Sul lavoro giusta retribuzione, rappresentanza, partecipazione, dialogo
Un ragazzo legge le offerte di lavoro a Pisa, 8 maggio 2012. ANSA / FRANCO SILVI

Il mio articolo pubblicato su Huffington Post il 18 aprile 2019

Ogni lavoratrice e ogni lavoratore ha diritto a una giusta retribuzione, in grado di consentire una vita libera e dignitosa, come previsto dall’art 36 della Costituzione. Un obiettivo a lungo garantito in Italia dal sistema di relazioni sindacali e dalla contrattazione nazionale.

I tempi sono però cambiati: l’impoverimento della società, la precarietà, il finto lavoro autonomo hanno determinato uno scenario in cui molti, in particolare donne e giovani, lavorano senza veder riconosciuti i diritti minimi retributivi.

Proprio per reagire a questa situazione come gruppo PD in Senato abbiamo presentato un ddl sulla giusta retribuzione, che tiene insieme contrattazione collettiva e salario minimo: la giusta retribuzione è quella definita dalla contrattazione e spetta a una Commissione formata dalle parti sociali stabilire il valore del salario minimo per quei casi in cui non c’è contratto collettivo.

Come PD crediamo nelle organizzazioni di rappresentanza e nella condivisione delle soluzioni, pur riconoscendo la diversa funzione di ogni soggetto. Non si tratta quindi – ne sono convinta – di tornare a politiche concertative in cui non si distinguevano le responsabilità di governo e parti sociali. Si tratta di puntare sul dialogo sociale, di tenere sempre aperti i canali di ascolto e relazione con i corpi intermedi che rappresentano interessi, bisogni, storie ed esperienze diffuse nel paese.

Le regole sulla giusta retribuzione vanno in questa direzione, ma non possono andare da sole. Mai una misura retributiva ha senso da sola. Il tema non può mai essere, infatti, solo quanto viene pagato il lavoro – o il non lavoro, come per il reddito di cittadinanza. Il tema è sempre come si crea lavoro, di qualità e ben retribuito. Come si costruiscono, quindi, le prospettive di uno sviluppo sostenibile che punti su innovazione, ricerca e conoscenza e che concili produttività, ambiente e diritti.

Si tratta di un tema che riguarda tutte le forze politiche, economiche e sociali e che ci sfida a trovare soluzioni innovative, eque e non demagogiche.

Trovo in questo senso molto importante il manifesto che Sindacati e Confindustria hanno condiviso in vista delle europee – nuovo segnale che consolida un impegno comune e costruttivo. Il manifesto riconosce il valore e i valori dell’Europa e dell’europeismo, guarda alla prospettiva degli Stati Uniti d’Europa, invita a votare alle europee per sostenere crescita sostenibile, giustizia sociale, ambiente.

Ho sempre pensato e sostenuto che quando le parti sociali sanno fare squadra per leggere i processi e le trasformazioni economiche e sociali, quando condividono una visione dell’interesse nazionale, fanno un servizio positivo a società e politica.

Ora è la politica che deve dare un segnale. Le Europee sono un’occasione in cui far sentire le differenti proposte, in cui – penso al PD e al cambio di passo che vorrei vedere – provare a cambiare l’agenda e mettere al centro proprio il lavoro, la giusta retribuzione, il modello di dialogo e condivisione con le parti sociali che vogliamo praticare, la qualità delle esperienze professionali e di vita di donne e uomini che vogliamo e dobbiamo saper rappresentare con soluzioni chiare, efficaci e concrete.