Politiche europee: come il governo sta fallendo

Poco fa sono intervenuta in Aula al Senato per la dichiarazione di voto, a nome del Partito Democratico, sulla Legge europea 2018.

Siamo tutti consapevoli, ciascuno dal suo punto di vista, dell’importanza particolare che riveste questo disegno di legge. In realtà, il disegno di legge in esame dà diretta attuazione, nell’ordinamento italiano, alle norme europee e permette, tra l’altro, di superare le violazioni del diritto europeo che in questo anno, con questo Governo giallo-verde, sono aumentate, mentre noi, nella scorsa legislatura, avevamo fatto veramente molto. Voglio sottolineare che questo risultato purtroppo porta in questo anno ad avere ben 74 procedure di infrazione, di cui 64 per violazioni del diritto dell’Unione e 10 per mancato recepimento di direttive.

A tutti quelli che criticano l’Unione europea bisognerebbe ricordare che c’è una fase ascendente delle direttive, di ciò che si stabilisce in Europa, in cui, se si partecipa, si fanno gli interessi del nostro Paese.

Infatti non è un tema burocratico, ma un tema politico centrale. Saper partecipare è quindi un elemento fondamentale.

Penso che il modo in cui si sta discutendo e si è arrivati a questo disegno di legge rappresenta, anche questo, il fallimento dell’Esecutivo nella gestione delle politiche europee. Sembra normale, ma non è normale il fatto che ci sia stata in quest’ultimo anno poca presenza dei nostri Ministri ai tavoli europei, a partire dall’ex ministro Savona, che ha brillato per totale assenza nelle sedi europee.

Vorrei dire anche al Ministro dell’Interno, che non ritiene mai di essere presente ai tavoli europei, che è esattamente in sede europea che si discutono le politiche per il governo dei flussi migratori e magari anche le politiche del rapporto con il Nord Africa e i temi della Libia che sono particolarmente significativi per il nostro Paese. Vorrei sottolineare come di fronte a tutto ciò vi sia un’incredibile miopia. Insisto nel dire che c’è una miopia politica del luogo e delle sedi di partecipazione europea per determinare le politiche utili al nostro Paese.

Mi sembra necessario ribadire che la presenza dell’Italia ai tavoli europei significa avere a cuore gli interessi del nostro Paese. Il Governo continua ad affrontare il suo rapporto con le istituzioni europee solo come se l’Europa fosse un avversario da sfidare e combattere e non un luogo in cui determinare le politiche utili anche per il nostro Paese. Ciò porta ovviamente alla conseguenza che non riusciamo a determinare ciò che continua a essere un tema fondamentale per il nostro Paese. L’Europa è il luogo in cui bisogna affrontare le sfide dell’oggi sulla crescita, sulla sostenibilità, sugli impatti ambientali positivi, sulle interconnessioni, sulle necessarie politiche per incrementare ricerca e sviluppo e guardare esattamente alle sfide del futuro che sono il tema fondamentale per non isolare l’Italia in Europa e per non isolare l’Europa, attraverso il nostro comportamento, dentro le sfide globali.

La legge europea rappresenta perciò, dal nostro punto di vista, un appuntamento importante, perché da essa passano anche le innovazioni che possono portare un futuro positivo alle persone: donne, giovani, famiglie, imprese e enti pubblici del nostro Paese. Penso ad esempio al riconoscimento delle qualifiche professionali, agli incentivi per gli impianti di biomasse, biogas e bioliquidi, dai quali derivano migliaia di posti di lavoro; all’individuazione dell’autorità competente in materia di dispositivi medici e diagnostici in vitro; penso soprattutto alla certezza e alla rapidità dei pagamenti alle imprese che effettuano opere pubbliche per le amministrazioni locali e centrali; penso al contributo alla riduzione delle emissioni dei gas serra. Il disegno di legge europeo dimostra in realtà che grazie all’Europa alle sue istituzioni si possono davvero difendere, aiutare e sostenere gli interessi nazionali.

Al pari essenziale sarebbe l’altro disegno di legge, quello relativo alla legge di delegazione europea, che giace inspiegabilmente in Commissione da mesi, senza riuscire a compiere un ben che minimo passo avanti nella Commissione politiche dell’Unione Europea: simbolo anche questo, dal mio punto di vista, dell’evidente noncuranza con cui questa maggioranza e il Governo ritengono di poter trattare l’Unione Europea come fosse altro da noi, tutt’altro da noi. Invece la legge europea, come la legge di delegazione europea, sono parte di dossier importanti e finali di un procedimento che parte da lontano e in cui il Parlamento è coinvolto, a più riprese, nell’espressione di un parere sulla sussidiarietà e proporzionalità anche – insisto su questo – nella fase ascendente, cioè nell’incorporazione nel diritto nazionale della legislazione europea.

Anche per questo, ciò che valutiamo non è solo il contenuto di questo disegno di legge, ma anche una valutazione politica a tutto tondo, che coinvolge il Governo e la sua maggioranza anche nel modo con cui ci presentano qui il disegno di legge.

È utile far notare come si giunge a votare in quest’Aula in terza lettura questo disegno di legge europeo in concomitanza con l’esame del DEF, come è successo in prima lettura. Si era, allora, in piena sessione di bilancio. Ci sarebbe da ricordare come allora, nello scorso dicembre, la mancanza di un dialogo costruttivo, in particolare con la Commissione europea, abbia determinato livelli di scontro mai sperimentati in passato, con la bocciatura del progetto di legge di bilancio, che ha costretto l’esecutivo italiano a modificare in extremis il testo per evitare l’apertura della procedura di infrazione per debito eccessivo.

Una fase di tale conflittualità che ha alimentato nel nostro Paese sfiducia e clima di profonda incertezza: clima che si ripresenta oggi, purtroppo, non migliorato.

Nel Country Report del 2019, la Commissione europea ha ribadito forti preoccupazioni sulla situazione dell’Italia, la quale presenta squilibri economici eccessivi che, unitamente al debito alto, alla protratta scarsa produttività e allo scarso sostegno agli investimenti e al lavoro, implicano rischi con rilevanza, oltre che nazionale, anche transnazionale. È un rischio oggettivo di contagio e di difficoltà nei rapporti con i Paesi europei.

Oggi, come allora, in fase di esame di questo DEF, l’Italia rappresenta oggettivamente l’anello debole dell’Europa; e ogni misura introdotta da allora, nonostante i roboanti annunci dell’esecutivo, ha un impatto negativo su deficit, debito pubblico e potenziale di crescita economica del Paese.

Ancora oggi, a distanza di mesi, quello che avrebbe dovuto essere un problema politico affrontato e superato (penso alla Brexit, che resta sul tavolo), lo si affronta con un decreto legge che tenta di tamponare un’emergenza, ovvero la possibile uscita del Regno Unito dalla Unione europea, senza un accordo. Il che creerebbe, non solo all’Europa, ma anche all’Italia e allo stesso Regno Unito, indicibili difficoltà, non solo economiche.

Questo è il risultato di quando si pensa di governare un Paese guardando all’Unione europea, all’Europa e alle sue istituzioni esattamente come nemici, anziché come luoghi in cui costruire politiche utili, coordinate e armonizzate nell’interesse dei nostri cittadini.

Ecco perché allora, oggi come ieri, il Partito Democratico ha deciso di astenersi in sede di voto finale esattamente per risottolineare l’ambiguità, il ritardo, la contraddittorietà che il Governo italiano ha, e continua ad avere, nei confronti delle politiche europee, delle sedi istituzionali europee, del confronto necessario di relazione con gli altri Paesi comunitari.

Come si è detto, il Governo avrebbe avuto un compito semplice: adeguare con velocità, appropriatezza e presenza, proprio per condividerlo al meglio, il nostro ordinamento alle norme europee che, peraltro, vengono condivise in quella sede. La quale cosa continuerà, purtroppo, con questo Governo, ad essere qualcosa di lontano e di dannoso per il nostro Paese, se non sceglieremo insieme di innovare le politiche europee. Ma per innovarle, bisogna esserci e non continuare a pensare di delegittimare le sedi europee, le politiche europee e i nostri possibili alleati in Europa. Vale per le politiche migratorie, vale per le politiche di crescita.