Elezione europee: una donna, un uomo, una donna

Il mio articolo pubblicato il 21 maggio 2019 su La 27 esima Ora

Una donna, un uomo, una donna. Questa l’indicazione di voto, in vista delle Europee domenica prossima, che ritengo più importante, trasversale alle convinzioni politiche e al tipo di cambiamento che desideriamo per l’Europa.

Più donne nel Parlamento europeo significa cambiare approccio, cambiare temi, cambiare il linguaggio, cambiare il registro con cui si sviluppa il dibattito pubblico, significa concretamente muoversi verso un’Europa più sociale, più giusta, più solidale, più attenta alla vita delle persone oltre che ai bilanci degli stati, più attenta alle dinamiche della convivenza e alle prospettive di un futuro rispettoso degli altri come dell’ambiente. Significa equilibrare l’Europa, mettendo secondo me un tassello importante in direzione di quegli Stati Uniti d’Europa che sono la prospettiva su cui lavorare per rilanciare l’idea stessa di Unione.

Quando le donne hanno l’occasione di incidere, quando il dialogo e la condivisione prevalgono sullo scontro ideologico, allora si producono innovazioni e cambiamenti concreti. Così è stato, ad esempio, nella scorsa legislatura del Parlamento italiano, la legislatura con la maggiore presenza di donne della nostra storia, con sfide e risultati bipartisan, nel segno femminile e nell’interesse di tutto il paese: dalla ratifica della Convenzione di Istanbul all’osservatorio sull’impatto di genere delle politiche pubbliche, dal contrasto alla violenza sulle donne alla battaglia per superare stereotipi e linguaggi sessisti.

Tra i risultati c’è anche il lavoro per rendere le leggi elettorali più paritarie. Come le modifiche alla legge elettorale europea approvate, su mia iniziativa e con sostegno di quasi tutte le forze politiche, nel 2014: già per le elezioni di 5 anni fa si è introdotta una norma che obbliga, nel nel caso di tre preferenze espresse, a scegliere candidati di sesso diverso; per i voto di domenica prossima sono a regime la presenza paritaria nelle liste, l’alternanza nel ruolo di capolista e la preferenza di genere: si può esprimere fino a tre preferenze, ma quelle successive alla prima sono valide solo se alternate da un punto di vista di genere. Ecco perché dico: una donna, un uomo, una donna.

Le donne erano il 31% del Parlamento europeo nella legislatura 2009-2014, il 21% della delegazione italiana. Nella legislatura che sta per concludersi sono passate al 36%, arrivando al 40% per la delegazione italiana. Il risultato positivo è stato quindi evidente e ora dobbiamo andare oltre.

La parità di genere non è una questione tecnica, di procedura normativa, ma una questione politica, culturale e strategica: una questione di valori, di qualità della rappresentanza e di qualità della democrazia.

Non si tratta di quote, né di un riequilibrio statistico. Rendere la nostra democrazia effettivamente paritaria dal punto di vista di genere è un modo per scegliere l’innovazione culturale e di sistema, per dare forza e concretezza alle speranze di cambiamento, quelle speranze che guideranno anche le scelte di chi voterà il prossimo 26 maggio.

E non è una questione femminile. Non è un appello alle donne per votare le donne. L’uguaglianza di genere è una questione che riguarda tutte e tutti, a partire proprio dagli uomini. E allora l’appello vale a per tutti: una donna, un uomo, una donna.

Dobbiamo acquisire la piena e condivisa consapevolezza di quanto la parità di genere sia fattore di crescita e di equità per tutta la comunità. E il ruolo degli uomini in questo è decisivo.

Agire per la parità di genere vuol dire – come emerge chiaramente dagli obiettivi dell’Agenda 2030 dell’Onu – agire per creare una delle basi per società che puntino su una reale condivisione delle opportunità e sullo sviluppo sostenibile. L’obiettivo 5 dell’Agenda, quello che appunto sostiene la parità di genere, è infatti uno degli obiettivi – come il 4, sull’istruzione di qualità per tutte e tutti – considerati trasversali e capaci, se realizzati, di accelerare il conseguimento anche degli altri.

Una donna, un uomo, una donna significa allora procedere concretamente nella direzione di una società di pari opportunità, di uguaglianza, rispettosa e attenta ai bisogni di ciascuna e ciascuno, che cerca il dialogo e capace di affrontare insieme le sfide di un mondo in costante trasformazione. Una donna, un uomo, una donna significa anche dare l’esempio di una comunità in cui ogni ragazzo e soprattutto ogni ragazza si senta libera di scegliere il proprio percorso di studio e di vita, senza pensare che la società le preclude ambiti, carriere, o posizioni apicali.

Noi democratiche e democratici crediamo nell’Europa e vogliamo cambiarla. Sappiamo che per farlo serve liberare il potenziale femminile e portare tante donne nel Parlamento europeo, per continuare sulla strada del pieno riconoscimento e della piena valorizzazione dell’uguaglianza di genere e per incidere così sulla qualità del cambiamento che vogliamo costruire, in Europa come in Italia.

Spero allora che le elette al Parlamento europeo, nel PD come in tutti gli altri partiti, siano tante. E spero che questo possa far riprendere quello spirito costruttivo di dialogo e collaborazione che in passato è stato proficuo, a partire dalle donne e nell’interesse di tutte e tutti.