IMMIGRAZIONE: L’AUDIZIONE DELLA MINISTRA LAMORGESE

Il testo dell’intervento della Ministra dell’Interno Luciana Lamorgese in occasione dell’audizione in Commissione del 2 ottobre 2019

 

Ringrazio i Presidenti Borghesi, Licheri, Brescia e Battelli, unitamente a tutti voi, onorevoli senatori e deputati, per avermi dato l’opportunità di riferire sugli esiti del vertice in tema di immigrazione che si è tenuto a Malta lo scorso 23 settembre e sulle posizioni che il nostro Paese intenderà assumere in occasione della riunione del Consiglio Giustizia e Affari interni che avrà luogo in Lussemburgo, il prossimo 8 ottobre.

 

L’occasione odierna giunge alla vigilia del sesto anniversario della tragedia di Lampedusa, quando il 3 ottobre del 2013, la drammaticità della emergenza migratoria si è mostrata, senza equivoci, ai nostri occhi e alle nostre coscienze.

 

Da quel giorno, la ricerca di soluzioni condivise è diventata un imperativo ineludibile per giungere ad una gestione razionale ed equilibrata del fenomeno migratorio.

 

Con questo spirito ho partecipato al vertice di Malta, con i colleghi di Francia, Germania, e Malta, assistiti dalla Presidenza di turno finlandese e dalla Commissione UE, in un clima di collaborazione, in cui ho potuto apprezzare concreti segnali di una significativa disponibilità dei Partner in merito alle soluzioni proposte dal nostro Paese.

 

Ho constatato, con soddisfazione, come i lavori, improntati ad un’autentica ricerca delle possibili intese, si siano svolti nel solco di una rinnovata collaborazione europea.

 

Una collaborazione seria, pacata e costruttiva.

 

È emersa infatti l’unanime volontà di giungere ad un approccio condiviso sulle risposte al fenomeno delle migrazioni via mare e alle problematiche cui vanno incontro i Paesi che costituiscono la frontiera dell’Europa sul Mediterraneo. Approccio che, da ora in poi, sarà sostenuto con tutti i Partner Europei e, sin da subito, in occasione del prossimo Consiglio GAI di Lussemburgo.

 

È per questo, come ho già avuto modo di affermare, che Italia e Malta non sono più sole. È maturata la consapevolezza che i due Paesi rappresentano la porta d’Europa e, vi assicuro, non era affatto scontato.

 

È un dato oramai acquisito che il carattere strutturale del fenomeno migratorio verso il continente europeo imponga un impegno più attivo e sinergico dell’Unione a sostegno degli Stati membri, costretti, per ragioni geografiche, a subire maggiormente la pressione migratoria.

 

Si tratta ora, partendo da questo approccio, di mettere a punto e di verificare costantemente strumenti nuovi, condivisi e concreti che tengano conto degli interessi dei singoli Stati e delle potenzialità offerte dalla cornice europea.

 

Se da un lato continuiamo a registrare un trend in diminuzione degli arrivi via mare nelle nostre coste (al 2 ottobre i migranti sbarcati nel 2019 sono stati 7.783 a fronte dei 21.112 dello stesso periodo dello scorso anno con un decremento percentuale di meno 63 per cento) dall’altro non possiamo permetterci di sottovalutare le difficoltà registrate, nei mesi scorsi, durante i lavori europei sui temi migratori, con particolare riferimento alla riforma del Regolamento di Dublino, quando i Paesi europei non sono riusciti a costruire un percorso di lavoro comune.

 

Non vi è dubbio che abbiamo registrato, tuttavia, un aumento degli sbarchi autonomi provenienti in particolare dalla Tunisia. Un dato evidenzia questo trend : nel mese di settembre del 2018 gli sbarchi autonomi sono stati 701 mentre nello stesso periodo di quest’anno ammontano a 1.923. Solo nei primi 4 giorni di settembre il dato è di 321.

 

Sono dati che vanno contestualizzati e che possono essere riconducibili a diversi fattori tra i quali, non ultimo, il particolare momento politico che sta attraversando la Tunisia.

 

Altro dato da cui partire è quello relativo alle richieste di asilo. Abbiamo abbattuto le pratiche pendenti del 58 per cento : alla data del 20 settembre, nel 2018 le istanze non definite erano 118.445, nel 2019 sono scese a 50.298.

 

Il nostro impegno e i risultati raggiunti ci rendono più forti sui Tavoli europei e ci consentono di portare a quei Tavoli le nostre azioni, le nostre decisioni e le nostre buone pratiche, per fare in modo che siano utili alla realizzazione di una politica europea delle migrazioni realmente efficace.

 

Occorrerà che in tutti gli Stati Membri si consolidi il convincimento che, solo con una risposta coordinata e condivisa a livello europeo, sarà possibile mettere a punto una strategia efficace, in grado di coniugare il necessario rigore contro lo sfruttamento dei migranti ed il traffico di esseri umani, con il rispetto dei diritti fondamentali e dei principi di solidarietà che sono alla base della costruzione e dell’integrazione europea.

 

Proprio in tale direzione si muove, infatti, la “Dichiarazione congiunta di intenti” di Malta che, pur costruita su un impianto volontaristico, rappresenta, tuttavia, un indiscutibile e deciso passo in avanti verso un sistema di gestione del fenomeno più equo e bilanciato.

 

Si tratta, chiaramente, di un “progetto pilota”, la cui efficacia andrà monitorata e implementata.

 

Intendo soffermarmi brevemente sui punti essenziali dell’intesa raggiunta, che costituisce, per il momento, una “Dichiarazione” comune, aperta, tuttavia, all’auspicabile adesione degli altri Stati Membri ai quali, in tale prospettiva, sarà presentata al prossimo Consiglio GAI dell’8 ottobre.

 

Il documento prevede l’adozione di procedure per la redistribuzione automatica dei migranti sbarcati a seguito di operazioni di salvataggio in alto mare. Si tratta di un meccanismo temporaneo e rinnovabile, della durata di sei mesi, destinato a superare l’attuale approccio “caso per caso” applicato agli ultimi sbarchi in Italia e Malta effettuati da parte di navi di Organizzazioni Non Governative.

 

Invero, le ricollocazioni poste in essere a partire dall’estate del 2018, e coordinate dalla Commissione europea, se da un lato sono state utili per consentire lo sbarco dei naufraghi e garantire il trasferimento dei richiedenti asilo, dall’altro non si sono rivelate soddisfacenti.

 

Solo pochi Stati membri, purtroppo, si sono impegnati a realizzarle e le procedure per il ricollocamento delle persone sbarcate non si sono manifestate agevoli e, soprattutto, veloci.

 

Qualche elemento indicativo: per le ricollocazioni relative agli sbarchi degli anni 2018 e 2019 su un totale di 855 migranti da distribuire, abbiamo registrato offerte di accoglienza da parte degli Stati membri per 673 persone.

 

Ma veniamo al vero dato significativo: di questi 673 migranti solo 241 sono stati effettivamente trasferiti. Aggiungo che sono ancora in corso le interviste da parte delle delegazioni degli Stati disponibili, relativamente agli eventi del 2019.

 

Vi era, dunque, una obiettiva esigenza di individuare soluzioni più tempestive ed efficaci per i ricollocamenti e di eliminare gli elementi di incertezza in merito alla gestione dell’accoglienza al momento dello sbarco e allo Stato membro che se ne debba far carico.

 

L’intesa prevede anche la possibilità di attivare una rotazione volontaria dei porti di sbarco. Ciò significa che qualsiasi Stato membro può offrire, su base volontaria, un luogo sicuro.

 

Tale possibilità è prevista in via generale ma a maggior ragione in caso di periodi di pressione migratoria sproporzionata su uno Stato membro, in ragione dei limiti alla sua capacità di accoglienza e/o del numero di domande di asilo.

 

Va anche evidenziato che, per espressa previsione, le navi di proprietà pubblica che dovessero effettuare soccorso in mare dovranno sbarcare le persone salvate nel proprio Stato di bandiera.

 

Sulla base di quanto previsto nell’intesa, la redistribuzione riguarda tutte le persone soccorse in mare che facciano domanda di asilo al loro arrivo in Europa.

 

Al riguardo, desidero sottolineare che il contenuto della “Dichiarazione congiunta d’intenti” accoglie esplicitamente alcune importanti richieste del nostro Paese.

 

La prima: saranno suscettibili di ricollocamento tutti i migranti richiedenti protezione internazionale, comunque soccorsi, che non saranno, in tal modo, posti a carico del solo Paese di sbarco; si tratta di un aspetto di fondamentale importanza in considerazione dell’elevato numero di istanze presentate dai migranti sbarcati in Italia.

 

La seconda: la chiara affermazione che lo Stato membro di ricollocazione dovrà assumersi la responsabilità delle persone ricollocate. Saranno dunque le autorità dello stesso Stato a dover verificare la sussistenza dei requisiti per il riconoscimento della protezione internazionale, nonché a procedere al rimpatrio in caso di respingimento dell’istanza.

Si tratta di una novità importante che potrebbe rappresentare una svolta decisiva soprattutto nella prospettiva di una nuova Riforma del Regolamento Dublino, per il superamento delle responsabilità del Paese di primo ingresso.

 

Ai Paesi di primo ingresso, spetterà la gestione delle fasi immediatamente successive allo sbarco, quali i necessari controlli medici e di sicurezza, nonché di quelle funzionali al ricollocamento.

 

Ritengo anche opportuno sottolineare che la permanenza nello Stato di sbarco delle persone suscettibili di ricollocamento avrà un termine ben definito.

 

Infatti, al fine di evitare ritardi nell’attuazione delle ricollocazioni, è stato concordato che il trasferimento effettivo dei richiedenti asilo avvenga entro 4 settimane, sulla base di una ripartizione per quote predefinite che dovranno essere successivamente individuate dalle parti interessate.

 

Si imprime in questo modo una significativa accelerazione a procedure sinora farraginose e particolarmente penalizzanti per i Paesi di sbarco, come ho già avuto occasione di evidenziare.

 

La realizzazione di tali condizioni non fa venir meno la necessità di evitare ogni possibile apertura di nuovi percorsi irregolari verso le coste europee, così come la creazione di nuovi fattori di attrazione.

 

Al riguardo, chiarisco che rimarrà inalterato il sistema di controllo delle frontiere e di prevenzione e repressione dell’immigrazione illegale.

 

Anche per questo le Parti si sono impegnate ad assicurare il rapido ed effettivo rimpatrio di coloro che non hanno titolo alla protezione internazionale.

 

Occorre far funzionare i rimpatri a livello europeo. Una politica migratoria e di asilo efficace e credibile richiede un rapido rimpatrio di coloro che non hanno diritto a rimanere in Europa, nel rispetto dei diritti umani e del principio di non respingimento. Il tasso dei rimpatri rimane basso in tutta Europa, dato che mina inevitabilmente la legittimità del sistema europeo di immigrazione. E’ chiaro che per superare questa sfida occorre una combinazione di misure interne ed esterne.

 

Qualche dato esplicativo: i rimpatri effettuati dal nostro Paese nel 2017 sono stati 6.514 (forzati) e 869 (volontari assistiti) per un totale di 7.383. Nell’anno 2018 i rimpatri forzati sono stati 6.820 e 1.161 quelli volontari per un complessivo numero di 7.981, mentre nel 2019 (al 22 settembre) abbiamo rimpatriato forzatamente 5.044 immigrati e disposto 200 rimpatri volontari assistiti, per un totale di 5.244.

 

Sulle azioni collegate ai rimpatri si è convenuto sull’esigenza di promuovere ogni possibile iniziativa, anche a livello europeo, per favorire sia la sottoscrizione di nuovi accordi di riammissione sia l’implementazione di quelli in vigore. E ciò, in una rinnovata cornice di cooperazione e di sviluppo con i paesi d’origine e di transito dei flussi migratori, da finalizzare anche al contrasto all’immigrazione illegale, alle reti di trafficanti di uomini e alle ulteriori attività criminali connesse.

 

Occorre individuare e sperimentare nuovi modi per impostare i partenariati con i Paesi terzi. La geografia degli accordi di riammissione conclusi dall’Unione Europea è vecchia, si deve adeguare ai nuovi flussi, alle condizioni geopolitiche, alle mutate rotte migratorie.  I tempi sono maturi per l’avvio di serie discussioni intersettoriali sull’uso della politica commerciale, dei visti, della politica di sviluppo nell’ambito del dialogo con i nostri Partner dei Paesi terzi.

 

Ritengo anche importante evidenziare come l’intesa abbia dedicato un adeguato spazio ad alcuni punti che riteniamo imprescindibili per un’efficace strategia di ordinata gestione del fenomeno migratorio.

 

In primo luogo, tra tutti, la necessità di proseguire gli sforzi per giungere ad una riforma sostenibile del Sistema Europeo Comune di Asilo e, in tale ambito, del Regolamento di Dublino. L’obiettivo che si deve perseguire è quello di individuare le soluzioni per superare gli innegabili attuali squilibri nella ripartizione degli oneri tra gli Stati membri, tenuto conto delle loro diverse capacità di accoglienza.

 

Mi chiedo se non sia giunto il momento di superare le ambiguità del passato e sperimentare modelli diversi, per assicurare la protezione internazionale ed evitare che coloro che fuggono debbano percorrere migliaia di kilometri, attraversando numerosi Paesi sicuri.

 

Su questo, il lavoro che ci attende sul piano internazionale può essere agevolato da una nuova e più forte consapevolezza a livello interno che muove anche dalla individuazione di liste di Paesi terzi sicuri, in attuazione di una specifica disposizione del decreto-legge n. 113 del 2018. Questo naturalmente non esclude, anzi rafforza, la possibilità di favorire corridoi umanitari verso l’Europa per le persone più vulnerabili. In questo campo abbiamo messo a punto una vera e propria buona prassi nazionale che ha permesso di accogliere solo dalla Libia 859 richiedenti asilo grazie ai corridoi partiti a dicembre del 2017.

 

Evidenzio, ancora, come sia stato riaffermato l’obbligo del rispetto delle convenzioni internazionali in materia per tutte le navi che conducono operazioni di salvataggio nel Mediterraneo.

 

In tale quadro, sulla scorta dell’esperienza maturata con l’applicazione del “Codice di condotta per le ONG impegnate nelle operazioni di salvataggio dei migranti in mare”, che, ricordo, nasce da un’iniziativa del nostro Paese, sono state ribadite alcune prescrizioni, tra le quali sottolineo l’obbligo di non ostacolare le operazioni di soccorso effettuate dai Paesi che ne hanno competenza.

 

Su tale fronte, l’impegno è anche quello di potenziare l’attività di sorveglianza aerea condotta dall’Unione Europea nel Mediterraneo meridionale, al fine di individuare prontamente le imbarcazioni dei migranti, e ciò allo scopo di ridurre al minimo il rischio di perdite di vita in mare e, nel contempo, contribuire al contrasto delle reti di trafficanti di uomini.

 

Non da ultimo, sono riconosciute ed accolte le comuni esigenze di rafforzare le capacità delle Guardie Costiere dei Paesi Terzi del Mediterraneo meridionale e di incoraggiare l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite e l’Organizzazione Internazionale delle migrazioni a sostenere, in quegli stessi Paesi, modalità di sbarco delle persone soccorse nel pieno rispetto dei diritti umani.

 

Come ho anticipato, il contenuto dell’intesa sarà presentato in occasione del prossimo Consiglio GAI di Lussemburgo, e costituisce il primo passo di un percorso che sappiamo essere complesso, ma che auspichiamo possa vedere, progressivamente coinvolti il maggior numero possibile di Partner europei.

 

Proprio per questo motivo il documento è stato ideato e voluto in forma implementabile e con una specifica vocazione inclusiva che può contare già sul sostegno operativo e finanziario della stessa Commissione che ne ha sostenuto la sottoscrizione.

 

L’accordo sarà, comunque valido tra i Paesi sottoscrittori, fermo restando l’impegno della Commissione UE a favorire la riforma del sistema europeo comune d’asilo e del regolamento di Dublino.

 

In conclusione, il clima che ho potuto riscontrare a La Valletta, l’impegno comune dei miei colleghi di Francia, Germania e Malta e la volontà delle Istituzioni europee lasciano sperare nell’apertura di spazi importanti per una seria politica europea delle migrazioni.

 

L’Italia sta facendo la sua parte e ha saputo gestire momenti difficili di un fenomeno che ha avuto, nel recente passato, numeri impressionanti, mettendo a dura prova la coesione sociale e territoriale.

 

Da questa capacità dobbiamo partire per azioni positive e propositive in grado di sostenere l’Unione europea e i suoi Stati membri ad assumere le decisioni migliori per il futuro del Continente.

 

E’ un lavoro duro, lungo e paziente al quale non possiamo sottrarci e nel quale crediamo fermamente.

 

Ringrazio voi tutti per l’attenzione e per le osservazioni e considerazioni che sono pronta ad ascoltare con interesse e di cui terrò conto in vista dei prossimi impegni istituzionali, nella ferma convinzione che da una stretta e proficua collaborazione tra Parlamento e Governo possano essere approfondite, definite e sviluppate le scelte che siamo chiamati ad assumere sul piano interno ed internazionale.