Audizione Bonetti: le considerazioni espresse dal Partito Democratico

Nell’ambito dell’audizione della Ministra per le pari opportunità e la famiglia Elena Bonetti in Commissione Diritti umani, come gruppo del Partito Democratico abbiamo avuto l’occasione di rappresentare alcune proposte che ci auguriamo possano essere ulteriormente approfondite anche attraverso altre occasioni di confronto utile a implementare e indirizzare al meglio le politiche per il superamento delle disuguaglianze di genere, le discriminazioni verso le donne, il contrasto alla violenza in ogni sua forma, il sostegno alle famiglie, tutti i tipi di famiglie, e il riconoscimento dei loro diritti.

I numeri e i dati riportati dalla Ministra, e che ben conosciamo, fotografano una situazione che, come ho detto nel mio intervento, necessita di essere inquadrata nel contesto nazionale e internazionale in cui in questi anni si sono fissati i principali obbiettivi e strumenti anche normativi per il raggiungimento delle pari opportunità e la prevenzione e il contrasto alla violenza di genere. Ho quindi fatto riferimento in particolare all’articolo 3 della Costituzione italiana laddove identifica nelle discriminazioni basate sul sesso il primo degli ostacoli che la Repubblica deve rimuovere per riconoscere “pari dignità sociale a tutti i cittadini”;

la Convenzione di Istanbul, legge dello Stato italiano, che è il primo strumento internazionale giuridicamente vincolante e completo contro qualsiasi forma di violenza, di discriminazione fisica, sociale, psicologica e che precisa che ogni violenza contro le donne è una violazione dei diritti umani fondamentali;

l’Agenda 2030 dell’Onu, sottoscritta dal governo italiano nel 2015, laddove indica che la parità di genere si compie in asse con politiche economiche, sociali, culturali ed educative volte a superare le disuguaglianze. Ecco allora che dobbiamo dire con grande chiarezza che una donna non è libera e non può autodeterminarsi se non è anche economicamente indipendente. Serve dunque un piano straordinario per il lavoro delle donne, per favorire quindi le assunzioni, il rientro dalla maternità, la condivisione delle responsabilità familiari. E che consenta alle donne che hanno denunciato una violenza di essere sostenute nell’accesso al lavoro.

Nel corso del mio intervento ho avanzato anche altre proposte: la modifica del nome del ministero della famiglia in ministero delle famiglie al plurale proprio per includere tutte le tipologie di famiglia; l’istituzione di un Osservatorio per le politiche di genere che, come indicato nel ddl a mia prima firma, valuti l’impatto ex ante di tutte le politiche pubbliche al fine di superare le discriminazioni di genere.

Ho inoltre proposto che vengano messi in campo strumenti di sostegno alle aziende che assumono donne e che danno supporto alle loro dipendenti nei casi di violenza.

Sul tema della condivisione delle responsabilità familiari ho ricordato che una direttiva europea fissa ad almeno 10 i giorni di congedo obbligatorio per i neo papà. Una direttiva cui l’Italia non si è ancora adeguata e su cui abbiamo già presentato proposte di legge in questo senso e che ha visto una larga mobilitazione popolare confluita nella petizione promossa da Titti Di Salvo, Riccarda Zezza, Alessandro Rosina, Emmanuele Pavolini lanciata attraverso la piattaforma “Progressi”.

Sono infine intervenuta su una questione che ho particolarmente a cuore dal momento che riguarda la sfida educativa che ritengo prioritaria per la crescita di questo Paese e il superamento delle disuguaglianze. A questo proposito credo, e ho espresso questa mia posizione alla Ministra, che continuare a chiamare “asilo nido” la scuola che le nostre bambine e i nostri bambini frequentano nei primi tre anni di vita rappresenti un grave arretramento culturale rispetto a una battaglia quarantennale vinta con la legge 107 del 2015 e il decreto del 2017 per l’istituzione della ‘scuola 0-6’. Con quella riforma si è compiuta una svolta non solo educativa ma anche culturale e sociale che il linguaggio è bene che recepisca.

Le trasformazioni passano anche dalle parole che usiamo per descriverle e raccontarle. Riconoscendo il diritto all’educazione a tutte le bambine e i bambini fin dal primo mese di vita, nella consapevolezza che è proprio nei primi tre anni che è fondamentale assicurare pari opportunità educative per superare le disuguaglianze di partenza, abbiamo finalmente superato l’idea di “asilo nido” come servizio a domanda individuale finalizzato esclusivamente a “sistemare” i figli nel tempo di lavoro delle madri. Ecco, dal 2017 non è più così. Si è finalmente fissato il principio che la scuola è un diritto di tutte le bambine e i bambini fin dai primi mesi di vita nonché la più straordinaria leva per il superamento delle disuguaglianze proprio attraverso le pari opportunità educative e di apprendimento da garantire a tutti i bambini e le bambine in tutto il territorio nazionale.

Nel corso dell’audizione ha preso la parola anche la collega Monica Cirinnà la quale ha sottolineato la necessità di un intervento forte per scongiurare la chiusura dei luoghi delle donne come la Casa internazionale e Lucha y Siesta che a Roma sono a rischio sfratto da parte dell’amministrazione pentastellata e per sostenere le case rifugio dove le donne che hanno subito violenza trovano un luogo accogliente, empatico, ricco delle competenze e conoscenze necessarie, per sé e spesso anche per i propri figli, e l’opportunità di un reinserimento nel tessuto sociale e lavorativo. Cirinnà ha chiesto anche la riattivazione del tavolo, precedentemente convocato presso la Presidenza del Consiglio, con tutte le associazioni LGBT e trans e il riconoscimento alle persone trans di tutti i diritti di cittadinanza così come anche un monitoraggio e una velocizzazione dell’iter della legge sull’o