Sostenibilità, economia circolare, innovazione: la via dello sviluppo

Oggi al Senato abbiamo promosso una bella iniziativa in collaborazione con le associazioni FAIR, PRIME e Amerigo sullo stato dell’arte dell’economia circolare, innovazione e crescita delle imprese sui mercati europei ed esteri.

Cosa ho sempre pensato e praticato

Globalizzazione e competizione nei mercati internazionali, apertura dei mercati e ingresso della Cina nel WTO, crisi economica e finanziaria, cambiamenti costanti: dal 2000 occupandomi per la Cgil e per il sindacato europeo del settore tessile mi sono confrontata con le trasformazioni sociali, economiche e tecnologiche che stavano (e stanno tuttora) cambiando il mondo, i mercati, la produzione, il lavoro.

Anche grazie alla cooperazione tra imprese e sindacati in quegli anni abbiamo maturato la condivisa consapevolezza che la sfida era provare a non subire la globalizzazione, ma anzi a governarla, a competere secondo un modello di sviluppo e di benessere etico e sostenibile.

Questo modello era ed è il Made in Italy, la nostra carta d’identita per competere nel mondo globale.

Qualità, ricerca, innovazione, sostenibilità, legalità: sono i fattori strategici del made in Italy; sono i fattori strategici per politiche industriali capaci di rilanciare la crescita.

Il Made in Italy non è un ambito produttivo, qualcosa che riguarda pochi marchi o un insieme chiuso di prodotti, né tantomeno un’idea elitaria di lusso, ma un sistema di valori radicato.

Un sistema di valori che unisce nell’esperienza e nell’immaginario dei consumatori di tutto il mondo qualità produttiva e qualità della vita. Chi osserva, consuma, acquista un prodotto made in Italy sceglie un po’ di Italia per arricchire la sua vita.

Il Made in Italy è la cornice che definisce il nostro passato e dentro la quale possiamo ritrovare il filo per raccontare e costruire il futuro, per ritrovare il senso di noi stessi e il nostro posto nel mondo.

È un modello di qualità dei processi produttivi fatto di competenze diffuse, operaie e artigiane, di stile e creatività, di gusto e passione imprenditoriale, di tradizione e innovazione.

È un modello di sviluppo etico e sostenibile, fondato su passione imprenditoriale, qualità manifatturiera e artigiana, ricerca e innovazione, rispetto dei diritti del lavoro e della salute delle persone, stile, creatività e bellezza, green economy, valorizzazione dei beni culturali e naturali.

Il Made in Italy è un racconto di futuro e un programma di lavoro.

Significa puntare su innovazione e ricerca come fattori chiave delle politiche industriali.

Significa puntare sul sapere, sulle competente, sulla ricerca e sulla formazione.

Significa considerare l’ambiente come condizione di sviluppo, in una visione in cui diventa green tutta l’economia.

Significa lavorare su un incrocio mirabile di manifattura e intelligenza culturale e creativa.

Significa valorizzare paesaggio, tipicità e tradizioni come fonti di competitività e di attrazione turistica ed economica.

Significa garantire i diritti – quei diritti che le nostra Costituzione ci impegna a rendere esperienza quotidiana – a cittadine e cittadini, lavoratrici e lavoratori, consumatrici e consumatori.

Significa fare della qualità italiana il fattore cardine del nostro rilancio: qualità produttiva e qualità della vita.

Perché nella scorsa legislatura ho proposto il ddl Italian Quality

Quella per la difesa e la valorizzazione dell’Italian Quality, contro la contraffazione, per la tracciabilità, per la reciprocità dei mercati, è una sfida per la legalità, per la difesa di lavoratori e consumatori, per il sostegno alle eccellenze che fanno grande l’Italia nel mondo.

Sono talmente convinta di questo che tra le principali iniziative del mio impegno in Senato nella scorsa legislatura c’è stata propio la proposta di legge per l’istituzione di un marchio volontario a tutela e valorizzazione della qualità italiana.

Il marchio è uno strumento giuridico, ma anche simbolico e narrativo: serve a garantire la qualità del prodotto e a raccontare l’Italia.

Il ddl, puntando sul commercio con l’estero come leva per la ripresa economica e produttiva del Paese, mira quindi contemporaneamente alla tutela del produttore e del consumatore, attraverso l’istituzione di un marchio Italian Quality che sopperisca all’attuale carenza di informazione e di garanzia consentendo, contemporaneamente, condizioni di equa competizione.

Al fine di valorizzare il Made in Italy sul nostro mercato come sui mercati terzi il ddl si propone di istituire un marchio collettivo (e cioè di proprietà pubblica) Italian Quality, applicabile a qualunque settore industriale, su base volontaria: si tratta di uno strumento di politica industriale, utile per recuperare competitività attraendo investimenti, facendo «rientrare» imprese che avevano delocalizzato (perché il marchio lo potranno ottenere solo quelli che dimostrino l’origine italiana), certificando le filiere, valorizzando il territorio e potendo meglio competere sui mercati. Un marchio di proprietà dello Stato è inoltre ulteriore garanzia per utilizzatori e consumatori, specialmente contro sue eventuali contraffazioni ed è allo stesso tempo marchio di visibilità e strumento di tutela.

La battaglia per la tracciabilità e contro la contraffazione deve essere parte integrante di una politica di apertura dei mercati che interpreta la globalizzazione come processo di straordinarie opportunità quando basato su regole, reciprocità, trasparenza, certificazione obbligatoria dei prodotti.

Perché è decisivo il sapere

In questo processo di riconoscimento del valore del Made in Italy e della valorizzazione della qualità italiana, proprio per i fattori strategici di cui ho accennato (innovazione, ricerca, competenze), il sapere risulta decisivo.

Decisivo per la competitività del paese, per l’efficacia sui mercati delle imprese, per il lavoro e la qualità del lavoro.

Puntare sul sapere – sul sistema di istruzione, formazione e ricerca – è dunque decisivo per il futuro dell’Italia.

Fine costitutivo del nostro sistema d’istruzione è anche promuovere quella mobilità sociale intesa non semplicemente come “ascensore sociale”, ma come vera e propria realizzazione umana, così come la concepiva Don Milani.

Cosa possono fare in questo senso la scuola e il sistema di istruzione e formazione? Quello che stanno facendo, con passione e fatica: prendere atto del cambiamento della società, dei bisogni dei giovani, delle aspettative del mercato del lavoro e aprirsi all’innovazione. Innovazione che è negli strumenti, nelle metodologie, nelle relazioni.

La scuola deve saper mettere insieme lo sviluppo delle soft skills, richieste con sempre maggiore insistenza il mondo del lavoro, la necessità di superare la frammentazione dei saperi, le domande di coinvolgimento, di motivazione, di educazione delle ragazze e dei ragazzi di oggi.

La sfida allora non è mettersi al passo con i cambiamenti – che significherebbe essere in una costante condizione di rincorsa – ma mettersi in condizione, invece, di saperli costantemente ri-conoscere, interpretare, anticipare

Governare i cambiamenti: questa è la sfida. Queste le competenze di cittadinanza che la scuola deve far crescere. Questa l’attitudine che tutto il sistema paese deve assumere.

La complessità della “società liquida” – per riprendere Bauman -, una società che si decompone e ricompone continuamente, richiede un impegno comune, nelle diverse responsabilità, a condividere conoscenze e competenze per non subire i cambiamenti ma governarli, sapendo unire sostenibilità e competitività, promuovendo etica e rispetto.

Europa e Agenda 2030

Deve essere chiaro che l’unico modo per valorizzare davvero la nostra qualità produttiva, anche nella competizione globale, è rilanciare la dimensione europea.

Credere nel Made in Italy come modello di sviluppo fondato su qualità della produzione e qualità della vita implica credere nelle istituzioni europee e internazionali, sia perché sono quelle che possono sostenere l’assunzione di regole a livello globale, sia perché sono portatrici di valori fondamentali.

Guardando anche alla scadenza delle prossime elezioni europee, dobbiamo sapere realizzare un’Europa della crescita, che torni ad investire sullo sviluppo, che accetti la sfida – nuova, affascinante e ambiziosa – lanciata dall’Onu con l’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile.

L’Agenda 2030 è la piattaforma di cambiamento del mondo più incisiva, significativa, operativa. Una piattaforma da assumere e da realizzare. Un percorso  di obiettivi concreti in cui impegnarci tutte e tutti.

Solo così, se riusciremo a rendere universali i diritti umani e dei lavoratori, di dignità e rispetto della persona, di salario e di libertà, potremo far vincere un modello etico, di qualità produttiva e qualità della vita come il made in Italy.

Abbiamo un modello, ma dobbiamo riconoscerlo e farlo diventare un programma di sviluppo.

Il Made in Italy è la cornice che definisce il nostro passato e dentro la quale possiamo ritrovare il filo per raccontare e costruire il futuro, per ritrovare il senso di noi stessi e il nostro posto nel mondo, in un mondo che vogliamo sostenibile.

Per concludere

La competizione globale premia – in termini di resilienza rispetto ai cambiamenti e di governo dei mercati e delle opportunità – chi investe in qualità, in sostenibilità, in innovazione, nel sapere che permette tutto questo, e nel rispetto dell’ambiente e nella valorizzazione della bellezza.

Abbiamo visto come questi siano i fattori strategici che hanno reso, rendono e renderanno forte il Made in Italy.

E questo è ancora più vero e significativo visto che il nostro tessuto economico è fatto di piccole e medie imprese, di filiere complesse che uniscono creatività, manifattura, artigianato, industria.