il proprio. Non come forma di eroismo ma di autoconservazione, di bisogno estremo di continuare a sentirsi umani anche là dove l’unica morale era non avere alcuna morale.

Penso a Liliana Segre, sopravvissuta ad Auschwitz e oggi testimone vivente della Shoah, che alle ragazze e ai ragazzi che non si stanca mai di incontrare, spiega il male dell’indifferenza, complice della tragedia dell’Olocausto e principale nemico da sconfiggere ancora oggi.

Come ha detto il presidente Mattarella il virus della Shoah è sempre pronto a risvegliarsi. Non si tratta di un allarme infondato. Nei pregiudizi che circolano nelle nostre società, nelle pieghe occulte delle ideologie, negli stereotipi che discriminano il prossimo per genere, razza, lingua, condizioni sociali ed economiche, nella riproposizione di simboli, linguaggi, riferimenti pseudo-culturali, di vecchi e falsi documenti, si annida il seme dell’odio pronto a germogliare in ogni momento e in ogni luogo.

Solo pochi giorni fa, nel centro di Roma, una donna è stata aggredita, con sputi in faccia, solo perché indossava una borsetta con simboli yiddish. Presa di mira perché scambiata per ebrea. Perché considerata “diversa”.

All’origine dei conflitti che vivono le nostre società c’è proprio la percezione dell’altro come “estraneo”, “diverso” e quindi potenzialmente pericoloso. Il sessismo, il razzismo, l’antisemitismo, l’omofobia, la marginalizzazione delle povertà e così la colpevolizzazione di chi aiuta chi è in difficoltà, di chi salva vite in mare per esempio, hanno tutti la stessa matrice nell’incapacità di avere uno sguardo positivo sulle differenze, di empatizzare con le persone che non si conoscono. Un’incapacità che impoverisce noi stessi, il senso d’umanità e di cittadinanza, che aumenta quella percezione di precarietà, solitudine e paura che può scatenare odio e violenze.

Da questo punto di vita credo che sia molto interessante quanto emerso dall’indagine effettuata da SWG circa l’evoluzione della percezione degli italiani rispetto alla Giornata della Memoria dal 2014 a oggi. Per la stragrande maggioranza degli intervistati questa ricorrenza non serve solo a non dimenticare ciò che è successo ma anche a mantenere viva l’attenzione sulle problematiche relative a odio, razzismo, antisemitismo, discriminazione (87%) e a formare le coscienze (84%).

E’ pertanto fondamentale proseguire nell’impegno quotidiano a far sì che, soprattutto le giovani generazioni, conoscano e mai dimentichino ciò che è stato affinché mai si ripeta.

Un impegno che passa dal rispetto assoluto di quei valori e principi iscritti innanzitutto nella nostra Costituzione, in particolare all’articolo 3, che riconoscono a tutte le persone – senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali – piena dignità e pari diritti per costruire società aperte, educate al rispetto, al senso civico e morale di giustizia e solidarietà.