Smantellare la Buona Scuola significa compromettere il futuro dell’Italia

Nel M5S c’è chi in questi giorni sta festeggiando lo smantellamento della legge 107. E oggi in un’intervista a “La Verità” anche il ministro Bussetti rivendica risultati che però sono facilmente confutabili. Come la presunta stabilizzazione dei precari che nella realtà non c’è e nuove assunzioni che di fatto sono solo la conseguenza di un normale turn over, mentre l’unico dato oggettivo è lo stop al concorso per i dirigenti scolastici le cui gravi conseguenze si faranno sentire nei prossimi mesi alla ripresa dell’anno scolastico.
Più che la ‘Buona Scuola’ questa maggioranza sta provando soprattutto a smantellare la scuola, ossia la principale infrastruttura immateriale per la crescita e lo sviluppo di tutto il Paese. Una missione vissuta come una “guerra da vincere”, una scelta molto infelice anche nei termini che vengono utilizzati.
Quando si parla di scuola, di educazione, di formazione non si dovrebbe mai ricorrere a espressioni che incitano al conflitto, alla contrapposizione violenta. Sacrificare il merito a favore della propaganda non è mai utile all’interesse comune. A maggior ragione quando c’è in ballo la qualità dell’offerta formativa e il futuro delle nostre bambine e bambini, ragazze e ragazzi.
Stiamo quindi al merito: a fronte dei 14 miliardi investiti dai nostri governi su innovazione didattica, formazione, stabilizzazione dei docenti, edilizia scolastica, l’attuale esecutivo sottrae all’istruzione quattro miliardi in tre anni.
Dove si taglia? Intanto sull’alternanza scuola lavoro, uno strumento fondamentale per connettere mondo della scuola e mondo del lavoro che andrebbe migliorato e rafforzato invece che dimezzato.
Come d’altra parte l’Invalsi. La valutazione è essenziale per migliorare il sistema educativo ed equipararlo a standard europei. Rendere la prova volontaria e non obbligatoria per accedere all’esame di Stato significa negare alle studentesse e agli studenti l’opportunità di individuare e superare eventuali gap.
Anche sull’inclusione scolastica, le modifiche introdotte al dlgs 66/17 rischiano di compromettere la qualità del percorso scolastico delle ragazze e dei ragazzi con disabilità ai quali i nostri governo hanno voluto con determinazione garantite pari opportunità formative. Mentre per quanto riguarda i docenti, ridurre tempi, contenuti e implementazioni formative previste dal FiT significa svalorizzare la professionalità fondamentale per dare alle studentesse e agli studenti la qualità formativa migliore possibile in relazione alle migliori esperienze europee. Anziché andare ulteriormente verso una scelta politica decisiva di armonizzazione dei percorsi di istruzione e formazione europei, si torna indietro verso una ristretta e povera visione del futuro dell’Italia. Anziché investire su una società e una economia della conoscenza, unica in grado di offrire conoscenze e competenze per una crescita sostenibile come indicato dall’Agenda 2030 dell’Onu, si torna a fare cassa tagliando sul futuro delle giovani generazioni e quindi di tutti gli italiani.
In conclusione, quella legge che, per quanto non perfetta e senz’altro migliorabile, ha consentito di rimettere al centro la scuola e l’istruzione come principale investimento per tutto il Paese, di restituire dignità alla professione degli insegnanti, oggi è oggetto non di critiche ma di vere e proprie mistificazioni. Il tutto per giustificare il disinvestimento sia economico che qualitativo che innovativo che si sta operando. Un disinvestimento che è il più grave e pesante che si possa compiere perché compromette non solo la vita e il futuro delle nuove generazioni ma la capacità dell’Italia di saper affrontare le sfide in un mondo che cambia e di sfruttarne le opportunità.