CODICE ROSSO: IL MIO INTERVENTO IN AULA

Signor Presidente, stiamo discutendo in quest’Aula di questo provvedimento, mentre la cronaca, come tutte e tutti leggiamo, continua purtroppo a raccontarci quotidianamente casi di violenza di uomini sulle donne. Uomini, e purtroppo anche ragazzi, che non sanno accettare la fine di una relazione affettiva; uomini e ragazzi che sono cresciuti dentro una cultura e in una condizione di comunicazione e di pregiudizio tali che le donne per loro sono una proprietà e quindi sono loro a decidere quando e come lasciarle libere. Si tratta di uomini – lo voglio ripetere, perché, quando non si dice chi fa violenza, non si affronta nemmeno l’analisi del perché esiste questo fenomeno drammatico e strutturale – che non reggono e non sono capaci di rispettare una donna, la sua autonomia, la sua libertà, la sua autodeterminazione, la fine di una relazione affettiva.

 

Voglio ricordare – anche a quel senatore che non se lo ricorda – che noi abbiamo una legge in questo Stato, la legge n. 77, che ha recepito la Convenzione di Istanbul. Quando nel 2013 il Parlamento italiano ha recepito all’unanimità quella Convenzione, ha scelto un’analisi precisa e delle politiche da attuare altrettanto precise. Si tratta di scelte che hanno responsabilizzato lo Stato italiano, quindi questo Parlamento e il suo Governo (anche i Governi se cambiano), ad eliminare ogni forma di violenza sulle donne, considerando come violenza sulle donne non soltanto la parte finale, cioè il femminicidio, ma anche ogni violenza verbale, ogni violenza economica, ogni violenza sociale e ogni violenza culturale, perché di questo stiamo parlando, cioè della violazione dell’insieme dei diritti umani.

 

Ora, quando si affrontano questi temi, è importante per ciascuno di noi ricollocare sempre le scelte che si fanno all’interno di una visione. Non amo fare polemiche su questi temi e dico tutto in maniera oggettiva. La relatrice di minoranza ha ricordato l’insieme dei temi che la Convenzione di Istanbul ci ha portato nella scorsa legislatura. Tutti insieme, indipendentemente dalle forze politiche di appartenenza (insisto su questo punto), abbiamo adottato politiche volte alla prevenzione, cioè all’educazione al rispetto nell’ambito del percorso formativo, alla tutela (con tutto ciò che è stato fatto), al contrasto e alle sanzioni. Questo disegno di legge, il cosiddetto codice rosso, invece, inasprisce le pene e aumenta alcune fattispecie di reato verso la persona; ma senza collocare il tutto all’interno di una visione necessaria di politica olistica. Così facendo noi in realtà non stiamo rispondendo strutturalmente al fenomeno, non compiamo alcun passo in avanti dal punto di vista culturale e politico, perché restiamo solo legati a un’ulteriore implementazione, anche se necessaria (su questo siamo d’accordo). Attenzione a ridurre la questione soltanto a un inasprimento delle pene, perché ciò vuol dire non contrastare e non affrontare la parte concernente la prevenzione. Io considero questo un elemento importante, da riprendere e da discutere in quest’Aula. Altrimenti purtroppo continueremo a leggere tutti i giorni sui giornali fatti di cronaca, senza cogliere la necessità secondo cui la politica andrebbe innanzitutto spinta a prevenire e a combattere stereotipi e pregiudizi.

 

Bisogna essere consapevoli – è meglio dirle queste cose – che, come è stato detto anche in altri interventi, il rapporto tra i sessi è diseguale e le donne sono continuamente sottoposte a stillicidio di diversa natura.

 

Il tema si impone anche dal punto di vista culturale, intendendo con la parola «cultura» non qualcosa che appartiene a qualcun altro; per quanto ci riguarda, come legislatori e legislatrici, la parola «cultura» significa scelte politiche chiare da prendere anche in questo campo.

 

Passando al provvedimento in esame, si è scelto di chiamarlo codice rosso. Due sere fa in televisione su Rai 2 il ministro Bongiorno ha fatto un’affermazione che non mi è piaciuta proprio per la logica della non polemica, di un lavoro che dobbiamo fare tutti insieme perché trasversalmente nelle forze politiche c’è chi anche su questo ha opinioni troppo “leggere” o troppo tradizionali, per cui non è una parte politica che deve prevalere su un’altra. Tuttavia, se il ministro Bongiorno, una delle promotrici del disegno di legge in discussione, due sere fa ha ritenuto di dire che il provvedimento porta in serie A i reati contro le donne, perché fino a qualche minuto fa erano di serie B, significa che ha voluto dare una priorità di questo tipo; io però non condivido quest’opinione, perché insieme nella passata legislatura abbiamo fatto molte cose, anche se non sufficienti. Se è così, se si decide che il testo in discussione è volto a far diventare questo reato di serie A, allora approviamo almeno due o tre emendamenti che le opposizioni hanno presentato e che servono a qualificare questa urgenza, a renderla ulteriormente un reato che chiama tutto il Senato ad affrontarlo seriamente.

 

Ci sono due fatti che desidero riprendere. In primo luogo, se noi parliamo di codice rosso è come se in ospedale dicessimo che c’è una cosa da fare prioritariamente: peccato che non ci sono competenze, persone in numero sufficiente e specializzazioni. (Applausi dal Gruppo PD). Infatti, c’è un primo dato da cui partire: bisogna rispettare le donne che con coraggio, con difficoltà, con una forza che nessun uomo può immaginare, vanno a denunciare violenza. E dunque, anche lui, caro senatore Pillon, le deve rispettare per la sola ragione che non sa cosa significhi affrontare il fallimento di un rapporto d’amore, per giunta senza un lavoro e avendo dei figli a cui badare (Applausi dai Gruppi PD e FI-BP). Non si può dire in quest’Aula che la prima cosa da verificare è se dice la verità: non scherziamo! Voi non avete idea di cosa significhi denunciare soprusi e violenze per una donna. Imparate a rispettare chi assume questo coraggio, perché si cambia la vita di sé stessi, della propria famiglia e dei propri figli!

 

Ciò detto, se si vuole davvero affrontare questo tema, servono risorse, competenze, specializzazioni, perché la grande difficoltà delle donne è che quando compiono lo sforzo di denunciare, hanno bisogno di trovare dall’altra parte persone che credono a ciò che dicono, se ne assumono i rischi e agiscono di conseguenza. Perché non possiamo fare davvero uno sforzo per stanziare risorse per le specializzazioni e la formazione? Non si può dire che non siano elementi necessari se vogliamo davvero dare questa priorità.

 

In secondo luogo, mi rivolgo sommessamente ai tanti che puntano molto sul contrasto utilizzando l’espressione «tuteliamo le donne». Secondo me, le donne saprebbero tutelarsi se non ci fossero gli uomini che le uccidono, le violentano e creano difficoltà. Lo dico perché è meglio lavorare per rimuovere gli ostacoli. (Applausi dal Gruppo PD). Detto questo, se vogliamo davvero affrontare la questione e far partire da quest’Assemblea un messaggio forte per le donne che denunciano, vorrei sommessamente dire che sono d’accordo con quanto previsto; il magistrato dotato di un numero maggiore di risorse nei suoi uffici può davvero seguire questa procedura; egli avverte che c’è un rischio e che il contesto è molto difficile.

 

Perché a queste donne non si forniscono due strumenti? Il primo è l’accompagnamento. Lo si dà in tanti casi. Perché alle donne no? Sapete che il 78 per cento delle donne assassinate dagli ex mariti o compagni viene ucciso esattamente nella fase in cui il processo è in corso?

 

Su questi temi occorrono formazione e accompagnamento. Possibile che in quest’Assemblea non possiamo migliorare il testo del provvedimento per arrivare, tutti insieme, a dire di aver effettivamente compiuto una svolta facendo diventare questo reato di serie A? Noi ci stiamo; vediamo se quest’Assemblea ci starà altrettanto. (Applausi dal Gruppo PD).