Reddito di cittadinanza: paradossi e iniquità

Sul reddito di cittadinanza credo sia doveroso, da parte di tutti, uno sforzo di chiarezza in più. Da parte del governo, innanzi tutto, ma anche da parte delle opposizioni. Il governo, intanto, dovrebbe finalmente ammettere che lo strumento messo concretamente in campo con il via libera al decreto n. 4 del 28 gennaio 2019 non è quello per “abolire la povertà” annunciato dal vicepremier Luigi Di Maio dal balcone di Palazzo Chigi il 28 settembre scorso.

Il reddito di cittadinanza è infatti uno strumento che, assumendo come unica forma di povertà quella derivante dalla mancanza di lavoro, non abolisce affatto la povertà, una condizione della persona declinabile in tante forme diverse: personale, familiare, sociale, economica, lavorativa, formativa. A differenza del REI, il reddito di cittadinanza ne prende in considerazione una sola. Per il governo gialloverde è povero solo chi ha un unico bisogno: il lavoro.

Non si tiene infatti in alcuna considerazione la povertà che può derivare da condizioni di salute, responsabilità familiari, relazioni personali, livello d’istruzione, disabilità. Non tutti possono lavorare. Non possono lavorare molte donne impegnate esclusivamente in obblighi di cura e non può lavorare nessun bambino. Ecco che donne e bambini, i soggetti più fragili all’interno delle famiglie più bisognose, sono i grandi esclusi dal RDC.

Ma nemmeno chi è in condizione di lavorare troverà in questa misura uno strumento adeguato di sostegno al reddito e all’esclusione sociale (come era il REI di cui infatti il Pd propone il raddoppio) né uno strumento utile all’inserimento lavorativo.

Per varie ragioni. La prima riguarda il ruolo dei centri per l’impiego. Non basta infatti assumere (in che modo? con quali criteri? con quali requisiti? per quanto tempo?) migliaia di cosiddetti “navigators” per rendere immediatamente efficace un meccanismo di incontro tra offerta e richiesta che ad oggi ha funzionato per meno dell’1,5% dei lavoratori.

Serve infatti affrontare anche una serie di questioni amministrative che attualmente non risultano risolte dal dettato del provvedimento. Cito in particolare il riparto costituzionale tra Stato e regioni e le procedure di selezione e assunzioni soggette, se troppo compresse o eluse, a contenziosi che potrebbero mandare in tilt la macchina amministrativa.

Inoltre, con il RDC risorse che avrebbero potuto essere impiegate da una parte per aumentare i salari intervenendo sul cuneo fiscale, dall’altra per effettuare investimenti e riforme economiche e sociali in grado di aumentare la crescita e quindi l’occupazione, vengono invece spese per un intervento di carattere esclusivamente assistenziale comportante, peraltro, evidenti distorsioni e discriminazioni.

Quando per esempio dico – esponendomi anche a legittime ma non condivisibili critiche – che chi lavora 8 ore al giorno rischia di prendere, proporzionalmente alle ore lavorate, molto meno di chi con il RDC è eventualmente tenuto a svolgere lavori socialmente utili fino a un massimo di 8 ore alla settimana, sto descrivendo una forma di discriminazione che, per la mia storia professionale, sindacale e politica, considero contraria a un’autentica cultura del lavoro.

E penso che abbiano ragione i sindacati a lanciare l’allarme sulla “concorrenza” che rischia di crearsi tra nuovi e vecchi precari dell’Anpal (cioè tra i navigator e i lavoratori storici), ma anche sull’ “l’effetto spiazzamento” degli utenti dei centri per l’impiego non beneficiari del reddito che potrebbero passare in secondo piano. Per non parlare della sospensione per tre anni dell’assegno di ricollocazione per i disoccupati ordinari.

Non mi dilungo oltre sulle numerose incongruenze del RDC che, per esempio, rispetto all’impianto dei REI, penalizza le famiglie numerose con bambini piccoli. E non solo perché il beneficio economico non cresce oltre al terzo figlio ma anche perché mentre il REI prevedeva la preventiva sottoscrizione di un Patto per l’inclusione (bisognava, tra le altre cose, garantire la frequenza scolastica dei figli), il RDC viene erogato prima di qualunque obbligo a carico del beneficiario spostando l’onere dell’attivazione dal soggetto richiedente alle amministrazioni competenti (centri per l’impiego o servizi sociali) che devono convocare i soggetti di rispettiva competenza.

Con la conseguenza che le famiglie con figli minori (quelle più fragili e bisognose) perdono l’occasione di entrare in contatto con i servizi sociali e quindi con la rete di assistenza garantita dai servizi territoriali.

In conclusione, le politiche attive per il lavoro sono fondamentali quanto gli investimenti sulle imprese che creano lavoro e assumono. Il RDC da una parte non mette in campo nessuna reale ed efficace politica attiva per il lavoro e dall’altra sottrae risorse agli investimenti per le imprese, l’innovazione e la formazione.

Altrettanto fondamentali sono le misure di contrasto alla povertà e all’esclusione sociale. Il RDC non lo è. Lo era il Reddito d’inclusione che già con la legge di bilancio 2018 il governo Gentiloni aveva rafforzato allargando la platea potenziale a 700mila nuclei familiari corrispondenti a quasi 2,5 milioni di persone.

La proposta del Partito Democratico resta quindi quella di raddoppiare i fondi per il REI in modo da aumentare l’ammontare del beneficio economico, aumentare il numero dei beneficiari e sostenere la loro occupabilità attraverso l’assegno di ricollocazione previsto dal Jobs Act senza, allo stesso tempo, spendere più di quanto l’Italia può permettersi andando a gravare sul debito pubblico e quindi sul futuro delle nuove generazioni.