EX ILVA: DIMOSTRIAMO CHE L’ITALIA E’ UN PAESE SERIO

Oggi abbiamo un’occasione importante per l’Italia, per tutta la sua classe dirigente, istituzionale, di governo e opposizione, di dimostrare, conoscendo tutta la storia dell’Ex Ilva in cui ciascuno ha fatto delle scelte, che siamo capaci di operare uniti. Certo, senza mai confondere ruoli, responsabilità e funzioni di ciascuno, ma dobbiamo agire come sistema Paese, trovare uniti le soluzioni per essere seri, credibili e affidabili innanzitutto per chi lavora e vive a Taranto, per l’insieme del sistema economico italiano, per le nostre aziende tutte, per essere credibili rispetto agli investitori italiani ed esteri.

Se è vero, come è vero, che da Taranto passa un pezzo del futuro industriale del nostro Paese, è evidente che Taranto non può essere abbandonata. Ma è anche vero che per garantire futuro a quel territorio, al Sud, alle lavoratrici e ai lavoratori che domani si asterranno dal lavoro per lo sciopero di 24 ore proclamato da Cgil, Cisl e Uil, è necessario rilanciare la funzione di quello stabilimento, continuare a investire in sviluppo, ricerca e innovazione, tenendo insieme le ragioni del lavoro e quelle dell’ambiente e della salute dei lavoratori e dei cittadini. Riproporre un modello superato di produzione sarebbe non solo inutile ma anche dannoso. Questo significa puntare sul sapere, sulle competenze e sulla formazione, sulla ricerca e sull’innovazione. Significa considerare l’ambiente come condizione di sviluppo, in una visione in cui diventa green e sostenibile tutta l’economia e il territorio.

Bisogna inoltre recuperare da subito credibilità a livello internazionale per scongiurare la fuga degli investitori stranieri. Quindi porre come condizione irrinunciabile quella della certezza del diritto: non si cambiano le regole in corso d’opera. Va dunque ripristinato subito il cosiddetto scudo penale che rende non perseguibili condotte mirate a dare attuazione al risanamento ambientale previsto dall’AIA non solo per l’Ex Ilva ma anche per tutte le altre imprese che si ritrovano a dover far fronte a situazioni compromesse da gestioni precedenti.

Se non si garantiscono le condizioni minime per poter investire e lavorare in Italia e se si vanno a modificare in corso d’opera i quadri normativi già condivisi finiremo per perdere definitivamente la presenza industriale a Taranto, ma non solo: rischiamo che molti altri investimenti siano cancellati e che chi voleva investire in Italia cambi idea, e rivolga altrove risorse che per noi è fondamentale riuscire ad attrarre.

Serve quindi una nuova politica industriale per l’intero Paese che assicuri uniformità normativa, sostenga le imprese che innovano, formano, investono in competitività, sostenibilità, ricerca.

Oggi a Taranto i margini di trattativa con Arcelor Mittal sono molto stretti ma ancora non chiusi e resta questa l’unica via percorribile. Basta polemiche tra le forze politiche che rischiano di compromettere ulteriormente una situazione già molto complicata e difficile. Ci sono in gioco circa 12mila posti lavoro oltre quelli dell’indotto, il futuro di una città che ha dato tantissimo all’industria italiana, lo sviluppo e la crescita del Sud, la credibilità del nostro Paese. Ecco perché servono visione del Paese e un negoziato serio e impegnativo nella consapevolezza che stiamo parlando di un futuro di Taranto che ci riguarda tutti.